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Genitorialità

Adolescenti oggi, work in progress. E tanta confusione.

Cambiano i tempi e cambiano gli adolescenti. Ciò che era valido ieri, oggi è profondamente diverso e messo continuamente in discussione. Genitori e adolescenti sono uniti da un unico destino: confusione mentale totale.

Sarà per questo che si fa sempre più fatica a capirsi. Forse occorrerebbe che entrambe le parti si sintonizzassero su una lunghezza d’onda captabile e provassero a capire le loro insicurezze e fragilità, che li rendono sempre più incapaci di affrontare sfide e difficoltà.

I genitori si chiedono: dove abbiamo sbagliato? Gli adolescenti si domandano: perché non mi capiscono? È giunto il tempo di non pretendere più risposte ma di agire e di incontrarsi a metà strada. Risposte a tutti i perché non ci sono, e non ci saranno mai!

Tempo e uomo sono in continua evoluzione, un perenne cantiere dove non si vede mai il fine lavori. Col procedere dei lavori cambiano tecnologie e materiali, allo stesso modo cambiano in noi e nei nostri figli conoscenze, bisogni e comportamenti.

chaos adolescence
Adolescence is a building site that is always open.

AUTOREVOLEZZA

Autorevolezza sì, autorevolezza no? È l’eterno dubbio che anima il rapporto genitori figli. E a quanto pare anche la perenne diatriba che anima il mondo psicoterapeutico, i favorevoli all’una o all’altra fazione sono sempre in disaccordo tra loro e in continua confusione di propositi.

Spesso ci si dimentica che ogni adolescente è singolo ed unico, per cui ciò che va bene per uno non va bene per l’altro. Gli schemi stilati dalle autorevoli personalità della psicoterapia, per comodità di interpretazione e di strategia attuativa, rimangano a se stanti e non rispecchiano le vere necessità educative degli adolescenti.

Decodificare il comportamento degli adolescenti e individuare le strategie più efficaci per intervenire nelle situazioni di crisi, è l’imperativo a cui dobbiamo tendere per dare loro certezze e trasmettere vicinanza di pensiero e di sensazioni, soprattutto come genitori.

Perché, anche se non ce lo diranno mai, gli adolescenti di oggi hanno bisogno di genitori autorevoli, non autoritari, insieme ai quali definire il loro progetto futuro. Hanno bisogno di essere ascoltati e di ascoltare. Hanno bisogno di considerazione!

Adolescenti: Parents / children difficult dialogue
Difficult dialogue between parents and children.

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SMETTIAMOLA DI URLARE

Il rapporto tra persone che si amano si fonda anche su umiltà di ascolto, comprensione e accettazione dell’altro. Allora perché con i nostri figli bisogna per forza urlare se non ci ascoltano? Non sarebbe meglio abbassare i toni e cercare un punto di incontro?

Cosa fare dunque? Per capire cosa passa loro per la testa, do­vremmo in primo luogo ricordarci come è stata la nostra adolescenza; in secondo luogo, sforzarci di metterci il più possibi­le nei loro panni.

Gli adolescenti sono in balia della propria sfera emotiva e non riescono a gestirla. Espri­mono con il corpo e l’azione ciò che non riescono a comunicare con le parole. Al­cuni scaricano questa tensione emotiva all’esterno, con ribellioni verbali e fisi­che spesso violente e incontrollabili; al­tri la riversano su se stessi con il silenzio, la chiusura e l’isolamento.

Anche i genitori, che pur vogliono aiutare i loro figli, sono spaventati, smarriti e ansiosi. Provono sensazioni contrastanti, confusione mentale. Ponendosi mille domande e provando mille delusioni per risposte che non arrivano.

Spesso cadono in depressione perché si reputano responsabili di quanto accade ai figli. Soprattutto si sentono devastati dalla consapevolezza di fallimento nel rapporto con i figli adolescenti, perché non riescono più a capirli e a comu­nicare con loro.

Connessione cuore-cervello
Negli adolescenti la connessione cuore-cervello non è stabile e spesso va in black out.

COGITO ERGO SUM

I nostri figli sono dei novelli Cartesio, penso quindi sono, sempre in cerca di risposte alle molte domande che li assillano. Non si accontentano di risposte semplici, devono scandagliare, provare e riprovare fino a quando non trovano la formula che meglio descrive il loro stato d’animo e la loro ricerca della verità.

Genitori, mettiamoci l’animo in pace: le nostre verità non sono le loro! Il cambiamento è una fase importante del ciclo di vita di ogni essere umano e presuppone sempre un periodo critico, cioè di passaggio, di transizione. E soprattutto mettere in discussione di tutto ciò che è normale per gli adulti.

Sono i cambiamenti fisiologici che avvengono nel cervello nei primi anni dell’adolescenza che portano alla comparsa di quei atteggiamenti mentali che noi genitori fatichiamo ad accettare. 

Ogni adolescente, maschio o femmina che sia, si ritrova a vivere una vera e propria tempesta di umori, di cambi repentini di opinione, di gusti, preferenze, valori, desideri, aspirazioni, senza capire veramente quale sia la propria identità.

Queste esperienze in adolescenza sono essenziali per la formazione della personalità, comprese le esperienze di frustrazione e rifiuto da parte di un gruppo, di un amico, di un partner. Tutto serve per conoscersi e per cominciare a sperimentare sé stessi. 

Adolescenza, lavori in corso
Adolescenza difficile. La trasgressione fa parte della crescita.

TRASGRESSIONE SEMPRE

In questo caos interiore non è escluso che negli adolescenti emergano pensieri trasgressivi: fuggire di casa, abbandonare vecchie abitudini, voler cambiare vita, amici, fino a sognare di sparire o di morire come in certe fasi depressive tipiche dell’adolescenza.

Questi pensieri cupi spaventano i genitori e i ragazzi stessi. I quali si sentono sopraffatti e sconvolti dai bruschi cali di umore, accompagnati spesso da fantasie inaspettate.

Perciò è sempre bene domandarsi cosa sta accadendo, e fare sentire ai figli la nostra vicinanza e la nostra approvazione per le loro scelte. Anche se dovessimo trovare uno spinello nello zaino o di scoprire che va in giro a graffitare sui muri.

Un sostegno psicologico può essere molto utile in tal caso perché consente di supportare la famiglia laddove questi cambiamenti comportino un esagerato livello di stress e disagi profondi.

Permettiamo ai nostri figli di poter essere degli adolescenti confusi, un po’ fragili e magari insicuri. Questo vuole dire da parte loro di accettarsi per migliorarsi, senza dover fingere di essere altro, che poi è la cosa peggiore che possa accadere!

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Adolescenti: digitali nativi.
Il digitale fa parte ormai della formazione interiore ed esteriore degli adolescenti.

DIGITALI SEMPRE E COMUNQUE

Il web spaventa più noi genitori che i ragazzi. Forse perché siamo noi ad avere dei problemi con il digitale. Il percorso adolescenziale per trovare amici che sostengono e aiutano a crescere non è facile: i dispositivi tecnologici possono sostenere o ostacolare questo cammino.

Compito di noi genitori è lasciare liberi i ragazzi di scegliere i propri amici, anche di sbagliare, facendo però attenzione che non si facciano troppo male. Limitare l’intrusione dei dispostivi tecnologici nei momenti di condivisione con la famiglia è sicuramente importante.

Ma bisogna anche spiegargli e stimolarli ad intessere e coltivare relazioni non solo attraverso il web, ma soprattutto nella realtà. Vietare sempre e comunque, senza motivare il perché accentua in loro il contrasto con noi genitori. Perché ci vedranno più come avversari nella loro ricerca di appartenenza a un gruppo, al sociale, che come loro complici.

Parlare con loro è faticoso, sì certo. Spesso irritante, per il loro mutismo, ma bisogna instaurare con loro un nuovo rapporto umano. Trattarli da pari e non più da ragazzini che devono solo obbedire e fare quello che diciamo.

Insegnamogli che i rapporti umani danno loro la possibilità di vivere tutte quelle esperienze di cui necessitano per sviluppare quelle competenze che saranno preziose nella loro vita affettiva, sociale, scolastica e lavorativa.

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Attualità

La cucina metafora della democrazia

Viviamo in anni di sgomento sociale e la cucina consente il ritorno all’utero materno. Permette di illudersi sulla socialità, sulla mancanza di regole e sull’inutilità delle forme burocratiche che appartengono alla vita di tutti i giorni. 

