Eucarestia e sacerdozio

DOSSIER GIUDA: Il sacerdote eucaristico.

Cristianesimo

CHI E’ IL SACERDOTE EUCARISTICO?

I Vangeli delineano una Chiesa ancorata a Pietro, quale supremo Pastore di Unità, e ai Dodici, come presidio di verità. In questo disegno però manca proprio la precisa individuazione della figura centrale del sacerdote eucaristico.

A quale personaggio evangelico dunque va riferita questa funzione che costituisce il presupposto ineliminabile delle altre due?

Senza eucarestia non c’è Chiesa, e non hanno senso né il magistero di verità né quello di unità. È possibile che gli evangelisti non abbiamo lasciato almeno una traccia di questo fondamentale ministero?

MINISTERO MANCANTE

Gli evangelisti hanno rivelato il sacerdozio come ministero anonimo e si sono serviti di strumenti omologhi perfettamente adeguati, cioè l’anonimato e il silenzio.

Ma il silenzio può diventare eloquente. Se si considera che, a differenza di Pietro e dei Dodici, soggetti dotati di una propria identità storica che transita nella loro specifica dimensione teologica, il sacerdote eucaristico, proprio perché operante in persona Cristi, è un anonimo.

Un ministro del tutto fungibile. Presentarlo come soggetto nominato avrebbe avuto conseguenze molto negative. La sua specifica persona avrebbe coperto ed emarginato quella del Cristo, unico sacerdote di una Chiesa che non ha sacerdoti.

Eucarestia e sacerdozio
Senza eucarestia non c’è Chiesa.
CONDIZIONE DI ANONIMATO

Cefa, Paolo, Apollo sono nomi che debbono sparire nella dimensione eucaristica. Perché non accada che i fedeli si leghino con una specifica appartenenza a questo o a quel ministro dell’eucarestia.

Essi, come afferma Paolo, debbono essere solo di Cristo. Perciò la condizione di anonimato che sembra impoverire il sacerdote, in realtà lo esalta identificandolo direttamente e personalmente al Cristo in persona.

Per tale motivo la figura del sacerdote eucaristico fu coperta dall’anonimato e velato in quel generico discepolo che Gesù amava; al quale Gesù stesso affidò la mistica Maria, cioè la comunità eucaristica.

DISCEPOLO SPECIALE

Un discepolo speciale, e non un apostolo, identificabile nell’Eletto, nel Giudeo, ovvero nella figura letteraria di Giuda. I nomi propri dei personaggi evangelici non costituiscono solo un elemento di individuazione.

Anzi, se adeguatamente analizzati, possono rivelarsi portatori di una specifica teologia che aderisce a quei soggetti. Nel caso di Giuda, il cui nome muta graficamente, ogni variazione allude ad una specifica qualità ecclesiologica da riferire alla sua figura.

TEOLOGIA DEI NOMI

Iouda e Ioudas sono nomi già presenti nel Vecchio Testamento in forma declinabile ed indeclinabile. Nel Nuovo Testamento invece indicano diversi personaggi:

  • il figlio di Giacobbe che dà nome alla tribù e alla terra che circonda Gerusalemme;
  • due altri apostoli, Giuda di Giacomo (Lc. 6,16) e Giuda non l’Iscariota (At. 1,13; Gv. 14,22);
  • Giuda il fratello di Gesù (Mt. 13,55; Mc. 6,3);
  • Giuda detto l’Iscariota, cioè il consegnatore-traditore.
IOUDA

Ogni nome biblico contiene delle informazioni sul personaggio che lo porta, Iouda a secondo della sequenza fonematica, l’ebraico non ha vocali, è traducibile in vario modo, tra l’altro: egli è il suo uomo, terra dell’Unico.

Espressioni che sottolineano una particolare relazione con Dio. Al nome Giuda, inteso come traditore-consegnatore, viene quasi sempre aggiunta un’espressione tradotta con Iscariote di cui non è stata data soddisfacente spiegazione.

