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Gesù e la parola, slide per una crescita interiore.

Gesù di Nazareth, chi è costui? Sembra paradossale porsi questa domanda, eppure nasconde una grande verità. Ciò che per noi è palese e inconfutabile, alle volte non lo è! Gesù di Nazareth è la dimostrazione lampante di questa affermazione.

Quando parliamo di lui diamo tutto sempre per scontato: ma realmente, veramente, cosa sappiamo di lui? Molto o poco, a seconda della sensibilità personale o della fede. Eppure, anche coloro che credono di saperne abbastanza ne sanno poco. Come nel mio caso. Perché?

Gesù il silenzioso

Questa convinzione mi è nata nel momento in cui ho cominciato a leggere con più attenzione i Vangeli. La prima cosa che balza agli occhi è che Gesù parla poco. E quel poco che dice, lo afferma con una frase al massimo. Non è che gli mancassero le parole, al contrario. Eppure si esprime in questo modo, perché?

Gesù conosce la potenza delle parole e il loro profondo significato, perciò è molto parsimonioso nell’utilizzo delle stesse. Inoltre egli è nato, e si è formato, in una cultura profondamente immaginifica dove ogni lettera dell’alfabeto rappresenta e descrive un intero mondo di vita, sia passata e presente vissuta, che futura da vivere.

Le lettere dell’alfabeto ebraico sono state utilizzate da Gesù come slide per esporre il proprio pensiero.

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La parola è formato da lettere, e le lettere dell’alfabeto ebraico sono una fucina di significati e di immagini che narrano ogni istante del quotidiano, del passato e del futuro che verrà. Raccontano chi è veramente e cosa è il popolo ebraico.

Non bisogna mai dimenticare, quando leggiamo i Vangeli, che Gesù è ebreo e parla e ragiona come un ebreo. E l’ebreo parla per immagini attraverso “storie”, quelle che noi chiamiamo “parabole”. In ebraico queste parabole sono chiamate “midrash”.

Nella credenza comune si immagina Gesù un gran chiacchierone, un uomo pronto a cogliere ogni pretesto propizio per parlare con chiunque volesse ascoltarlo. Non è così. Gesù era un taciturno, un avaro di parole. Non nel senso che non sapesse cosa dire, anzi. Ma proprio perché conosceva bene il significato profondo della “parola”, la utilizzava con molta parsimonia.

La parola è il mattone, la testata ad angolo, di una costruzione personale, interpersonale o collettiva. Tramite la parola è stato creato tutto ciò che conosciamo. La nostra storia personale è fatta di parole che si collegano ad aventi che ci hanno interessato, che ci hanno fatto diventare ciò che siamo.

Gesù e la parola

Zapping

La cultura in cui è cresciuto Gesù è una cultura che parla attraverso le immagini e per mezzo di esse espone i propri sentimenti, le proprie passioni, le proprie gioie e i propri dolori. Ogni parola che viene pronunciata in questa cultura è un mondo che si apre nella mente di chi ascolta.

La parola è il telecomando con cui la mente fa zapping per trovare il programma che gli interessa: educativo, storia, spettacolo, intrattenimento, film, e molto altro ancora.

Gesù utilizza i midrash conosciuti al popolo e li personalizza a secondo dell’evento o della circostanza in cui è coinvolto. Il midrash è una catechesi visiva, è il racconto di un sentimento. È il sentimento che si fa parola, perché il sentimento è sempre definito da una sola parola, non ha bisogno di aggiunte.

Lo stesso facciamo anche a noi! Quando affermiamo “amore, odio, felicità, paura, rabbia o altro”, non abbiamo bisogno di aggiungere altre parole perché nella mente di chi ascolta si prefigura subito lo stato d’animo che stiamo provando.

La parola è formato da lettere, e le lettere dell’alfabeto ebraico sono una fucina di significati e di immagini che narrano ogni istante del quotidiano.

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parola viva

La notizia, la buona novella di Gesù

L’unica differenza che c’è tra parola e ascolto, è il vissuto personale: chi ascolta identifica sempre il sentimento espresso con la propria sensibilità personale e lo interiorizza secondo questi canoni.

Gesù conosce molto bene questi concetti, li padroneggia, ma non ne approfitta. Lascia alla libertà dell’ascoltatore il trarre i dovuti insegnamenti. Egli è solo l’araldo di una “notizia”, è voce e vissuto di quella notizia.

Il problema sorge quando vogliamo farci emulatori del suo vissuto, quando cioè vogliamo penetrarne il pensiero senza avere gli strumenti adatti. E gli strumenti sono la conoscenza delle parole, il contesto in cui sono state dette, l’immagine che vogliono trasmettere, a chi e perché sono state pronunciate, quali lettere dell’alfabeto sono state utilizzate.

Come accennato prima, le lettere dell’alfabeto ebraico dicono molto di più di quanto possiamo pensare, esse da sole specificano e narrano più di un testo scritto, più di una intera enciclopedia. Non a caso le parole scritte nei testi sacri ebraici non sono mai ripetitive, possono esprimere sì concetti anche ripetitivi ma utilizzano sempre lettere diverse dell’alfabeto.

Dobbiamo avere il coraggio di conoscere, di andare oltre le apparenze della semplice parola scritta, di analizzare lettera per lettera per entrare nell’immenso mistero della “notizia”. Gesù comunica questo, chiede questo. Chiede il coraggio di conoscere!

Sapere, avere il coraggio di perseguirlo sempre, è riconoscere e cogliere la profondità della sua narrazione.

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Leggere

Abbi il coraggio di sapere, ci incita Gesù

Narrazione che riguarda la nostra interiorità, la nostra crescita personale, la nostra storia. Finalmente la “notizia” si potrà rivestire del nostro vissuto e noi diventare attori e protagonisti di questo vissuto e di questo messaggio. Diventare veramente apostoli.

La parola, non le parole, è l’interiorità che si mostra in tutta la sua meravigliosa integrità e trasmette vita a chi ci ascolta, dona vita e si fa creatrice di rapporti integri. Imparando ad utilizzare la parola con parsimonia, impariamo anche a viverla e a farci vivere da lei.

Gesù centillìna la parola, invita a gustarla lentamente, lettera dopo lettera, per cogliere l’intero bouquet aromatico che la caratterizza. Ad avere pazienza, a lasciarla “invecchiare” dentro di noi, cioè a farla nostra interamente prima di pronunciarla, a lasciarla decantare prima di “versarla” agli altri.

La parola è il passaporto per i viaggi verso l’altro, chiunque esso sia, compreso fede o etnia diversa da noi, e permette di arricchirci interiormente perché è conoscenza, sapere, creazione continua. L’umanità è nulla senza parola, ma troppe parole non fanno l’umanità.

 

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