La cucina è diventata la metafora della democrazia. Spazio da abitare e reinventare. E tenta di stare al passo con i tempi. Tra solitudine e socializzazione. Allora, come e che cosa cucineremo domani?

Tra qualche decennio, la maggior parte della popolazione mondiale vivrà in un ambiente urbano. Le città assumeranno forme inaspettate e con loro il vecchio focalare si trasformerà in un laboratorio di studio per architetti, politici, sociologi. L’habitat domestico si organizza per accogliere forme di vita più complesse.

Ambiente futurista

Futuro e cucina
Quattro muri e un computer.

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Tra i vari ambienti che compongono una casa, la cucina risulta essere di gran lunga la realtà in cui si investe di più. Sia economicamente sia progettualmente. Perché? Forse deve celebrare lo status simbol della casa, dei suoi componenti, o avvalorare il rito del cucinare e dello stare insieme? O più semplicemente perché è rimasto l’ultimo luogo in cui la famiglia riesce ancora a guardarsi in faccia?

Se la democrazia alberga tra pentole e fornelli, allora è proprio vero che l’habitat cucina riassume sogni e frustrazioni della società!

Non è un caso che si cucini in ambienti sempre più asettici e sofisticati. Sempre più complessi e pieni di nuove problematiche: smaltimento di rifiuti differenziati, utilizzo di elettrodomestici intelligenti, impiego di nuove fonti di calore, materie prime a chilometro zero, etc. etc…

La cucina non è più luogo di genuina convivialità, ma si è trasformata in una opera d’arte. Le cucine si sono trasformate in architetture postglobalizzate. Gli spazi deputati un tempo alla preparazione delle pietanze, oggi negano ogni confronto reale con alimenti e gusti. Cuciniamo e mangiamo in luoghi slegati dalla nostra vita e dalle nostre emozioni.

Cuochi e sociologi

Tv e cucina
La tv impone nuove regole al mangiare.

Nuovi equilibri, perfetti ma incorporei, ridefiniscono l’orizzonte domestico. La creatività si confronta con gli attrezzi quotidiani del mangiare e del cucinare, reinterpretando astrattamente bisogni, nevrosi e sogni delle persone. 

Tutto sembra cambiare, ma in realtà non cambia nulla. Questo volere far sembrare di ritornare alla socialità, all’ospitalità, all’incontro e alla conversazione, non sono altro che l’accentuazione della solitudine dell’individuo e dell’ostilità sociale in cui esso vive.

Le forme rituali del cucinare sono sempre le stesse, certo; ma ci si rende conto che si stanno svalutando le esperienze sensoriali. Tutto perde valore, degrada e sparisce. Le privazioni sensoriali legate al gusto, al tatto, all’olfatto, sono sempre più accentuate e nuovi gusti, sapori, odori vengono costruiti in laboratorio.

La questione cucina è diventata una cornice argomentativa per molti altri ragionamenti altrimenti non trattati. I maggiori networks mondiali mandano in onda programmi di cucina a tutto andare, creati appostasitamente come contenitori di notizie svariate e variegate, spesso senza nessun nesso comune, pur di tenere incollati agli schermi gli utenti e vendere pubblicità. La cucina è il nuovo strillone pubblicitario.

Agli aspetti culturali e storici che la cucina rivendica in tutta la sua magnifica realtà, spesso identikit di un intero popolo, vengono create figure retoriche molto complesse. E vuote. Esempio ne è il fagiolino tal dei tali, di una sperduta zona del globo, elevato agli onori della cronaca per diverse ore in una trasmissione televisiva e poi dimenticato e sepolto a fine trasmissione.

Progettare il cibo perfetto

Cibi del futuro
Il cibo del futuro sarà sempre più sensoriale.

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Le grandi multinazionali del cibo sono orientate sempre più verso un nuovo business, chiamato perfomance del cibo. Una concezione nuova del mangiare che dovrà comunicare un messaggio, una esperienza, una sensazione o una conoscenza dimenticata di un piatto. 

Il cibo non è più quindi solo nutrimento per un corpo, ma diventa laboratorio di sperimentazione e di conoscenza in continuo divenire. Un vero itinerario alla scoperta della chimica e della biotecnologia, dell’arte e del design, della medicina e della psicologia.

Scienza, luoghi, distribuzione, cultura e prodotti vengono argomentati come un microcosmo di intenti benemeriti, atto a mettere in risalto il macrocosmo di aiuti umanitari che permette di abbattere, e comprendere, le complessità dinamiche economiche, sociali e industriali dei paesi in via di sviluppo, il cosiddetto sviluppo equo solidale.

Il globale non può prescindere dal locale. E le multinazionali nutrizionali sono straconvinte che la globalizzazione non sia più capace di spiegare il mondo in trasformazione, perciò i luoghi in cui si mangia diventano glocali, termine che nasce dall’unione di globale e locale.

Con-fusion

Quicnic, il nuovo evento sociale
Quicnic, il nuovo concetto sociale per favorire una maggiore integrazione.

Proprio come in ogni democrazia ognuno può esprimere le sue idee liberamente, così in cucina esistono concetti di pensiero i cui fautori cercano di pubblicizzarli il più possibile per renderli dei cult. È il caso del food design. Cuochi che vogliono far ripercorrere alla cucina il destino dell’arte.

Ci sono i cuochi futuristi, quelli che usano la fiamma ossidrica o il pH-metro; cuochi naif, quelli che utilizzano cibi poveri o molto ricchi a secondo di come si svegliano al mattino. Cuoghi dietologi, quelli che costruiscono diede tout court a secondo dell’aspetto del cliente.

Cuochi neorealisti, quelli che riprendono i piatti della tradizione popolare secolare e la contaminano con ingredienti e spezie di altri paesi; cuochi impressionisti, quelli che nel menù hanno i colori e non le pietanze, e secondo il colore scelto, preparano piatti con predominanza del tono prescelto.

Ma soprattutto ci sono loro, i guru della dining experience. Gli inventori di nuove esperienze di cibo per gente sempre più indaffarata e sollecitata. I tradizionali luoghi della ristorazione non bastano più. Si mangia e si beve nelle situazioni più strane. La pizza si rifà il look… e diventa cono da passeggio!

La pizza rivoluziona la forma, non il gusto e l’impasto, e diventa un cono. Sinonimo del made in Italy, è da sempre soggetta ad infinite declinazioni del gusto. L’intrinseca esigenza di gustarla in un luogo urbano sta all’origine della pizzeria itinerante lungo-chiosco. Qui il rito della gustazione abbraccia quello contemporaneo del movimento e della velocità, l’ingombro è minimale, coni pizza belli e pronti al via.

Ispirato alla massima versalità è anche il roll-away, karaoke sushi bar itinerante, con tanto di arredo e tavoli a struttura modulabile da montare a piacimento dove si vuole. E per gli amanti della natura, è in voga il quicnic, termine che nasce dall’unione delle parole quick=veloce e picnic.

Ordini, e ti viene consegnato il classico cestino da picnic. Al cui interno, oltre alle pietanze prescelte, ci sono arredi che ricreano in maniera astratta la natura, dall’erba ai tronchi. È il nuovo concetto di evento sociale che diversi managers hanno sposato per spronare i dipendenti a socializzare di più tra di loro. I risultati sono brillanti, più produttività e meno stress per tutti.

 

Gusto cercasi

gusto e sapore
Il buon cibo allena il corpo e la mente.

Ciò che stupisce nell’arte del mangiare bene, è che chef e ristoranti fanno a gara per sorprendere i clienti, soprattutto i millennial, spesso spostando l’attenzione dal gusto all’estetica. I glitter eduli dilagano nei cocktail e nelle pizze, come gli aromi iniettati nei dessert. Il mantra è creare momenti esperienziali e socialmente condivisibili.

Gusto e sapore vengono sempre più sacrificati sull’altare del profitto, coltivatori e produttori di materie prime messi alla fame da prezzi fissati dai grandi distributori. La tanto declamata democrazia in cucina ripercorre pari pari le contraddizioni e i controsensi di quella reale. L’iperbole libertà e progresso per tutti campeggia a bella vista solo nell’immaginario collettivo. La verità è altra.

E quell’altra è difficile da digerire. Perché purtroppo il denaro ha sempre la meglio su qualunque persona, popolo o continente, o buon proposito. E la colpa è nostra. Nostra la resa incondizionata ai detrattori del gusto, al culto del mordi e fuggi, al richiamo delle sirene che promettono sensazioni enogastronomiche uniche e strabilianti, alle multinazionali che invogliano a comprare gourmet pronti in tre minuti.