LA BIBBIA DEI SETTANTA

Nella Bibbia in greco tradotta dai Settanta, l’espressione è tradotta in Iskariot nella forma non declinabile e in o iskariotes in forma declinabile.

Nella stessa Bibbia c’è anche l’espressione apo karoutou, da un kariote, utilizzata da Giovanni (Gv. 12,4). Questo a sottolineare che i suoni che compongono la parola assumono uno o l’altro significato a secondo della declinazione, vocalizzo, della parola stessa.

FONEMI

Proprio grazie a questi fonemi, al suono della parola come viene espressa, si può pervenire ad una serie di significati attribuibili al sacerdote eucaristico.

A lui infatti si addicono termini ed espressioni come: un capo, un nulla, perfezione e messo a morte, è agnello e guarisce i moribondi, è colui che sacrifica Gesù.

L’espressione apo karoutou, tradotta in apo ka rua otou, significa anche: in sequela, sulle alture, come figlio del Folle. Oppure, se tradotto come apo karua otou, i semi del debole di mente.

DI-ABOLOS

Giuda detto l’Iscariota viene poi qualificato attraverso termini ed espressioni negative che, se lette in modo diverso da quello corrente, indicano la sua funzione di sacerdote eucaristico e la sua attitudine a prevaricare.

In Giovanni (Gv. 6,70) è considerato un diabolos, termine tradotto con diavolo; ma se leggiamo di-abolos, tradotto come il doppiamente infantile, l’espressione indica l’uomo nella sua dimensione esistenziale di maschile e femminile, cioè io-noi.

L’espressione colta in senso negativo, cioè come rifiuto dell’uomo a crescere, denota un’incapacità dell’uomo a raggiungere il livello dell’anima.

Colta in senso positivo invece, l’espressione indica l’uomo che ha raggiunto il limite massimo della sua dimensione materiale ed atto a ricevere l’anima, boetos.

SATANAS

Come in Giovanni anche in Luca (Lc. 22,3) Giuda è abitato da Satanas. Leggendo questo fonema Sat ana(c)s, esso però assume il significato di il Signore vaglia.

L’espressione è dedotta dal libro di Giobbe, dove viene descritta la figura del Satan, e tratta proprio la vicenda dell’Eletto. Satana è un personaggio della corte di Dio, che a lui si relaziona e da lui riceve il permesso di tentare Giobbe.

Satana non è il diavolo sic et simpliciter. Ma è la tentazione che assale chi, accolto da Dio, un sacerdote ad esempio, non sa darsi completamente ripetendo in prima persona le parole di Gesù: prendete e mangiate questo è il mio corpo.

Satan quindi simboleggia il tormento dell’ uomo che non sa dare prevalenza all’anima, il suo doppio, e soffre dell’inquietudine di Agostino di Ippona.

SACERDOTE DIVISO

Giuda-Satan diventa così la figura del sacerdote diviso fra la totale adesione a quel Dio che ha assimilato nel boccone, e la dura cervice che vuole autoaffermarsi nella dimensione dell’esistenza.

Il Satan-autoaffermazione è la tentazione di ogni secolo.

UNO DEI DODICI

L’espressione greca eis ek ton dodeka, uno nei dodici, connota specificamente Giuda ed ha una forte valenza teologica.

Ordinariamente si legge eis per tis e si intende uno qualsiasi del gruppo; invece eis-tis è un sostantivo e indica l’individualità, la specialità, l’isolamento.

UNICO SPOSO

Se la stessa espressione viene tradotta come eis ekton do deka, rivela che Giuda è l’unico che appartiene alle dieci chiese/case/famiglie che possono essere acquistate.

Giuda-eletto è il singolo (eis) sacerdote eucaristico fra i dieci, cioè in mezzo alle Genti raccolte in assemblee.

