La potenza di un sorriso dice più di mille parole

Un tiepido raggio di sole si fa faticosamente strada nell’oscurità della notte. Un bagliore improvviso mi investe come se fosse un sorriso sincero di benvenuto. La sua potenza è spesso più profonda di mille parole!

Una leggera brezza mattutina sferza i visi ancora assonnati dei passeggeri in attesa lungo la banchina. È l’alba. Ma il cielo sembra non accorgersene. Si prospetta una giornata afosa. Grigia e cupa.

Cupa come la faccia di un clochard che si tira dietro un carrello per la spesa, preso in prestito a chissà quale supermercato. È pieno di cartoni arrotolati, di buste di plastica colme di fogli di giornale e di una logora coperta, il cui colore si fatica a distinguere tra le innumerevoli macchie variopinte che la ricoprono. È tra la gente, ma nessuno lo nota.

Tutti di corsa, e tutti con l’immancabile cellulare tra le mani. Tutti distratti, tutti di pessimo umore. E tutti scortesi ed arroganti nella loro boriosità di sentirsi insostituibili ed onnipontenti. Si fatica persino a stare in piedi tra uno spintone e l’altro.

Uomini dimenticati
Ogni uomo è l’immagine della società in cui vive. Il clochard è l’immagine del fallimento di quella società.
La banchina si riempie di gente, sempre più.

Imprecazioni, maledizioni, ogni sorta di fantasiosa lamentela si eleva da ogni dove contro i perenni ritardi dei treni. L’umanità civilizzata non si è ancora svegliata è già volge improperi contro se stessa e il mondo!

Il clochard mi è vicino, sorride scuotendo la testa. «E poi il matto sarei io!», afferma divertito e sobbalzato da una sonora risata. «Mi daresti un euro per un panino», mi chiede all’improvviso tornato serioso, guardandomi dritto negli occhi.

Lo sguardo è sincero, limpido come l’acqua di una fonte di montagna. Non c’è menzogna nel suo chiedere, nè dispiacere in un possibile diniego. La mia mente è turbine di pensieri, la voce non riesce a farsi largo nella mia bocca.

L’uomo mi sorrise, punta lo sguardo sulla gente e fa per allontanarsi. Lo trattengo per la manica di un sudicio impermeabile e gli regalo una banconota da cinque euro. Mi ringrazia con un cenno del campo e riprende il suo cammino, mentre un miracolo si compie.

Dove prima non c’era neanche lo spazio per uno spillo, ora un lungo corridoio si apre come d’incanto tra la folla innanzi ad un uomo che cammina fiero e conscio della sua diversità, tirandosi dietro un carrello per la spesa cigolante.

E come inghiottito dai flutti in tempesta, scompare tra le onde di un mare di gente che si infrangono sugli scogli di un nuovo motivo di imprecazione: «perché lo Stato non fa nulla per togliere questo sudiciume dalle strade?»

In attesa del treno
Passeggeri in attesa: l’umanità civilizzata non si è ancora svegliata e già impreca contro se stesso e il mondo!

Il treno finalmente arriva in stazione, e la banchina si svuota.

Ed io guardo la moltitudine prendere d’assalto il treno come cavallette affamate in un campo di grano. 

Trovo posto accanto ad una studentessa e di fronte a due uomini in giacca e cravatta. Probabilmente business man, presi da una accesa diatriba riguardante un libro: la forza della regione di Oriana Fallaci.

L’autrice sostiene che il terrorismo non è l’unico aspetto della strategia araba di conquista, ma solo il più eclatante e il più roboante: in realtà il loro obiettivo è quello di distruggere gli occidentali dall’interno, insinuandosi nella loro cultura.

I due uomini dibattono animatamente. Uno favorevole alle tesi della scrittrice, l’altro non del tutto contrario ma con dei distinguo. 

In cerca di consenso.

Ognuno dei due cerca di convincere il contendente ad abbracciare la propria tesi. Coinvolgono altri uomini, vestiti allo stesso modo, che seguono divertiti la discussione seduti sulle poltrone di fronte. In breve, tra serio e faceto, tutti i passeggeri del vagone vogliono far sentire la propria voce. Ognuno vuole esprimere la sua opinione, ognuno cerca alleati come un novello Alcibiade nell’aeropago.

Ma più di tutto stupisce la crescente ostilità verso il mondo islamico, colpevole di non far nulla per annientare i sterminatori di morte in nome del Profeta. L’ostilità è espressa con veemenza e senza nessuna remora. Persino passeggeri di chiara fede islamica, ormai occidentalizzati, ne condividono le perplessità.