Democrazia fa rima con meritocrazia. Come diamo credito alla meritocrazia per ogni ruolo importante della nostra società, diamoglielo anche in cucina. Chi lavora duramente per produrre materie prime di alta qualità, senza conservanti e senza soluzioni chimiche, merita il nostro rispetto e il nostro sostegno.

Solo così il suo lavoro non cadrà nell’oblio e aiuteremo davvero l’uomo, quel popolo, quella nazione o quel continente, ad uscire dall’ipocrisia della democrazia in cucina declamata dalle lobby e da tutti quelli che ne abbracciato il mantra per profitti propriamente personali. 

 

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Attualità

La potenza di un sorriso dice più di mille parole

Un tiepido raggio di sole si fa faticosamente strada nell’oscurità della notte. Un bagliore improvviso mi investe come se fosse un sorriso sincero di benvenuto. La sua potenza è spesso più profonda di mille parole!

Una leggera brezza mattutina sferza i visi ancora assonnati dei passeggeri in attesa lungo la banchina. È l’alba. Ma il cielo sembra non accorgersene. Si prospetta una giornata afosa. Grigia e cupa.

Cupa come la faccia di un clochard che si tira dietro un carrello per la spesa, preso in prestito a chissà quale supermercato. È pieno di cartoni arrotolati, di buste di plastica colme di fogli di giornale e di una logora coperta, il cui colore si fatica a distinguere tra le innumerevoli macchie variopinte che la ricoprono. È tra la gente, ma nessuno lo nota.

Tutti di corsa, e tutti con l’immancabile cellulare tra le mani. Tutti distratti, tutti di pessimo umore. E tutti scortesi ed arroganti nella loro boriosità di sentirsi insostituibili ed onnipontenti. Si fatica persino a stare in piedi tra uno spintone e l’altro.

Uomini dimenticati
Ogni uomo è l’immagine della società in cui vive. Il clochard è l’immagine del fallimento di quella società.
La banchina si riempie di gente, sempre più.

Imprecazioni, maledizioni, ogni sorta di fantasiosa lamentela si eleva da ogni dove contro i perenni ritardi dei treni. L’umanità civilizzata non si è ancora svegliata è già volge improperi contro se stessa e il mondo!

Il clochard mi è vicino, sorride scuotendo la testa. «E poi il matto sarei io!», afferma divertito e sobbalzato da una sonora risata. «Mi daresti un euro per un panino», mi chiede all’improvviso tornato serioso, guardandomi dritto negli occhi.

Lo sguardo è sincero, limpido come l’acqua di una fonte di montagna. Non c’è menzogna nel suo chiedere, nè dispiacere in un possibile diniego. La mia mente è turbine di pensieri, la voce non riesce a farsi largo nella mia bocca.

L’uomo mi sorrise, punta lo sguardo sulla gente e fa per allontanarsi. Lo trattengo per la manica di un sudicio impermeabile e gli regalo una banconota da cinque euro. Mi ringrazia con un cenno del campo e riprende il suo cammino, mentre un miracolo si compie.

Dove prima non c’era neanche lo spazio per uno spillo, ora un lungo corridoio si apre come d’incanto tra la folla innanzi ad un uomo che cammina fiero e conscio della sua diversità, tirandosi dietro un carrello per la spesa cigolante.

E come inghiottito dai flutti in tempesta, scompare tra le onde di un mare di gente che si infrangono sugli scogli di un nuovo motivo di imprecazione: «perché lo Stato non fa nulla per togliere questo sudiciume dalle strade?»

In attesa del treno
Passeggeri in attesa: l’umanità civilizzata non si è ancora svegliata e già impreca contro se stesso e il mondo!

Il treno finalmente arriva in stazione, e la banchina si svuota.

Ed io guardo la moltitudine prendere d’assalto il treno come cavallette affamate in un campo di grano. 

Trovo posto accanto ad una studentessa e di fronte a due uomini in giacca e cravatta. Probabilmente business man, presi da una accesa diatriba riguardante un libro: la forza della regione di Oriana Fallaci.

L’autrice sostiene che il terrorismo non è l’unico aspetto della strategia araba di conquista, ma solo il più eclatante e il più roboante: in realtà il loro obiettivo è quello di distruggere gli occidentali dall’interno, insinuandosi nella loro cultura.

I due uomini dibattono animatamente. Uno favorevole alle tesi della scrittrice, l’altro non del tutto contrario ma con dei distinguo. 

In cerca di consenso.

Ognuno dei due cerca di convincere il contendente ad abbracciare la propria tesi. Coinvolgono altri uomini, vestiti allo stesso modo, che seguono divertiti la discussione seduti sulle poltrone di fronte. In breve, tra serio e faceto, tutti i passeggeri del vagone vogliono far sentire la propria voce. Ognuno vuole esprimere la sua opinione, ognuno cerca alleati come un novello Alcibiade nell’aeropago.

Ma più di tutto stupisce la crescente ostilità verso il mondo islamico, colpevole di non far nulla per annientare i sterminatori di morte in nome del Profeta. L’ostilità è espressa con veemenza e senza nessuna remora. Persino passeggeri di chiara fede islamica, ormai occidentalizzati, ne condividono le perplessità.

Mi ritrovo a domandarmi se non sia giunto il tempo di porre un freno al balletto di ripicche e accuse che sta avvelenando i rapporti tra culture. Se chi ha voce, politici e uomini di fede delle varie religioni, non si rende conto del pericolo grande e devastante che si sta prospettando all’orizzonte: l’ostilità per il diverso. L’uomo stesso nella sua natura di essere vivente.

Palmira, distruzione
Violenza gratuita a Palmira. Distrutte le testimonianze della storia.
L’ostilità alla fine sfocia nell’odio.

L’odio sfocia nella violenza, e la violenza nella brutalità e gratuità.

Una volta giunta, la violenza è difficile da debellare dalle menti e dai cuori delle persone, anche le più pie e sante. Ne sa ben qualcosa Papa Francesco, che da quando è iniziato il suo pontificato, ne ha fatto una bandiera e non fa che chiedere di porre fine alle ostilità belliche e di ridare dignità all’uomo. Alla sua singolarità.

La sua voce purtroppo è spesso inascoltata. Anche perché non supportata con forza da nessuna autorità islamica in fatto di fede. Troppe scuole di pensiero, e troppi differenti modi di attuazione della stessa teologia coranica attraversano il mondo islamico e ne caratterizzano le leggi dei paesi che lo compongono.

I novelli Caino.

C’è una guerra in atto nell’Islam. Una guerra che non ha nulla a che fare con il popolo islamico e la politica sana. È una guerra più subdola e più sanguinaria: è una guerra di interpretazione di teologia coranica. Islam contro Islam, scuola di pensiero contro scuola di pensiero. Fratello contro fratello. Nessuno escluso!

Afghanistan, Timor Est, Iraq, Sudan, Siria, e molti altri paesi ancora, sono solo ghiotte opportunità fornite da un occidente cieco e da un Islam impotente. Occasioni sfruttate magistralmente da uomini senza scrupoli per distogliere l’attenzione dal vero e unico obiettivo: destabilizzare e impossessarsi dell’Islam stesso.

Impossessarsi della mente dei suoi fedeli, del suo credo religioso e della sua attuazione. In ultima analisi, impossessarsi del Corano stesso. La parvenza religiosa, politica ed economica è solo un paleativo per giustificare la mattanza fratricida. Per giustificare l’uccisione di chi non la pensa allo stesso modo.

La storia ritorna.

Nel mondo islamico sta accadendo ciò che accadde all’Occidente nel XII secolo, gli anni bui dell’inquisizione. Al rinnovamento sociale, culturale, vitale e fiorente dei Comuni, si frappose la cieca ortodossia clericale di pochi, condotta con sistemi rigidi, arbitrari e spietati. 

Il Tomas de Torquemada islamico di turno, si arroca il diritto di condurre il suo compito di salvatore dell’Islam con ferocia determinazione. Si attrezza delle stesse armi di tortura, anche se più sosfisticate, e degli stessi consigliori forgiati dalla sua mente.

Tomas de Torquemada fu fornito dell’autorità necessaria, se così la si può difinire, dal potere costituito, dalla allora Regina di Spagna, Isabella di Castiglia, in ottemperanza all’ordinamento legislativo in materia di fede, e quindi di inquisizione, emanato da vari pontefici.

