La cucina metafora della democrazia

Viviamo in anni di sgomento sociale e la cucina consente il ritorno all’utero materno. Permette di illudersi sulla socialità, sulla mancanza di regole e sull’inutilità delle forme burocratiche che appartengono alla vita di tutti i giorni. 

La cucina è diventata la metafora della democrazia. Spazio da abitare e reinventare. E tenta di stare al passo con i tempi. Tra solitudine e socializzazione. Allora, come e che cosa cucineremo domani?

Tra qualche decennio, la maggior parte della popolazione mondiale vivrà in un ambiente urbano. Le città assumeranno forme inaspettate e con loro il vecchio focalare si trasformerà in un laboratorio di studio per architetti, politici, sociologi. L’habitat domestico si organizza per accogliere forme di vita più complesse.

Ambiente futurista

Futuro e cucina
Quattro muri e un computer.

Tra i vari ambienti che compongono una casa, la cucina risulta essere di gran lunga la realtà in cui si investe di più. Sia economicamente sia progettualmente. Perché? Forse deve celebrare lo status simbol della casa, dei suoi componenti, o avvalorare il rito del cucinare e dello stare insieme? O più semplicemente perché è rimasto l’ultimo luogo in cui la famiglia riesce ancora a guardarsi in faccia?

Se la democrazia alberga tra pentole e fornelli, allora è proprio vero che l’habitat cucina riassume sogni e frustrazioni della società!

Non è un caso che si cucini in ambienti sempre più asettici e sofisticati. Sempre più complessi e pieni di nuove problematiche: smaltimento di rifiuti differenziati, utilizzo di elettrodomestici intelligenti, impiego di nuove fonti di calore, materie prime a chilometro zero, etc. etc…

La cucina non è più luogo di genuina convivialità, ma si è trasformata in una opera d’arte. Le cucine si sono trasformate in architetture postglobalizzate. Gli spazi deputati un tempo alla preparazione delle pietanze, oggi negano ogni confronto reale con alimenti e gusti. Cuciniamo e mangiamo in luoghi slegati dalla nostra vita e dalle nostre emozioni.

Cuochi e sociologi

Tv e cucina
La tv impone nuove regole al mangiare.

Nuovi equilibri, perfetti ma incorporei, ridefiniscono l’orizzonte domestico. La creatività si confronta con gli attrezzi quotidiani del mangiare e del cucinare, reinterpretando astrattamente bisogni, nevrosi e sogni delle persone. 

Tutto sembra cambiare, ma in realtà non cambia nulla. Questo volere far sembrare di ritornare alla socialità, all’ospitalità, all’incontro e alla conversazione, non sono altro che l’accentuazione della solitudine dell’individuo e dell’ostilità sociale in cui esso vive.

Le forme rituali del cucinare sono sempre le stesse, certo; ma ci si rende conto che si stanno svalutando le esperienze sensoriali. Tutto perde valore, degrada e sparisce. Le privazioni sensoriali legate al gusto, al tatto, all’olfatto, sono sempre più accentuate e nuovi gusti, sapori, odori vengono costruiti in laboratorio.

La questione cucina è diventata una cornice argomentativa per molti altri ragionamenti altrimenti non trattati. I maggiori networks mondiali mandano in onda programmi di cucina a tutto andare, creati appostasitamente come contenitori di notizie svariate e variegate, spesso senza nessun nesso comune, pur di tenere incollati agli schermi gli utenti e vendere pubblicità. La cucina è il nuovo strillone pubblicitario.

Agli aspetti culturali e storici che la cucina rivendica in tutta la sua magnifica realtà, spesso identikit di un intero popolo, vengono create figure retoriche molto complesse. E vuote. Esempio ne è il fagiolino tal dei tali, di una sperduta zona del globo, elevato agli onori della cronaca per diverse ore in una trasmissione televisiva e poi dimenticato e sepolto a fine trasmissione.

Progettare il cibo perfetto

Cibi del futuro
Il cibo del futuro sarà sempre più sensoriale.

Le grandi multinazionali del cibo sono orientate sempre più verso un nuovo business, chiamato perfomance del cibo. Una concezione nuova del mangiare che dovrà comunicare un messaggio, una esperienza, una sensazione o una conoscenza dimenticata di un piatto. 

Il cibo non è più quindi solo nutrimento per un corpo, ma diventa laboratorio di sperimentazione e di conoscenza in continuo divenire. Un vero itinerario alla scoperta della chimica e della biotecnologia, dell’arte e del design, della medicina e della psicologia.

Scienza, luoghi, distribuzione, cultura e prodotti vengono argomentati come un microcosmo di intenti benemeriti, atto a mettere in risalto il macrocosmo di aiuti umanitari che permette di abbattere, e comprendere, le complessità dinamiche economiche, sociali e industriali dei paesi in via di sviluppo, il cosiddetto sviluppo equo solidale.