Mi ritrovo a domandarmi se non sia giunto il tempo di porre un freno al balletto di ripicche e accuse che sta avvelenando i rapporti tra culture. Se chi ha voce, politici e uomini di fede delle varie religioni, non si rende conto del pericolo grande e devastante che si sta prospettando all’orizzonte: l’ostilità per il diverso. L’uomo stesso nella sua natura di essere vivente.

Palmira, distruzione
Violenza gratuita a Palmira. Distrutte le testimonianze della storia.
L’ostilità alla fine sfocia nell’odio.

L’odio sfocia nella violenza, e la violenza nella brutalità e gratuità.

Una volta giunta, la violenza è difficile da debellare dalle menti e dai cuori delle persone, anche le più pie e sante. Ne sa ben qualcosa Papa Francesco, che da quando è iniziato il suo pontificato, ne ha fatto una bandiera e non fa che chiedere di porre fine alle ostilità belliche e di ridare dignità all’uomo. Alla sua singolarità.

La sua voce purtroppo è spesso inascoltata. Anche perché non supportata con forza da nessuna autorità islamica in fatto di fede. Troppe scuole di pensiero, e troppi differenti modi di attuazione della stessa teologia coranica attraversano il mondo islamico e ne caratterizzano le leggi dei paesi che lo compongono.

I novelli Caino.

C’è una guerra in atto nell’Islam. Una guerra che non ha nulla a che fare con il popolo islamico e la politica sana. È una guerra più subdola e più sanguinaria: è una guerra di interpretazione di teologia coranica. Islam contro Islam, scuola di pensiero contro scuola di pensiero. Fratello contro fratello. Nessuno escluso!

Afghanistan, Timor Est, Iraq, Sudan, Siria, e molti altri paesi ancora, sono solo ghiotte opportunità fornite da un occidente cieco e da un Islam impotente. Occasioni sfruttate magistralmente da uomini senza scrupoli per distogliere l’attenzione dal vero e unico obiettivo: destabilizzare e impossessarsi dell’Islam stesso.

Impossessarsi della mente dei suoi fedeli, del suo credo religioso e della sua attuazione. In ultima analisi, impossessarsi del Corano stesso. La parvenza religiosa, politica ed economica è solo un paleativo per giustificare la mattanza fratricida. Per giustificare l’uccisione di chi non la pensa allo stesso modo.

La storia ritorna.

Nel mondo islamico sta accadendo ciò che accadde all’Occidente nel XII secolo, gli anni bui dell’inquisizione. Al rinnovamento sociale, culturale, vitale e fiorente dei Comuni, si frappose la cieca ortodossia clericale di pochi, condotta con sistemi rigidi, arbitrari e spietati. 

Il Tomas de Torquemada islamico di turno, si arroca il diritto di condurre il suo compito di salvatore dell’Islam con ferocia determinazione. Si attrezza delle stesse armi di tortura, anche se più sosfisticate, e degli stessi consigliori forgiati dalla sua mente.

Tomas de Torquemada fu fornito dell’autorità necessaria, se così la si può difinire, dal potere costituito, dalla allora Regina di Spagna, Isabella di Castiglia, in ottemperanza all’ordinamento legislativo in materia di fede, e quindi di inquisizione, emanato da vari pontefici.

Innocenzo III, tra il 1199 e il 1206, fornì ai vescovi l’intera procedura inquisitoria. Gregorio IX, tra il 1231 e il 1235, pose fine al caos dei molti tribunali isituiti presso ogni sede episcopale affidando il compito, e l’autorità di tribunale inquisitorio, ai domenicani. Alessandro IV nel 1255 concesse agli inquisitori totale indipendenza e il diritto di assolversi a vicende degli abusi che avrebbero potuto commettere.

Tomas de Torquemada, l'inquisitore
Tomas de Torquemada, inquisitore in nome della fede.

I moderni Torquemada.

I moderni Torquemada islamici, non potendo essere supportati da un ordinamento legislativo simile a quello dell’originale, si autoproclamano Califfo dell’Islam e affidano, come da tradizione, compiti ben precisi a uomini di propria fiducia. 

Questi uomini di fiducia sono soprattutto dei combattenti addestrati a perseguire gli erertici dell’Islam e quanti, occidentali e islamici moderati o di altra etnia, turbano il pensiero del vero musulmano attraverso le false concezioni di libertà, di libero pensiero e di conoscenza, che le nuove tecnologie irrimediabilmente portano nei comportamenti e nella quotidianità spicciola delle persone.