Innocenzo III, tra il 1199 e il 1206, fornì ai vescovi l’intera procedura inquisitoria. Gregorio IX, tra il 1231 e il 1235, pose fine al caos dei molti tribunali isituiti presso ogni sede episcopale affidando il compito, e l’autorità di tribunale inquisitorio, ai domenicani. Alessandro IV nel 1255 concesse agli inquisitori totale indipendenza e il diritto di assolversi a vicende degli abusi che avrebbero potuto commettere.

Tomas de Torquemada, l'inquisitore
Tomas de Torquemada, inquisitore in nome della fede.

I moderni Torquemada.

I moderni Torquemada islamici, non potendo essere supportati da un ordinamento legislativo simile a quello dell’originale, si autoproclamano Califfo dell’Islam e affidano, come da tradizione, compiti ben precisi a uomini di propria fiducia. 

Questi uomini di fiducia sono soprattutto dei combattenti addestrati a perseguire gli erertici dell’Islam e quanti, occidentali e islamici moderati o di altra etnia, turbano il pensiero del vero musulmano attraverso le false concezioni di libertà, di libero pensiero e di conoscenza, che le nuove tecnologie irrimediabilmente portano nei comportamenti e nella quotidianità spicciola delle persone.

Secondo il diritto musulmano, l’Islam, con tutti i suoi milioni di fedeli, teoricamente costituisce una unica comunità, e quindi un unico Stato, retto da una unica legge, la Shari’a. La legge di Allah, la cui tutela e applicazione è demandata ad una unica persona, il successore di Maometto, il Califfo.

Il Califfo è una figura di diritto pubblico. Egli viene eletto democraticamente in forza di un contratto regolarmente proposto dalla comunità e da lui accettato. La sua autorità è soprattutto morale. E per assolevere al suo compito, può servirsi di collaboratori, uomini degni da lui scelti.

Ortodossia.

La realtà storica fu ed è ben diversa. L’Islam non è mai stata una comunità unitaria. Nessun Califfo è stato mai eletto democraticamente. E ciò è stato e viene giustificato adducendo l’arteficio giuridico di stato di necessità. Ieri come oggi, le correnti di pensiero all’interno dell’Islam (Kharigismo, Sciismo, Sunnismo, etc.) influenzano le decisioni delle comunità in cui governano, non permettendo un intento comune della causa islamica.

L’Islam è un mondo, come ha dimostrato la storia, che non si governa con la spada ma con la fede. I moderni autoproclamatosi Califfo lo sanno. Perciò cercano di destabilizzare dall’interno i paesi arabi stessi, moderati e non, colpendoli proprio là dove dovrebbe essere più stretta e ferrea l’ortodossia coranica: l’osservanza della legge.

Gli uomini del Califfo, come i domenicani di Torquemada, si sentono giustificati da tali efferrati crimini contro i propri fratelli e contro l’occidente, perché scelti dal Califfo come uomini degni e da esso eletti a martiri e ad unici guardiani della vera e sola legge ispirata al Profeta, a Maometto.

L'amore non conosce guerra
L’amore è l’arma che distrugge tutti gli armamenti di guerra.
Fronte comune.

L’Occidente, l’Islam moderato e tutti gli uomini che credono nella diversificazione benevole delle culture, se non troveranno una unanimità di intenti e di idee saranno presto coinvolti nella più brutale guerra di religione che l’umanità possa avere mai immaginato. Odio e pregiudizio hanno già cavalcato la tigre.

Non sarà una guerra combattuta in un’area definita, le aree di crisi attuali sono solo l’antipasto, ma planetaria. Perché stiamo parlando di una cultura millenaria, con miliardi di fedeli, la maggior parte inconsapevoli, che vuole sopraffare le altre. 

Scetticismo, dubbio sono una buona cosa. Anzi, un approccio critico è giustamente quello che ci vuole nei confronti di una cultura a noi distante. L’importante è non trasformarlo solo in una sterile opposizione intellettuale o, cosa ancora più grave, in una scusante per non prendere una decisione. L’odio religioso e per il diverso da noi si è già instaurato nelle menti e nei cuori dei popoli.

Oggi più che mai, un sorriso schietto e leale è il devastante grido di speranza che deve allietare la nostra giornata. Deve squarciare le nostra mente ed indirizzare i nostri intenti al confronto affinché non rimanga solo un desiderio, mitizzato e svuotato del suo significato più profondo: l’uomo sopra tutto e tutti.

L’uomo all’uomo.

Un desiderio che non deve appartenere solo a una parte di umanità, ma a tutta l’umanità. La potenza di un sorriso aiuta ad affrontare le sofferenze e a realizzare i desideri che anelano nei cuori delle persone. Implica azioni concrete e non estraneamento, disinteresse o fatalismo passivo. Un sorriso contaggia. Implica coraggio.

Non c’è niente da reprimere, nessuna parte di noi da rinnegare, da combattere. Non c’è nessun bisogno di nasconderci dietro una maschera di laici illuminati. Non esistono buoni o cattivi mondi in assoluto. Niente va distrutto o dimenticato, o lasciato al suo destino. Perché tutto si può e si deve trasformare.

Sono in gioco le nostre idendità di popoli, di culture, di libertà individuali e di pensiero. È in gioco il nostro essere stesso umanità. Un sorriso, la sua innegabile potenza di speranza e di vita, è lì a testimoniarcelo. È il grido di dolore e di speranza che ognuno di noi deve urlare al mondo con i capi delle altre religioni: ridiamo l’uomo all’uomo, non importa a quale credo appartenga.

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Angeli e gerarchie angeliche, l’esercito di Dio

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Parlare degli Angeli e delle Gerarchie Angeliche è addentrarsi in ambiti e concetti che la nostra mente fatica notevolmente a comprendere. Il livello di elevazione spirituale personale è l’elemento discriminante tra le diverse visioni dell’argomento.

Il termine livello di elevazione non ha alcun riferimento a quanto appartiene al livello culturale personale, piuttosto alla comprensione profonda del cuore. Perciò qualsiasi concetto, pensiero, astrazione o realtà, elaborato dalla nostra mente ha come presupposto inscindibile il concetto di tempo, spazio ed energia.

Con questi limiti, all’intelligenza umana risulta pressoché impossibile comprendere Dio, che possiede invece attributi sovrumani: infinito, onnipresenza, onnipotenza, ed altro. Eppure l’uomo conserva nel proprio cuore questo desiderio di ricerca di Dio; questa aspirazione profonda che lo spinge incessantemente alla ricerca di un senso della vita non legato alla sola materialità ma a qualcosa di ben più elevato.

gerarchie angeliche Chagall
Angeli, Ciclo kabbalah, Marc Chagall, Museo biblico Nizza, Francia.

ESPRESSIONE DEL PIANO DIVINO

Quasi che il piano della materialità sia in qualche modo espressione del piano Divino e disposto secondo leggi non ancora del tutto a noi conosciute. Dio è pertanto concepito come il Creatore dell’Universo in tutta la sua immensità e vastità; come Colui che regge e governa la sua esistenza con leggi perfette da Lui definite.

Per avvicinarci in qualche modo al concetto di Dio, possiamo prendere come idea ispiratrice i concetti della creazione del mondo, e di come lo stesso viene governato, dalla Tradizione ebraica e in parte dalla antica tradizione cabalistica.

La formazione dell’universo è descritta nel libro della Genesi, e secondo queste tradizioni Dio non può essere rappresentato né definito nel nostro mondo. Rappresentarlo o definirlo significherebbe limitarlo, e questo non è possibile. Di conseguenza non si può definire cosa Dio è.

Queste Tradizioni usavano definire solo ciò che Dio non è. Nella definizione della cosmologia i kabbalisti esprimono questa idea con la parola ain = senza, che viene posta all’inizio di una parola come prefisso. Il significato di questa parola attribuita a Dio è quello di esprimere il concetto che Dio, prima dell’inizio della costituzione dell’universo, pur essendo non fa parte dell’universo come possiamo osservarlo o concepirlo.

LA CREAZIONE

L’universo prima della creazione, che la Bibbia definisce senza forma e vuoto, è la rappresentazione di un concetto molto importante che viene definito con il termine restringimento. Dio, nel concepire l’idea di un universo creato, cioè di qualcosa di altro da Sé, deve in qualche modo restringersi per dar luogo a uno spazio concettuale in cui la creazione possa sussistere a prescindere dal Creatore.

Poiché Dio è illimitato, qualsiasi spazio ricavato nella sua illimitatezza è illimitato anch’esso. Cioè, lo spazio concettuale definito dal restringimento è illimitato e il termine per definirlo è ain sof = senza limite. Altro termine per definire l’Assoluto è ain sof aur = luce senza limiti.