Se poi traduciamo Kton come participio sostantivato di ktao, possessore e sposo, allora si può anche leggere: unico sposo delle dieci famiglie.

DIECI O UNDICI

Per comprendere meglio questo titolo è necessario fare un discorso più articolato sui Dodici, tenendo presente che i Vangeli parlano anche dei dieci e degli undici.

Numeri che sembrano indicare la perdita di uno o due membri del collegio. Invece hanno un loro autonomo spessore teologico.

Infatti, sebbene la chiamata dei Dodici avviene in progressione, alla fine si forma un unico e nuovo soggetto.

Questo gruppo non è composto da soggetti omogenei, ma comprende ben due personaggi qualificati: Pietro costituito Pastore Universale e l’isolato fra i dodici, Giuda l’eletto, costituito sacerdote eucaristico.

Ne consegue che se il collegio perde uno dei due non conserva più quella struttura che lo caratterizza e si muta in qualcosa di diverso.

DODEKA

Se dodeka, dodici, viene considerato nella sua unità, come insieme di soggetti non omogenei, esso indica ciò che oggi chiamiamo Clero. Cioè l’insieme dei ministri, servi, della Chiesa.

Quando però dodeka lo si traduce come do deka, do = case, famiglie, templi, si individua un’altra figura. Quella dei Dieci per le famiglie-templi che evidenzia, all’interno del clero, i dieci servi di unità, presenti nelle chiese particolari, e cioè quelli che oggi sono chiamati vescovi residenziali.

MANSIONI SPECIALI

A questi dieci si possono aggiungere i titolari delle due mansioni speciali: Pietro pastore e Giuda sacerdote. Ecco avverarsi quanto profetizzato dalle dodici tribù che, dopo Salomone, si divisero tra loro.

Di esse, dieci formano il regno di Samaria, considerato gentile; e due, Simone e Giuda, il regno di Giuda, che si autoproclamava unico titolare della funzione sacerdotale, i sacerdoti dell’origine.

Dossier Giuda
Basilica di San Pietro, Roma, Concilio per elezione Papa.
CLERO

Questo insieme di ministri diversi, possiamo chiamarlo clero.

Quando ai dieci (vescovi) si aggiunge Pietro pastore universale, si ha una nuova figura teologica: quella degli undici, che non esprime la quantità ridotta dei membri del collegio, ma l’ordine episcopale unito a Pietro. Cioè, il Concilio Ecumenico al quale non partecipano i sacerdoti eucaristici.

COLUI CHE CONSEGNA

In tutti i testi evangelici viene utilizzato specificamente ed unicamente il verbo ‘O paradous, letteralmente colui che consegna.

Nel linguaggio corrente del tempo, questo verbo indicava trasmettere, tramandare, accordare, permettere, concedere. E solo in un contesto legale dare, consegnare ad una autorità.

La scelta fra le due eccezioni del verbo, positiva o negativa, dipende dal lettore.

SCELTA DI SIGNIFICATO

Se leggendo il testo evangelico, il lettore ritiene di trovarsi in un contesto giudiziario naturalmente opterà per il consegnare al giudice. Presupponendo poi il tragico epilogo della Croce: consegnò perché fosse crocifisso.

Se invece si lascerà guidare solo dal testo, inserirà sempre l’azione nel contesto teologico della crocifissione e della Cena. E vedrà in Giuda la figura sacerdotale, che presenta a Dio l’Agnello pasquale, Gesù crocifisso. E distribuisce quel pane che Gesù in persona aveva posto nella sua bocca di mistico sacerdote.

APPELLO SENZA SCAMPO

L’eccezione negativa tradire è prevalsa su quella più precisa di consegnare.

Il consegnare al giudizio, atto di per sé neutro perché può sfociare anche nel trionfo del consegnato, viene inteso come consegnare alla morte.

Ed è proprio sulla negativa comprensione di questo termine che si regge la condanna senza scampo di Giuda Iscariota.

