Il silenzio, il concime dell’essere vita.


Il silenzio crea

Se la parola è la fucina della creazione in tutte le sue declinazioni, il silenzio ne è il principio ispiratore. Parola e silenzio sono fratelli che corrono mano nella mano incontro all’umanità e la stimolano ad essere in continuo divenire. Per tale motivo, in tutte le religioni, il silenzio ha un ruolo di primaria importanza.

Il silenzio è il motore della propria crescita, non solo spirituale ma anche esistenziale. La parola viene generata e riposa nel silenzio. Attraverso il silenzio, l’ascesi fa percepire la forza della parola. Il connubio è fortissimo. 

Una religione senza silenzio che conduce alla spiritualità interiore si riduce nel migliore dei casi a mera cultura e nel peggiore a folclore e ritualismo. La religione, qualunque credo essa abbracci, è la cultura dello spirituale; è l’interiorità che inventa forme nuove di appartenenza, più consone al proprio linguaggio e alla propria sensibilità.

L’interiorità è sostanzialmente silenzio. Per questo può essere definito interiorità, perché chi lo vive si è fermato e si è messo ad ascoltare. Ha abbanodonato il flusso delle attività fisiche e ha messo a tacere quello dei pensieri, così da poter ricevere quello che c’è: il dono del reale.

Il silenzio è il teatro della propria vita
Il silenzio conduce ad esplorare sentieri sempre nuovi e stimola la voglia di avventura innata in ciascuno di noi. Il silenzio è il teatro della propria vita così com’è, senza veli o maschere.

I sentieri del silenzio

La storia delle religioni offre numerose e dotte opere sul silenzio. Il silenzio attrae e insieme respinge, esattamente come il sacro, perché ci ricorda la morte. Effettivamente vi è uno stretto legame tra morte e silenzio. Imparare a fare silenzio significa anche imparare a morire; non a caso imparare a morire è lo scopo della filosofia e della vita spirituale.

Il vertice della sapienza umana consiste proprio nell’imparare a morire, cioè nel non avere più paura della morte. Le grandi tradizioni spirituali collegano la saggezza in modo inversamente proporzionale alla quantità di parole usate: meno si parla, più si è saggi. Pitagora esigeva addirittura cinque anni di silenzio per gli aspiranti filosofi.

Il libro dei Proverbi dice: “Chi è parco di parole possiede la scienza, uno spirito silenzioso è un uomo intelligente” (17, 27). Il saggio è colui che parla poco. Perché ha una cosa più importante da fare: ascoltare. La dimensione spirituale più è matura, più è legata alla capacità di ascoltare, cioè fare sì che il silenzio parli per essa.

Il silenzio nelle religioni

Nell’induismo il silenzio non è contrapposizione alla parola, non è assenza di parola, ma è essenza di tutto. Nei Veda, la ricerca del silenzio si fonda sulla sillaba Om che contiene tutto l’universo e tutta la sua forza ispiratrice. Infatti sta scritto: gli stadi inferiori si apprendono nella parola, gli stadi superiori nel silenzio.

Nell’islam, tra i 99 nomi di Dio non c’è il silente, ma c’è assami che è colui che ascolta. Non solo Dio, ma anche l’uomo deve essere silenzioso per ascoltare Dio che gli parla. Dio parla attraverso la creazione e la rivelazione. Dio è colui che ascolta in silenzio ma anche colui che parla in silenzio. Il silenzio diventa parola e la parola diventa silenzio. Nel Corano si parla del silenzio nella Sura 19, in cui si racconta di Zaccaria, padre del futuro Giovanni Battista, e del suo silenzio come un segno, come testimonianza e come prova. Nella stessa Sura Maria, madre del futuro profeta Gesù, è invitata da Dio dopo il parto a fare un digiuno della parola, un digiuno nel silenzio. In arabo il termine il silenzioso è contrapposto al termine il parlante, che possiamo individuare come la contrapposizione tra interiore ed esteriore.

Nel buddismo si parla di silenzio sacro, si parla del nobile silenzio. Il nobile silenzio non consiste nel tacere perché non si vuole dire quello che si avrebbe da dire o perché si vuole nascondere un segreto, ma è la pietra filosofale personale che si è trovata. Il nobile silenzio è nobile perché non ha niente da dire inutilmente. E siccome non ha niente da dire non nasconde niente, ma placa le inquietudini che potrebbero sorgere da noi. Il silenzio non è altro che essere come si è, e vede ciò che semplicemente è com’è

Nell’ebraismo il silenzio è la forma più autentica del manifestarsi del Signore. Cioè, vedere il Silenzio (Is 6,1). La voce di vento leggero che si rivolge a Elia (1Re 19,12) è nella tradizione ebraica la voce sottile del silenzio. La voce del silenzio è una teologia del Silenzio, ovvero una teologia che fa del Silenzio il Logos stesso di Dio. Questo Silenzio va anzitutto ascoltato. Poiché il Silenzio soltanto è infinito, non si lascia catturare da alcun logos, né definire filosoficamente come sostanza o fondamento. Il Silenzio, dunque, parla, e proprio nel suo tradirsi in parola interpretante rivela se stesso.

Nel cristianesimo la parola di Dio è tutta intrisa del suo silenzio. Infatti il cristianesimo è la fede in una Parola che sta sospesa tra due silenzi: il silenzio dell’origine e il silenzio del destino, il silenzio fondale e il silenzio dello Spirito che in noi lascia che la parola taccia e si dica nella vita. Il Verbo sta tra i due silenzi. Il cristianesimo è dunque sospeso come Parola tra due Silenzi. Al centro del cristianesimo c’è la Parola. La Parola è la porta del Silenzio, e il dovere del cristiano è la trasgressione della Parola. Non la trasgressione di fare quello che si vuole o ci aggrada, ma la difficile e tragica trasgressione di obbedire alla parola, cioè di essere in rapporto reciproco con la parola, ascoltandola nel silenzio e penetrandola nel silenzio.