Lo spazio illimitato espresso dal restringimento rimarrebbe un vuoto sterile se Dio non vi si manifestasse. Ma Dio può manifestarsi soltanto attraverso la consapevolezza di Sé che, simbolicamente, viene concepita come una luce permeante che invade lo spazio in cui avrà luogo la creazione vera e propria.

Nella Bibbia, la prima cosa che Dio creò è la Luce; ovvero la manifestazione di Sé, del Suo riflesso nel mondo del divenire. Da questo concetto di creazione si può capire concretamente il limite della percezione dell’uomo. Se Dio ha gli attributi di infinito, di Ente Supremo increato come possiamo pensare che la nostra mente razionale possa condividere con Dio i limiti di tempo, energia e spazio?

angeli e gerarchie angeliche nella cabala
Secondo la cosmologia cabalistica, Dio permea e contiene tutto l’universo

COSMOLOGIA KABBALISTICA

Secondo la cosmologia cabalistica, Dio permea e contiene tutto l’universo. E poiché Egli è infinito, la mente umana non può contenerlo.

Dio diviene operante nell’universo per il tramite di 10 Sefirot, intelligenze o emanazioni, promanate da Esso come i raggi di luce di una lampada. Dio è il grande architetto del progetto universo e, per arrivare al compimento dell’intera opera, conferisce un incarico a degli esperti ingegneri per elaborare il piano di lavori.

Essi conferiscono, a loro volta, un incarico a capaci geometri per definire la pianta dell’edificio nei dettagli costruttivi ed esecutivi, che vengono poi affidati ad abilissime maestranze per la realizzazione concreta.

Tutte le figure incaricate del progetto universo rappresentano quegli aspetti Divini, sue emanazioni, che noi chiamiamo con i termini Arcangeli, Angeli, Anime Beate. Tali figure o intelligenze sono poi quelle che ne curano l’esistenza, che governano il tutto secondo le leggi Divine stabilite dall’Entità Suprema.

GLI ASSISTENTI DELLA VOLONTÀ CREATRICE

Il termine angelo deriva dal greco anghelos = messaggero. Tutti a grandi linee ne conosciamo il significato, e tutte le religioni, dal Cristianesimo all’Islam fino all’Ebraismo, accettano l’esistenza di questi esseri spirituali.

Fin dall’antichità si considera il fatto che le schiere angeliche sono organizzate in una sorta di Corte celeste, in cui gli angeli rivestono gradi e dignità differenti. Si tratta di esseri incorporei, spirituali, perfetti, creati da Dio all’inizio dei tempi con lo scopo di farne i suoi servitori e messaggeri.

Essi contemplano da sempre e per sempre il volto di Dio, pronti ad accorrere a ogni suo comando, attenti ascoltatori ed esecutori della Sua parola. La Sacra Scrittura indica le particolari missioni degli Arcangeli: servire giorno e notte Dio. E contemplando il suo volto, glorificarlo incessantemente.


CRISTIANESIMO

Nella visione cristiana, gli angeli sono creature divine prive di corpo fisico, dotate di vita eterna, in stretto rapporto con gli esseri umani. Potremmo definirli consiglieri divini, protettori che ci aiutano a vivere meglio.

La figura dell’angelo come simbolo delle gerarchie celesti, appare fin dai primi tempi del cristianesimo, collocandosi in prosecuzione della Tradizione ebraica. Cioè, trasformando i miti precristiani di Vittorie e di Geni alati, che avevano anche la funzione mediatrice tra le supreme divinità e il mondo terrestre, in Essenze soprannaturali divine.

EBRAISMO

Degli angeli se ne è occupata esaurientemente la Cabala ebraica, secondo la quale per ognuno di essi esiste una dimora collocata nei 5 gradi/giorni dello zodiaco.

Ogni individuo, a seconda della data di nascita e del segno di appartenenza, sarebbe influenzato da un particolare angelo. Il numero totale di angeli è 72.

I nomi degli angeli sono ricavati da 3 versetti dell’Esodo, uno dei libri di Mosè, al capitolo 14 e ogni versetto include 72 lettere. Ogni angelo ha caratteristiche peculiari, concepite a partire dal nome, che rappresentano i doni divini che egli porta ai suoi protetti.

ISLAMISMO

Nell’islam, sono veri e propri esseri creati che eventualmente subiranno anche la morte, ma sono generalmente nascosti ai sensi. Non sono divini o semi-divini, e non sono soci a Dio nel prendersi cura di diversi parti dell’universo.

La parola araba per angeli è mala’ika = assistere ed aiutare. La fede nel mondo invisibile creato da Allah comprende la fede nel Paradiso, nell’Inferno, negli Angeli e molto altro. Perciò la Sura An-Nisa versetto136 dice: «Chiunque nega Allah, nei Suoi Angeli, nei Suoi libri, nei Suoi messaggeri e nel giorno del giudizio, è andato molto, molto fuori strada».

Gabriele e Maometto.
Il profeta Maometto e l’angelo Gabriele.

Non sono oggetti di adorazione o di preghiera, in quanto non trasmettono a Dio le preghiere dei fedeli. Tutti loro sono sottomessi a Dio e realizzano i Suoi comandi (Sura Al-Tahreem: 6). Dal punto di vista islamico, non esistono angeli caduti: non ci sono angeli buoni e angeli malvagi.

Gli esseri umani non diventano angeli dopo la morte. Satana non è un angelo caduto, piuttosto è uno dei jinn = entità soprannaturale o genio, una creazione di Dio parallela agli esseri umani e agli angeli.

Gli angeli furono creati dalla luce prima di essere creati gli esseri umani, e quindi la loro rappresentazione grafica o simbolica nell’arte islamica è rara.

Tuttavia sono generalmente esseri belli con ali come descritti nelle scritture musulmane. Gli angeli si differenziano nelle gerarchie cosmiche e nei compiti. Essi sono differenti per dimensioni, stato e merito.

BUDDISMO

Nella cultura buddista incontriamo dei miti estremamente complessi, con la presenza di innumerevoli divinità. Tale folla di divinità, apparentemente anarchica, di esseri intermedi, energie, potenze, costituisce una gerarchia di forze incessantemente attive che, in modo diretto o indiretto, entrano in relazione con gli uomini.

In particolare nella mitologia vedica e buddista, ritroviamo degli spiriti benigni, di natura angelica, denominati Deva. Il termine significa risplendente, essere di luce e indica la divinità.

angeli_nel_buddismo

I grandi Deva vengono chiamati Chohan. I grandi Chohan a loro volta prendono il nome di Mahachohan. Esiste anche una categoria eccelsa detta dei Dhyan Choan.

Queste tre categorie formano una classificazione simile a quella di Dionigi l’Areopagita fatta per il cristianesimo.

Il deva, nel pantheon dell’Oriente, è considerato una divinità minore. A lui è affidato prevalentemente il compito di tutelare luoghi ed entità naturali: boschi, alberi, nuvole, laghi, venti, montagne, etc.

Più in generale, custodisce elementi dei regni minerale, vegetale e animale. Ciò che distingue i Deva dagli angeli è la vicinanza più alle entità naturali che agli uomini.

PROTESTANTESIMO

Durante la Riforma Protestante si cercò di riportare la fede ai dettami delle Sacre Scritture. Così, mentre i Cattolici sono devoti ad angeli, Santi e a Madre Maria, i Protestanti non attribuiscono loro alcuna venerazione.

Gli angeli vengono accettati solo per i ruoli e le funzioni ad essi demandati da Dio. Martin Lutero considerava idolatria il culto degli angeli e dei Santi. Calvino considerava idolatria interrogarsi sull’aspetto, sul ruolo e sul numero degli angeli.

GERARCHIE ANGELICHE

Possiamo quindi capire il concetto di gerarchia Angelica quale insieme di Entità in constante contatto con la fonte suprema, ma con livelli di perfezione e funzioni più o meno limitate.

Il concetto limitate non deve trarre in inganno, in quanto la limitazione può certo esistere tra schiere di Angeli più o meno vicine al Creatore. Ma comunque tutti sono da ritenersi Esseri elevatissimi nei confronto all’uomo.

Gli appartenenti alle gerarchie sono specchi trasparenti adatti a ricevere il raggio di Luce del Principio divino, santamente ricolmi dello splendore a loro dovuto e a loro volta largamente risplendenti verso quelli che li seguono.