Secondo il diritto musulmano, l’Islam, con tutti i suoi milioni di fedeli, teoricamente costituisce una unica comunità, e quindi un unico Stato, retto da una unica legge, la Shari’a. La legge di Allah, la cui tutela e applicazione è demandata ad una unica persona, il successore di Maometto, il Califfo.

Il Califfo è una figura di diritto pubblico. Egli viene eletto democraticamente in forza di un contratto regolarmente proposto dalla comunità e da lui accettato. La sua autorità è soprattutto morale. E per assolevere al suo compito, può servirsi di collaboratori, uomini degni da lui scelti.

Ortodossia.

La realtà storica fu ed è ben diversa. L’Islam non è mai stata una comunità unitaria. Nessun Califfo è stato mai eletto democraticamente. E ciò è stato e viene giustificato adducendo l’arteficio giuridico di stato di necessità. Ieri come oggi, le correnti di pensiero all’interno dell’Islam (Kharigismo, Sciismo, Sunnismo, etc.) influenzano le decisioni delle comunità in cui governano, non permettendo un intento comune della causa islamica.

L’Islam è un mondo, come ha dimostrato la storia, che non si governa con la spada ma con la fede. I moderni autoproclamatosi Califfo lo sanno. Perciò cercano di destabilizzare dall’interno i paesi arabi stessi, moderati e non, colpendoli proprio là dove dovrebbe essere più stretta e ferrea l’ortodossia coranica: l’osservanza della legge.

Gli uomini del Califfo, come i domenicani di Torquemada, si sentono giustificati da tali efferrati crimini contro i propri fratelli e contro l’occidente, perché scelti dal Califfo come uomini degni e da esso eletti a martiri e ad unici guardiani della vera e sola legge ispirata al Profeta, a Maometto.

L'amore non conosce guerra
L’amore è l’arma che distrugge tutti gli armamenti di guerra.
Fronte comune.

L’Occidente, l’Islam moderato e tutti gli uomini che credono nella diversificazione benevole delle culture, se non troveranno una unanimità di intenti e di idee saranno presto coinvolti nella più brutale guerra di religione che l’umanità possa avere mai immaginato. Odio e pregiudizio hanno già cavalcato la tigre.

Non sarà una guerra combattuta in un’area definita, le aree di crisi attuali sono solo l’antipasto, ma planetaria. Perché stiamo parlando di una cultura millenaria, con miliardi di fedeli, la maggior parte inconsapevoli, che vuole sopraffare le altre. 

Scetticismo, dubbio sono una buona cosa. Anzi, un approccio critico è giustamente quello che ci vuole nei confronti di una cultura a noi distante. L’importante è non trasformarlo solo in una sterile opposizione intellettuale o, cosa ancora più grave, in una scusante per non prendere una decisione. L’odio religioso e per il diverso da noi si è già instaurato nelle menti e nei cuori dei popoli.

Oggi più che mai, un sorriso schietto e leale è il devastante grido di speranza che deve allietare la nostra giornata. Deve squarciare le nostra mente ed indirizzare i nostri intenti al confronto affinché non rimanga solo un desiderio, mitizzato e svuotato del suo significato più profondo: l’uomo sopra tutto e tutti.

L’uomo all’uomo.

Un desiderio che non deve appartenere solo a una parte di umanità, ma a tutta l’umanità. La potenza di un sorriso aiuta ad affrontare le sofferenze e a realizzare i desideri che anelano nei cuori delle persone. Implica azioni concrete e non estraneamento, disinteresse o fatalismo passivo. Un sorriso contaggia. Implica coraggio.

Non c’è niente da reprimere, nessuna parte di noi da rinnegare, da combattere. Non c’è nessun bisogno di nasconderci dietro una maschera di laici illuminati. Non esistono buoni o cattivi mondi in assoluto. Niente va distrutto o dimenticato, o lasciato al suo destino. Perché tutto si può e si deve trasformare.

Sono in gioco le nostre idendità di popoli, di culture, di libertà individuali e di pensiero. È in gioco il nostro essere stesso umanità. Un sorriso, la sua innegabile potenza di speranza e di vita, è lì a testimoniarcelo. È il grido di dolore e di speranza che ognuno di noi deve urlare al mondo con i capi delle altre religioni: ridiamo l’uomo all’uomo, non importa a quale credo appartenga.

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