BORSA DEL DENARO

Per indicare la borsa del denaro l’evangelista Giovanni (Gv. 12,6), pur disponendo di parole come ballantion o faskolion, usa un termine che ha chiare assonanze con l’eucarestia: glossokomon.

Il termine glossokomon significa anche sarcofago e contiene al suo interno il fonema glossa che indica la Parola.

La lettura diventa ancora più credibile se si assimila komon al verbo komeo: la borsa diventa il nutrimento della Parola e il suo contenuto si tramuta da vile moneta in divine rivelazioni.

ICONA DEFINITA

Da quanto fin qui detto, ne viene fuori un’icona sacerdotale definita. Rispetto alla quale, il termine ladro configura un’indebita appropriazione delle Verità della Parola.

Equivalente a quella gelosia della Parola, che a volte, purtroppo, è il tratto caratteristico di un certo clero.

SOFRONIO EUSEBIO GIROLAMO

Sofronio Eusebio Girolamo, nella traduzione della sua Vulgata nel IV secolo, pur avendo a disposizione molti vocaboli capaci di inchiodare Giuda nel suo tradimento, ha utilizzato il termine neutro tradere, lasciando al testo la sua ambivalenza.

Girolamo comprese che il Giuda letterario (figura) profetizzava un sacerdote sofferente di un’intima contraddizione: oggetto dell’Angelo di satana che lo schiaffeggia, viene tuttavia incaricato di consegnare Gesù al mondo, quale ministro della Parola e della Cena.

GIUDA E MEGLIO NON ESSERE MAI NATO

Giuda è in buona compagnia in quanto al fatto che forse era meglio per lui non essere mai nato. Anche Giobbe e Geremia maledicono il giorno della loro nascita, e non sono certo considerati dei reietti.

L’affermazione riguarda perciò non la nascita fisica, ma l’elezione che costituisce per il chiamato una pietra di scandalo. Un incarico oneroso che vale per Giuda-sacerdote come per Giobbe e Geremia.

IL NUOVO POPOLO ELETTO

Nella Chiesa, nuovo popolo eletto, il rapporto si rovescerà. E sarà il debole ed innominato Simone ad essere Pietro, segno visibile e storico di unità.

In senso più generale, per questa sua antica posizione di subalternità nella Verità, la tribù di Giuda se ne sentiva titolare, Simone è anche il simbolo di coloro che da deboli sono diventati forti, cioè proprio i Gentili.

GALILEO E PESCATORE

Non a caso Simone-Pietro è presentato come un Galileo e un pescatore. Ovvero, un gentile e un pescatore qualsiasi che recupera e raccoglie dal mare quei pesci che simboleggiano proprio i gentili.

La figura letteraria di Simone-Pietro è dunque bifronte. Per un verso indicherà la Chiesa Gentile, e per l’altro mostrerà l’unità guadagnata dal Cristo.

GIUDA E LA RICCHEZZA DEL MAESTRO

La figura di Giuda, oltre a recuperare i tratti dominanti dell’omonima tribù, eredita un forte spessore dall’Antico Testamento. La tribù era detentrice del Tempio, assommava Dottori della Legge, Scribi e molteplici gruppi religiosi, possedeva l’Arca dell’Alleanza, cioè la ricchezza di Dio, e offriva nel Tempio i sacrifici a Lui graditi.

All’interno dei Dodici Giuda è colui che gestisce la ricchezza del Maestro, cioè la borsa, la sua Parola. Egli se ne impossessa, ladro, per usarla come crede; gestisce il suo corpo, Tempio, che consegna ai sommi sacerdoti.

Proprio consegnando Gesù, che a lui esplicitamente si affida, Giuda sul Golgota, sotto le spoglie del discepolo amato, attua concretamente il sacrificio pasquale del vero Agnello gradito a Dio.