L’usanza di invocare entità spirituali alle quali si attribuiscono vari poteri, viene fatta risalire ad epoche antichissime. Nella Genesi viene menzionato un simbolo della gerarchia angelica, che stabilisce una connessione fra l’uomo e Dio: la scala di Giacobbe.

L’uomo ha attribuito dei nomi alle Gerarchie Angeliche o i singoli Angeli per identificarli. Non perché questi nomi siano stati suggeriti effettivamente da Dio, ma solo necessità di dover disporre di un nome per qualsiasi cosa esiste.

Nella Bibbia sono innumerevoli le citazioni di apparizioni di Angeli che hanno diversi nomi e funzioni: dalle visioni bibliche dei profeti alle visioni celestiali del Vangelo.

La tradizione cristiana, che riprende quell’ebraica, insegna l’esistenza di nove ordini angelici, dal basso verso l’alto: Angeli, Arcangeli, Principati, Virtù, Potestà, Dominazioni, Troni, Cherubini, Serafini.

La pienezza della Vita e Luce Divina discende dal Cielo in Terra attraverso tre ordini, diviso ciascuno in tre gradi, nove in tutto. Il più alto la riceve immediatamente da Dio, e ciascuno degli altri da quello che gli sta immediatamente sopra.

I tre gradi sono, per ordine discendente:
– Superiore o Prima Gerarchia, i più vicini a Dio: Serafini, Cherubini e Troni.
– Intermedia o Seconda Gerarchia: Dominazioni, Virtù e Potestà.
– Inferiore o Terza Gerarchia: Principati, Arcangeli e Angeli.

CORI ANGELICI

Il Coro Angelico è un aspetto della potenza e delle virtù divine. È per mezzo di loro che riceviamo la luce Divina ed è per mezzo di loro che riusciamo ad entrare in relazione con Dio. Ciò che riceviamo da Dio è un raggio, un effluvio, che viene da lontano e discende attraverso le gerarchie angeliche.

È sempre Dio che risponde alle nostre richieste. Egli però non risponde mai direttamente perché è Luce Pura. Discende a noi attraverso le Entità luminose che la tradizione ha definito gerarchie angeliche.

Ogni ordine, aderendo alla conformità o imitazione divina, riceve la luce, la scienza, il bene e li trasmette secondo un processo di purificazione, di illuminazione, di perfezione.
Si possono intendere i cori angelici come tramiti o veicoli dell’emanazione del pensiero divino Creatore verso la manifestazione fisica del creato.

Cori angelici
The Assumption of the Virgin and angelic choirs, Francesco Botticini,National Gallery, Londra

 

Le schiere angeliche operano lungo il percorso della creazione secondo il loro grado di conoscenza e la loro funzione. Ogni Coro e Ordine riceve dal livello superiore ed emana al livello inferiore quanto le Leggi consentono.

Ciò permette all’elemento creato di assumere una propria identità e una propria caratteristica. Dai Serafini agli Angeli assistiamo alla solidificazione della volontà Creatrice. I primi sono Puro Specchio, i secondi Custodi e gli altri Costruttori a livello fisico.

La distinzione degli angeli in gerarchie e ordini si poggia non tanto sui doni naturali della loro essenza specifica, quanto sul grado della loro elevazione soprannaturale e sulla visione intuitiva che Dio ha loro concesso.

  • Secondo la Tradizione, si può attribuire a ciascuna Gerarchia e Ordine gli attributi specifici che Dio ha voluto loro donare:
    Prima gerarchia = Serafini, Cherubini, Troni, conosce e apprezza le leggi provenienti dal Principio Universale, che è Dio.
    Seconda gerarchia = Dominazioni, Virtù, Potestà, raccoglie come esecutori le cause universali create, che sono già.
    Terza gerarchia = Principati, Arcangeli, Angeli, applica a ciascun essere la volontà divina indipendentemente da cause particolari.

LINGUAGGIO BIBLICO

Il linguaggio biblico è solo figurativo, conforme alla concretezza ebraica, che parla del braccio di Dio (Esodo 6,6) e dei suoi occhi e orecchi (Salmo 34,15). In Esodo 23,20 infatti Dio dice a Mosè: «Io mando un angelo davanti a te per proteggerti lungo la via, e per introdurti nel luogo che ho preparato».

Il protomartire Stefano, di fronte al sommo sacerdote, rammenta che con l’aiuto dell’angelo Dio aveva liberato gli ebrei dalla schiavitù: «compiendo prodigi e segni nel paese d’Egitto, nel mar Rosso e nel deserto per quarant’anni», Atti 7,35-36.

Erroneamente, alcuni pensano che l’angelo di Dio sia Gesù di Nazareth. Questo errore di identificare Gesù con l’angelo di Dio è presente nelle Chiese Cristiane di Dio e presso i Testimoni di Geova, che vedono nell’angelo un presunto Gesù preumano. La Bibbia parla chiaramente dell’angelo come portavoce di Dio.

Asserire che il logos = Parola, in Giovanni 1,1 sia Gesù è contrario alla Scrittura. L’errata convinzione nasce dal frainteso dei versetti Giovanni 1,18: «Nessuno ha mai visto Dio: il Figlio unico di Dio, quello che è sempre vicino al Padre, ce l’ha fatto conoscere». Filippesi 2,11: «Gesù Cristo è Signore alla gloria di Dio»; e 1 Timoteo 2,5: «c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo».

Dell’angelo, Dio stesso dice al popolo ebraico: «Io mando un angelo davanti a te per proteggerti lungo la via, e per introdurti nel luogo che ho preparato. Davanti a lui comportati con cautela e ubbidisci alla sua voce. Non ribellarti a lui, perché egli non perdonerà le vostre trasgressioni; poiché il mio nome è in lui», Esodo 23,20-21.

CHI SONO GLI ANGELI

Chi sono gli angeli, dunque? Nell’immaginario popolare e nelle religioni, sono creature spirituali buone che, assistendo Dio, sono al servizio dell’umanità. Da qui nasce anche l’idea dell’angelo custode. Nella mitologia greca era già presente la figura dell’angelo.

Nel Talmud è detto che gli ebrei diedero agli angeli i nomi che avevano presso i babilonesi e che i rabbini lottarono contro la tendenza popolare che annetteva loro troppa importanza, minacciando il monoteismo.

Angeli messaggeri
In tutto il loro essere gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Marc Chagall, ciclo kabbalah, Museo Biblico Nizza, Francia.

 

Eppure gli angeli hanno una storia molto antica, risalente ai tempi dei Sumeri e degli Egizi, prima che la religione ebraica si desse una propria dottrina su queste creature, successiva all’Antico Testamento, e che la setta degli Esseni teorizzasse la lotta finale tra creature del Bene e del Male per il destino dell’Uomo.

I Sumeri ritenevano che ciascun essere umano avesse un proprio spirito protettivo, in termini più moderni potremmo definirlo angelo custode. Non è chiaro come queste figure di messaggeri divini e di angeli custodi siano penetrate nella cultura sumerica.

Ma si può congetturare che in tempi preistorici, nelle aree dell’Asia Centrale, fosse molto diffusa la religione animistica che attribuiva alla Natura una sua spiritualità, riferendosi a tali spiriti tramite la loro rappresentazione animale.

Uccelli rapaci, come il falco e l’aquila, dotati di maestosità e regalità, potevano ben rivestire il ruolo di messaggeri degli Dei. Il passaggio a una rappresentazione mista umana-animale avrebbe poi fatto il resto.

Questa credenza negli angeli si diffuse nelle popolazioni confinanti con i Sumeri, in particolare dopo che la loro civiltà fu conquistata da altre semitiche più battagliere, all’inizio del II millennio a.C.

Presso gli Egizi esisteva un particolare culto in cui si invocava l’aiuto degli Hunmanit, un gruppo di esseri connessi col sole che erano rappresentati in forma di raggi del disco solare, in modo simile a quanto sarebbe avvenuto per i serafini nella cultura cristiana.

Gli Hunmanit, poiché avevano il compito di proteggere il sole, si occupavano anche della protezione degli esseri umani, versione ante litteram degli angeli custodi.

Fu proprio in questi popoli semitici che si sviluppò l’idea degli angeli suddivisi in gruppi, ciascuno riferibile a uno specifico Dio del loro pantheon, e che esistessero delle gerarchie, concetto mutuato successivamente dal monoteismo ebraico e cristiano.

EMANAZIONE DIVINA DEL CORO ANGELICO

Angeli di Marc Chagall
Angeli, ciclo kabbalah, Marc Chagall, Museo Biblico, Nizza, Francia.