Il globale non può prescindere dal locale. E le multinazionali nutrizionali sono straconvinte che la globalizzazione non sia più capace di spiegare il mondo in trasformazione, perciò i luoghi in cui si mangia diventano glocali, termine che nasce dall’unione di globale e locale.

Con-fusion

Quicnic, il nuovo evento sociale
Quicnic, il nuovo concetto sociale per favorire una maggiore integrazione.

Proprio come in ogni democrazia ognuno può esprimere le sue idee liberamente, così in cucina esistono concetti di pensiero i cui fautori cercano di pubblicizzarli il più possibile per renderli dei cult. È il caso del food design. Cuochi che vogliono far ripercorrere alla cucina il destino dell’arte.

Ci sono i cuochi futuristi, quelli che usano la fiamma ossidrica o il pH-metro; cuochi naif, quelli che utilizzano cibi poveri o molto ricchi a secondo di come si svegliano al mattino. Cuoghi dietologi, quelli che costruiscono diede tout court a secondo dell’aspetto del cliente.

Cuochi neorealisti, quelli che riprendono i piatti della tradizione popolare secolare e la contaminano con ingredienti e spezie di altri paesi; cuochi impressionisti, quelli che nel menù hanno i colori e non le pietanze, e secondo il colore scelto, preparano piatti con predominanza del tono prescelto.

Ma soprattutto ci sono loro, i guru della dining experience. Gli inventori di nuove esperienze di cibo per gente sempre più indaffarata e sollecitata. I tradizionali luoghi della ristorazione non bastano più. Si mangia e si beve nelle situazioni più strane. La pizza si rifà il look… e diventa cono da passeggio!

La pizza rivoluziona la forma, non il gusto e l’impasto, e diventa un cono. Sinonimo del made in Italy, è da sempre soggetta ad infinite declinazioni del gusto. L’intrinseca esigenza di gustarla in un luogo urbano sta all’origine della pizzeria itinerante lungo-chiosco. Qui il rito della gustazione abbraccia quello contemporaneo del movimento e della velocità, l’ingombro è minimale, coni pizza belli e pronti al via.

Ispirato alla massima versalità è anche il roll-away, karaoke sushi bar itinerante, con tanto di arredo e tavoli a struttura modulabile da montare a piacimento dove si vuole. E per gli amanti della natura, è in voga il quicnic, termine che nasce dall’unione delle parole quick=veloce e picnic.

Ordini, e ti viene consegnato il classico cestino da picnic. Al cui interno, oltre alle pietanze prescelte, ci sono arredi che ricreano in maniera astratta la natura, dall’erba ai tronchi. È il nuovo concetto di evento sociale che diversi managers hanno sposato per spronare i dipendenti a socializzare di più tra di loro. I risultati sono brillanti, più produttività e meno stress per tutti.

Gusto cercasi

gusto e sapore
Il buon cibo allena il corpo e la mente.

Ciò che stupisce nell’arte del mangiare bene, è che chef e ristoranti fanno a gara per sorprendere i clienti, soprattutto i millennial, spesso spostando l’attenzione dal gusto all’estetica. I glitter eduli dilagano nei cocktail e nelle pizze, come gli aromi iniettati nei dessert. Il mantra è creare momenti esperienziali e socialmente condivisibili.

Gusto e sapore vengono sempre più sacrificati sull’altare del profitto, coltivatori e produttori di materie prime messi alla fame da prezzi fissati dai grandi distributori. La tanto declamata democrazia in cucina ripercorre pari pari le contraddizioni e i controsensi di quella reale. L’iperbole libertà e progresso per tutti campeggia a bella vista solo nell’immaginario collettivo. La verità è altra.

E quell’altra è difficile da digerire. Perché purtroppo il denaro ha sempre la meglio su qualunque persona, popolo o continente, o buon proposito. E la colpa è nostra. Nostra la resa incondizionata ai detrattori del gusto, al culto del mordi e fuggi, al richiamo delle sirene che promettono sensazioni enogastronomiche uniche e strabilianti, alle multinazionali che invogliano a comprare gourmet pronti in tre minuti.

Democrazia fa rima con meritocrazia. Come diamo credito alla meritocrazia per ogni ruolo importante della nostra società, diamoglielo anche in cucina. Chi lavora duramente per produrre materie prime di alta qualità, senza conservanti e senza soluzioni chimiche, merita il nostro rispetto e il nostro sostegno.

Solo così il suo lavoro non cadrà nell’oblio e aiuteremo davvero l’uomo, quel popolo, quella nazione o quel continente, ad uscire dall’ipocrisia della democrazia in cucina declamata dalle lobby e da tutti quelli che ne abbracciato il mantra per profitti propriamente personali. 

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