RACCONTO EVANGELICO

Dal racconto evangelico, si deduce che gli altri apostoli non si resero conto del tradimento di Giuda; anzi, osservando il loro comportamento assolutamente passivo, bisogna dare credito proprio alla tesi opposta.

Giuda rimase insieme agli altri durante la passione di Gesù e gli eventi successivi. Paolo, infatti, nella I lettera ai Corinzi, afferma che il Risorto apparve prima a Pietro e poi ai Dodici, e quindi anche a Giuda.

LA VULGATA

Proprio per escludere questa deduzione, la Vulgata ha poi sostituito un undici al dodici. Alcuni esegeti suggeriscono di intendere il termine dodici come indicativo del collegio e non come numero delle persone presenti all’evento.

Ma in questo modo non si capisce perché Paolo non ha evitato in radice il possibile equivoco che poteva nascere dal termine utilizzato.

ATTI DEGLI APOSTOLI

Anche dal racconto degli Atti degli Apostoli, Giuda non fu sostituito in quanto traditore, ma perché era partito per il suo luogo, espressione che venne poi equiparata a morire.

Nel sostituirlo, si fa cenno alla sua morte sull’albero, ad una diaconia, ad un apostolato, ad un episcopato, all’acquisto che egli fece di un campo e di come questo assunse un certo nome per voce popolare.

Tutti questi elementi confermano che Giuda per un certo periodo, anche dopo la morte di Gesù, fu presente sulla scena in qualità di sacerdote eucaristico. Cioè, quale consacrante di quel pane e quel vino che unisce a Dio.

Da qui, si deduce che non vi era nessun contrasto fra lui e gli altri apostoli, e che non fu affatto emarginato o combattuto. Al contrario, indispensabile alla continuazione del rito dell’eucarestia istituito da Gesù.

L’ULTIMA CENA

Nel racconto dell’ultima Cena, non c’è nulla che faccia pensare a Giuda come un traditore. Egli parla affettuosamente con Gesù. E questi gli consiglia di fare subito ciò che deve fare.

Gli evangelisti annotano come gli altri commensali pensarono che andasse a procurare qualcosa indicato dal Maestro. Anche la denuncia pubblica fatta da Gesù di un traditore presente nel gruppo viene fatta ruotare in pratica su una sola parola consegnare.

Allora è lecito chiedersi come venne recepito dal gruppo lo scarno ed ambiguo termine. Cioè, i discepoli intesero che Gesù sarebbe stato tradìto, venduto, o tràdito, consegnato come eucarestia?

Ultima cena
Quello che devi fare, fallo presto.
GLI EVANGELISTI

Gli evangelisti optano per questa seconda possibilità, positiva.

L’evangelista Luca ricorda che proprio su questa dichiarazione di Gesù i discepoli cominciarono a discutere chi fra loro fosse il più grande.

Questione che può collegarsi coerentemente nell’insieme della scena solo considerando che i discepoli intesero il consegnare Gesù come un compito del tutto positivo. Intendendo che, connessa allo stesso, il consegnatore avrebbe goduto di una posizione di primogenitura.

Tenendo conto di questo racconto, quando tutti scapparono, Giuda continuò ad essere considerato dagli undici un discepolo affidabile, che ben poteva frequentarli e stare con le donne sotto la croce, identificabile col discepolo che Gesù amava.

FIGLI DEL TUONO

La vocazione di Giuda, come quella di un sacerdote, è chiamata di un Innominato. Perciò è singolare che gli evangelisti non si preoccupino di indicare come nasce il rapporto con Gesù, trattandosi di un personaggio che diventa di assoluta importanza negli eventi narrati.

Nell’economia del racconto evangelico Giuda riveste un ruolo ben più importante dei figli di Zebedeo. Eppure questi sono specificatamente chiamati. Si vedono attribuire il titolo di figli del tuono, e sono più volti presenti nel racconto, anche se poi stranamente svaniscono nel nulla.