 

1. EMANAZIONE DIVINA DI KETER = CORONA
  • Santo Nome di Eheieh: il Nome dell’Essenza Divina, il nome di Colui che è che può essere racchiuso nel concetto supremo: Io sono Colui che è.
    Capo del Coro Metatron: Colui che conduce altri al cospetto di Dio.
    Ordine Angelico dei Chaiot ha-Qadesh: le Sante Creature viventi, chiamate anche Seraphim = Serafini.

I Serafini sono le prime entità celestiali che ricevono le emanazioni divine, si dissetano alla Sorgente della luce, alla Sorgente dell’amore che costituisce il loro unico alimento. Si nutrono contemplando il Signore ed è per questo che sono raffigurati con il corpo cosparso d’occhi. I Serafini sono la più perfetta manifestazione dell’amore.

L’emanazione divina di Keter rappresenta la purezza assoluta, la luce purissima. Il capo dei Serafini è Metatron: il Principe che conduce altri al cospetto di Dio. Egli è l’unico a trovarsi faccia a faccia con Dio.

Nessuno essere umano, per quanto elevato sia, può entrare direttamente in contatto con Dio, poiché Dio è un fuoco divoratore, che lo ridurrebbe subito in cenere. Occorre quindi un intermediario che parli all’uomo da parte del Signore. Il Santo Nome che ripetono incessantemente i Serafini per celebrare la gloria di Dio è: Eheieh.

Cubo di Metatron
Cubo di Metatron.

Metatron, in greco μετà θρóνος = dopo il trono, è Colui che serve dietro il Colui. È l’inviato speciale di Dio per tutte le questioni che attengono al nostro mondo. Determina l’unione fra desiderio e ragione, e proietta le realtà astratte dai Mondi Superiori ai Mondi Inferiori.

Si può definire la voce di Dio e il suo compito è di portare i pensieri di Dio rendendoli manifesti, affinché la Creazione diventi un insieme coerente. Già dall’antichità si fa riferimento a Metatron nelle tradizioni orali ebraiche, cristiane e islamiche.

Le prime informazioni scritte su di lui appaiono nel Libro dello Zohàr, testo profetico ebraico che è il libro più importante della tradizione cabalistica. Egli è considerato da alcuni come l’ispiratore della Kabbalah e dell’Albero della Vita: mappa della Creazione Cosmica.

Alcuni studiosi credono che Metatron sia l’Angelo del Signore come scritto in vari passaggi del Vecchio Testamento. È conosciuto anche come il Re o il Principe degli Angeli, l’Angelo che siede alla destra di Dio, la Voce di Dio, l’Angelo in cima all’Albero della Vita e l’Angelo della Presenza.

Egli è l’Angelo dei numeri, in quanto è descritto con 72 ali e 12 facce ed è conosciuto per il suo Cubo, che ha collegamento con il Fiore della Vita. Questo simbolo rappresenta il completamento dell’opera creativa del mondo ed è composto da sette cerchi interconnessi. Il simbolo appartiene alla geometria sacra.

Il Cubo di Metatron spiega come è avvenuta la Creazione del nostro universo. ED è una complessa figura geometrica tridimensionale composta da 13 sfere tenute insieme da linee che partono dal centro esatto di ciascuna sfera: le sfere rappresentano l’Energia Femminile, mentre le linee rette rappresentano l’Energia Maschile.

Il Cubo di Metatron rappresenta l’unione del Principio Maschile con quello Femminile, che insieme creano la Sorgente di Vita Infinita, ovvero il principio dell’Unità, del Tutto. Si ritiene che Dio abbia creato l’intero Cosmo secondo un preciso progetto geometrico.

2. EMANAZIONE DIVINA DI CHOKHMÀ = SAGGEZZA
  • Santo Nome di Yah: la Divina Saggezza Ideale.
    Capo del Coro Raziel o Rasaele: il Principe della conoscenza delle cose nascoste.
    Ordine Angelico degli Auphanim: le Ruote delle Forze vorticanti, chiamati anche Kerubim = Cherubini.
Cori angelici
L’esercito di Dio, angeli, schiere angeliche e cori.

 

I Cherubini, muovendosi, rimescolano la materia primordiale che si delinea attraverso gli Animali Santi e la elaborano affinché possa servire ai disegni di Dio. Come i Serafini, anche i Cherubini penetrano da vicino i misteri divini e sanno comunicare agli altri la luce della divina Sapienza ricevuta. Contemplano la bellezza e i lumi divini che poi trasmettono agli altri gradualmente.

Il mondo dei Cherubini è quello della musica delle sfere, cioè l’armonia che esiste fra tutti gli elementi dell’universo. I Cherubini solo deputati alla conoscenza = saggezza della Sapienza Divina, intesa come le leggi perfette che governano l’intero universo.

Raziel = Segreto di Dio, è il capo dei Cherubini; è l’Arcangelo della Saggezza, della Bontà e della Sapienza. Secondo la Kabbalah è l’Arcangelo reggente della sefirà Chokhmà = sapienza, principio maschile, attivo, positivo, che simboleggia lo Spirito dispensatore di vita, il Verbo creatore, la forza necessaria ad ogni attività creativa.

Egli è l’Arcangelo Principe della conoscenza delle cose nascoste. È ispiratore, iniziatore e protettore degli innovatori, degli esploratori, degli aviatori e degli astronauti. E illumina il cammino verso la perfezione, accorda la saggezza e il sapere che guidano verso la conoscenza della Verità.

Nella Kabbalāh giudaica è l’arcangelo conosciuto come l’angelo del mistero o custode dei segreti. Nella mitologia ebraica, è l’autore di un libro che contiene tutta la conoscenza celestiale e terrena, il Sefer Raziel HaMalakh = Libro di Raziel l’angelo.

Angeli e Gerarchie angeliche. Libro di Raziel
Sefer Raziel HaMalakh = libro di Raziel angelo

 

3. EMANAZIONE DIVINA DI BINÀ = COMPRENSIONE
  • Santo Nome di Jehovah Elohim: la Perfezione del Creato.
    Capo del Coro Tsaphqiel: il Principe della lotta spirituale contro il male.
    Ordine Angelico degli Aralim: i Forti e Possenti, chiamati Troni.

I Troni, in ebraico Aralim = Leoni, o anche Araldi o coloro che sono guardati da Dio, Isaia 33,7, introducono il concetto di giudizio e di comprensione nell’applicazione all’universo delle leggi divine conosciute dai Cherubini. Nell’uomo la conoscenza delle verità divine avviene per puro intuito.

E sempre tramite questo, l’uomo può percepire con assoluta certezza la conoscenza di queste verità. L’uomo può percepire tutto questo solo ascoltandosi. I Troni vengono anche riferiti ai Signori del Karma. Le Entità che hanno la comprensione della legge del Karma e ne dispongono il compimento per tutti gli uomini.

Il loro compito è quello di sorreggere il trono di Dio (Merkabah). Secondo Isaia 33,7, i Troni sono: «gli assistenti di Dio nei suoi giudizi, coloro che vedono Dio, gli specchi di Dio». Secondo Tommaso d’Aquino (1225–1274): «i Troni hanno il compito di ponderare la disposizione dei giudizi divini». Cioè, essi svolgono e soddisfano la giustizia divina del Signore.

Una caratteristica che condividono con i Cherubini è quella d’essere pieni di occhi tutt’intorno, Ezechiele 1,18. Il termine pieni di occhi può significare anche che avevano molti colori. La parola usata per occhi nel testo è einayim e proviene dalla radice ein, ed è la stessa usata in Numeri 11,7.

Binael, detto Visione di Dio, è l’angelo della contemplazione della verità, e significa Dio mia verità. Il suo nome mistico è Tsaphkiel. In questo nome la forza dello Tzadi genera il Peh, segno della Parola Creatrice, capace di concepire il Kuf, cioè un nuovo Universo dove funge da guida lo Yod, o pensiero attivo.

È padre di tutte le creazioni materiali, di tutte le solidificazioni e cristallizzazioni cosmiche. È l’ordinatore dell’universo nella duplice valenza del termine. Cioè, colui che dà ordini e colui che mette in ordine.

Trasforma le energie cosmiche, particolarmente quelle provenienti da Chokhmà – Raziel, in Leggi che regolano il funzionamento dell’Universo. Egli accorda a ciascuno lo Spazio-Destino. I suoi doni sono illuminazione, iniziazione, maturazione.

