Pazienza illuminazione e nirvana.


la bellezza è meditazione

I BUDDHA CHIAMANO LA PAZIENZA SUPREMA ASCESI

Alla pazienza il Buddhismo riserva una particolare attenzione. I maestri buddhismi hanno scritto delle pagine sulla pazienza tra le più sublimi della letteratura religiosa di tutti i tempi.

SIDDHARTA GOTAMA BUDDHA

La pazienza, nella religione fondata da Siddharta Gotama Buddha, è la condizione perché l’uomo sia capace di accogliere la illuminazione e di raggiungere il nirvana, la felicità pura e semplice.

Il vero buddhista, attraverso la pazienza, rinuncia alle proprie esigenze, e talvolta anche ai suoi diritti, per accettare serenamente le circostanze in cui si trova a vivere ed essere completamente disponibile agli altri.

Molte leggende che narrano gli insegnamenti di Buddha hanno come filo conduttore la pazienza, e invitano ad esercitarla con ogni mezzo e con ogni strumento che la saggezza della conoscenza della Verità fornisce.

La pazienza è un vestito difficile da indossare, affermava Buddha, ma tutti i meriti si sviluppano nel momento in cui viene indossato.

Quando diciamo: vedo questa persona e mi nasce la collera. L’errore non è quella persona, ma nella nostra mente. Se volessimo eliminare dal mondo tutti gli oggetti della nostra rabbia il lavoro non avrebbe mai fine. Facciamo prima ad eliminare la collera.

Solo chi è paziente può percorrere il cammino della perfezione. Perché la pazienza esige il dominio sulle proprie passioni. Il vero paziente, sebbene ingiuriato, percosso o derubato, non può rispondere con l’odio a ciò che gli accade.

Perché mai si placano quaggiù gli odi con l’odiare, ma si placano col non odiare. Questa è la legge eterna. L’ira non ha mai giustificazione; e neppure una causa nobile, come lo zelo, per il bene spirituale altrui.

I Buddha chiamano la pazienza suprema ascesi, la sopportazione eccelso nirvana.

Non è saggio né illuminato un uomo che parla molto; ma chi è paziente, pacifico, intrepido, capace di sopportare insulti, percosse e vincoli.

NAGARJUNA

Nagarjuna, noto pensatore buddhista indiano vissuto tra il II-III secolo a.C., tenta di dare alla pazienza un fondamento filosofico. E lo fa in modo appassionato, convincente, magnifico.

La pazienza è la forza di tutte le persone religiose. Umilia i cattivi e manifesta cose meravigliose nelle assemblee. È il guardiano che veglia affinché non venga abbattuto il distacco di ciò che si possiede e la moralità.

È una grande corazza, che assicura la tranquillità d’animo e la pace. Perché allora mi irrito? Se io ora sopporto l’offesa, sfuggirò per sempre al dolore. Per questo io non devo avvertire la collera.

Sapere ciò, significa entrare in possesso della pazienza verso le cose e si ottiene la suprema e perfetta illuminazione“.



ARYA SURA

Un autentico trattato sulla pazienza ci viene offerto da Arya Sura, vissuto tra il III-IV secolo d.C., nella sua famosissima opera Jatakamala, racconta la storia di Ksantivadin, predicatore di pazienza, che la confonde con le due virtù sorelle: la benevolenza e la compassione.

Queste due virtù fanno del Buddhismo, dal punto di vista cronologico, la prima religione del mondo basata sull’amore e la fratellanza.

Grazie alla pazienza, afferma Arya Sura, l’uomo evita la malvagità perché ha vinto le cause che la suscitano e non avvertirà più odio per alcuno. Anzi, la pazienza aiuta la forza della sua amichevolezza. Per questa ragione, egli sarà una personata amata e onorata, e avrà una vita felice.

La pazienza uccide la magia, nemica della Legge, ed è un magico strumento di liberazione e fonte di felicità. Allora chi non deve sforzarsi in ogni maniera per ottenere la pazienza, la virtù che conduce inevitabilmente verso il bene?

SANTIVEDA

Il mistico Santiveda, vissuto in India tra il VII-VIII secolo d.C., nella sua opera Bodhicaryavatara, introduzione alla pratica del risveglio, descrive con maestosa efficacia la perfezione della pazienza: “non c’è male uguale all’odio, né ascesi uguale alla pazienza; perciò conviene coltivare e realizzare la pazienza con ogni sforzo e vari mezzi”.

Nel buddhismo chi cerca questa virtù deve ricordare che il dolore ha un grande valore. Perché, col turbamento che ispira, abbassa l’orgoglio ed eccita la pietà verso le creature.

Fa temere il peccato, fa amare lo Svegliato. Il dolore proviene dalle nostre malefatte, perché dunque adirarsi contro qualcuno? Le avversità della vita servono a farci esercitare la pazienza.

Il cammino della pazienza è certo arduo.

Ma se compiuto gradualmente è alla portata di tutti. Non esiste nulla, per quanto difficile, che con l’esercizio non si possa ottenere. Assuefacendoci alle sofferenze leggere, arriveremo a sopportare le grandi.

Perfino il nemico è considerato come un benefattore, il suo atteggiamento aggressivo contro di noi è giustificato dalle nostre responsabilità, perché la pazienza si produce proprio condizionata dalle sue malvagie intenzioni.



 

sGAM.PO.PA

sGam.po.pa (Tibet 1079-1153), secondo in autorità solo al Buddha, nel suo Prezioso Ornamento di Liberazione, riassume la perfezione della pazienza in sette punti.

Essa è fonte d’insuperabile felicità e fondamento unico della illuminazione. Perché è pronta ad investire la natura dell’intera realtà stessa.

L’esatto opposto dell’impazienza. La quale è causa di preoccupazione e quindi non ci permette di sperimentare la gioia, la felicità o la pace. E ci è impossibile perfino dormire.

In questa ottica di perfezione, finanche i nemici diventano benefattori. Poiché l’illuminazione non si realizza senza l’accrescimento della pazienza e la purificazione da essa adoperata in noi.

GESHE NGAWANG DHARGYE

Geshe Ngawang Dhargye sintetizza con frizzante umorismo la tradizione buddhista tibetana sulla pazienza attraverso un mirabile aneddoto. “In Tibet, c’era una volta un uomo dedito alla meditazione che viveva in una montagna con il suo gallo.

Un giorno venne un ladro per rubare, ma il gallo lo acchiappò e cominciò a beccarlo. Il contemplativo gli disse di smettere, ma il gallo continuò a beccare fino a quando egli gli gridò: sopportazione. Allora il gallo immediatamente smise“.

Da questo aneddoto si evince tutta la forza della non violenza praticata dai buddha e condivisa da intere generazioni di fedeli per raggiungere la suprema ascesi e l’illuminazione che condurrà al nirvana.

 

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