GIUDA L’INNOMINATO

Poiché è del tutto improbabile che questo silenzio su Giuda debba attribuirsi a una distrazione o superficialità degli agiografi, viene naturale pensare che gli eventi che lo riguardano sono stati ricordati e annotati.

Ma sono stati coperti da un eclisse, tendente proprio a connotare il personaggio con quell’anonimato che costituisce il tratto caratteristico della funzione sacerdotale. Anonimato ed eclisse, non sono occasionali, ma finalizzati.

E sono facilmente risolvibili da chi ricorda che un tipico schema della Scrittura è la coppia. Ciò significa che quando l’agiografo fa entrare in scena una coppia, individuato uno dei due, l’altro deve essere il suo corrispondente oppositivo.

L’INSIEME INSCINDIBILE

Tutto nella Bibbia è doppio.

In positivo, l’uomo è composto di anima e corpo.

In negativo, la frattura dell’umanità e dell’intero creato, e come esso debba trovare la sua unità nel Cristo.

Simone e Giuda vanno perciò considerati un insieme inscindibile.

L’EVANGELISTA MATTEO

Matteo, più degli altri evangelisti, nel raccontare la morte di Giuda, completa il suo affresco teologico sul sacerdozio eucaristico.

In 27,3-10, rompendo la progressione degli avvenimenti narrati, racconta la morte di Giuda come evento isolato, sicché non è possibile collegarla con certezza in un momento anteriore o posteriore a quella di Gesù.

Però essa si collega strutturalmente con quella del Maestro: allora Giuda, il consegnante, vedendo che era stato condannato, si pentì.

PENTIMENTO

In presenza di un chiaro e attestato pentimento, non si può affermare che questa morte rappresenti un gesto di disperazione, appellandosi all’idea del suicidio. Al contrario, essa costituisce un atto di imitazione della Passione e Morte di Gesù. Per imitazione, Giuda era stato consacrato sacerdote.

Per imitazione, è chiamato a dare la sua adesione nella concretezza dell’esistenza. Collegandolo all’interno della Passione di Gesù, Matteo avverte che la coscienza sacerdotale di Giuda si è fatta adulta, perché in quella passione ha compreso che la via del Maestro è quella della morte accettata liberamente ed ingresso nell’eone animico, mediatore tra Dio e il mondo.

REGOLAMENTO DEI CONTI

Perciò regolati i conti i Sacerdoti mosaici, Giuda si avvia al suo destino di sacerdote eucaristico e vittima che lo porta liberalmente al legno.

Cioè all’albero della sua passione, da cui potrà irrorare il mondo del suo sangue e delle sue viscere sacrificali.

LA MORTE DI GIUDA

Isolando la morte di Giuda e staccandola dalla conseguente cronologia, Matteo la propone come profilo teologico del sacerdozio. Essa rivela che il sacerdote eucaristico doveva dare il suo assenso all’ordinazione ricevuta, nella quale l’ultima parola era stata quella di Gesù, non a parole come per Simone, ma con segni concreti.

L’adesione al sacramento dell’ordine deve durare tutta la vita.

La parola del sacerdote, che Matteo fa seguire a quella autoritaria di Gesù, andrà ripetuta continuamente nella celebrazione: prendete e mangiate, questo è il mio corpo.

Proprio con la morte sacrificale di Giuda, Gesù è certo di aver lasciato un vicario che nell’eucarestia renderà stabile la sua incarnazione e doterà il mondo della propria divinità.

IL VANGELO DI GIOVANNI

Giuda, che è stato figura del sacerdote tentato di deformare il piano di Cristo inserendovi finalità umane, assume le vesti del buon ladrone al quale viene immediatamente promesso il Giardino.

Nel Vangelo di Giovanni diventa l’anonimo discepolo amato al quale Gesù affida, come sua cosa propria, la Chiesa, Madre di lui che è eucarestia nei secoli e per sempre. E Giuda ne è il custode quale sacerdote eucaristico.