Troni, coro angelico.
Visione di Ezechiele 1:4-28, mirabile esempio di contatto dell’uomo con gli Esseri Angelici.

 

4. EMANAZIONE DIVINA DI CHESSED = MISERICORDIA
  • Santo Nome di Al: Dio forte e possente, regnante in gloria, magnificenza e grazia.
    Capo del Coro Zadkiel: il Principe della misericordia e della benevolenza.
    Ordine Angelico dei Chashmalim: i Fulgenti, chiamati Dominazioni.

Il Coro delle Dominazioni, gli angeli di Chessed = misericordia, diffondono ovunque le loro benedizioni sotto la guida di Zadkiel. E possiedono il senso dell’eternità, della liberalità e della severità.

Non cercano nelle onorificenze la soddisfazione delle loro ambizioni, ma l’utilità del gregge. Non mirano alle cose temporali, ma a ciò che resta per sempre. Sono inflessibili nell’applicazione delle leggi e generosi nel concedere grazie misericordia e benevolenza.

Sono gli angeli del comando, i maestri spirituali. Trasmettono l’Amore Divino attraverso l’energia della Misericordia. Pseudo Dionigi usò il nome di Dominazioni per indicare una categoria di intelligenze celesti libere da qualsiasi legame con le dimensioni più basse, e volta interamente verso l’Essere Sovrano.

Come capo delle Dominazioni, Zadkiel governa le Potenze che stabiliscono i confini entro i quali l’elemento creato potrà agire, nel pieno rispetto delle leggi stabilite in precedenza dai Cherubini. Conferisce l’energia che sprona alla conquista della felicità più ampia, e concede la pienezza materiale e la ricchezza.

Se la nuova creazione rispetterà tali confini interagendo armonicamente, le Dominazioni le infonderanno fiducia, abbondanza e profonda gioia. In caso contrario, esse vengono comunque in soccorso, aiutando la persona a comprendere che tutte le cose sono in abbondanza. Nella vita quotidiana sono portatori di benessere, soddisfazione, vita agiata ed euforia.

L'angelo del sacrificio di Isacco
L’arcangelo Zadkiel secondo la tradizione ebraica è l’angelo che fermò Abramo nell’atto di compiere il sacrificio di Isacco.

 

5. EMANAZIONE DIVINA DI TIFARETH = BELLEZZA
  • Santo Nome di Yhvh Eloha va-Daath, Dio di sapienza e saggezza che governa la Luce dell’Universo.
    Capo del Coro Raphael: Principe del fulgore, della bellezza e della vita.
    Ordine Angelico dei Melechim: i Re Angelici, chiamati Virtù.

Le Virtù intese come Ordine Angelico non vengono mai menzionate nelle Sacre scritture, tuttavia sono generalmente accettati sia dall’angelologia cristiano-ebraica sia dalle rispettive tradizioni. Le Virtù operano tramite il nome Divino di Yhvh Eloha va-Daath.

Le leggi Divine applicate a tutto il Creato evidenziano la bellezza del piano di Dio Creatore. L’uomo deve comprendere la perfezione del piano Divino, anche se spesso fatica a comprenderlo o lo comprende solo parzialmente. Il dovere delle Virtù è quello di osservare e guidare i gruppi di persone, le comunità.

Il loro nome significa coraggio saldo e intrepidità in tutte le attività. Un coraggio teso all’imitazione di Dio, che mai si stanca di accogliere le illuminazioni donate dal Principio divino. Sono come lampi di luce che ispirano le intuizioni dell’Arte e della Scienza.

Dispensatori di Grazia e valori, le Virtù definiscono la forma, il colore, la dimensione, il profumo, la temperatura di ogni cosa prima che diventi materia. Chiamati pure Fortezze e Quelli che splendono, si ritiene siano angeli estremamente lucenti e trasparenti. Sono gli angeli incaricati della realizzazione dei miracoli.

I protettori degli eroi del bene nel mondo ai quali infondono coraggio e forza. Amano con grande passione gli uomini. Alcune tradizioni affermano che furono proprio due di questi angeli ad accompagnare Cristo nella sua ascesa al Paradiso.

Il capo di questo coro è Raphael o Rafael = Guarigione di Dio o Dio guarisce. È l’arcangelo dell’intelligenza, la potenza che permette di scegliere il modo di vivere e determinare la nostra esistenza. Il suo nome è composto da רפא = medicina, guarigione, e da אל = Dio. Perciò egli è «il medico divino, colui che guarisce da ogni male».

Rafael angelo
Icone russe raffiguranti l’arcangelo Raffaele medico divino.

 

Rafael quale rappresentante della sapienza, della medicina e dell’amore Divino, ha come elemento proprio la Terra. Secondo l’astrologia tradizionale, la costellazione della Vergine è dominata dal pianeta Mercurio.

Anche nella tradizione cabalistica Raphael è associato a Mercurio. Come Raffaele è l’arcangelo della guarigione, così per i greci Mercurio era il Signore della Medicina. Nelle antiche raffigurazioni Mercurio tiene in mano una verga dal tocco risanante: su di essa si attorcigliano due serpenti, i quali si fronteggiano in alto, senza mai toccarsi, attraverso sette spirali.

L’unico punto in cui si toccano, con le code, corrisponde al coccige, che è sede dell’energia vitale. La verga nel suo complesso rappresenta la spina dorsale dell’uomo, mentre i due serpenti sono i due sistemi nervosi, il vago e il simpatico. Questo simbolo veneratissimo è sigillo ancora oggi dell’Ordine dei Medici e dei Farmacisti.

Arcangelo Raffaele
Mercurio-Raphael è il medico divino, colui che guarisce da ogni male.

Rafael è inoltre il custode dell’intelligenza e della conoscenza applicata alla materia, cioè della ricerca scientifica. È a capo delle schiere di Angeli guaritori, che hanno il compito di dispensare l’energia risanante a coloro che ne fanno richiesta.

Anche gli altri Arcangeli richiedono di accordare l’energia necessaria alle realizzazioni materiali invocate dai loro protetti. Sul piano cosmico, questo Arcangelo ha il compito di introdurre il Pensiero Divino nel mondo tangibile.

A lui si attribuisce anche la Tavola Smeraldina che diede all’uomo le leggi immutabili del sapere occulto. Nel corpo umano è rappresentato dal cuore e collabora con gli arcangeli Michele e Gabriele nella creazione del sangue.

Le sue vibrazioni hanno un colore violetto derivato dall’unione del rosso e del blu che corrispondono rispettivamente, appunto, a Michele e Gabriele, le cui energie trovano una sintesi in Raffaele.

Tavola Smaraldina
L’arcangelo Raphael diede all’uomo la Tavola Smeraldina, che contiene le leggi immutabili del sapere occulto.

 

6. EMANAZIONE DIVINA DI GHEVURÀ = SEVERITÀ
  • Santo Nome di Elohim Gibor, Dio potente e terribile, che giudica e vendica il male. Regna nell’ira, nel terrore e nella tempesta; alla sua soglia stanno folgori e fiamme.
    Capo del Coro Kamael: Principe della forza e del coraggio.
    Ordine Angelico dei Seraphim: i Fiammeggianti, chiamati Potestà.

Le Potestà, in ebraico Elohim e in greco Exusiai, rappresentano la potenza del Sole che dilegua le tenebre, Apocalisse 12,7. Esse conferiscono a chi se ne rende degno il loro principio che produce luce e potere.

Descritti dalla Bibbia come esseri angelici dai molti colori, sono gli elementi portanti della coscienza e i custodi della storia.

Sono anche chiamate Potenze e Autorità, rappresentano la sesta Essenza Celeste che è splendore e magnificenza, bellezza e regalità, abbondanza divina e volontà d’amore, virilità, fierezza, potenza, coraggio ed eroismo che mai declina.

Sono descritti da Dante come accademicamente guidati e interessati alla sapienza, alle discipline filosofiche, alla teologia, alla religione, a tutto ciò che appartiene a questi studi. Le Potenze e Autorità sono entrambe coinvolte nella formulazione delle ideologie.

Le Potenze, gli angeli della severità, della forza, infiammati di zelo per il Creatore, vanno a ristabilire l’ordine ovunque esso sia minacciato. Sono gli angeli che scacciano gli attacchi del male. Il loro lavoro è paragonabile a quello effettuato dall’organismo per sbarazzarsi delle scorie. Sono coloro che si oppongono ai demoni.

Diversamente dal gioviale Zadkiel, Kamael è l’Arcangelo che amministra in modo inflessibile la giustizia di Dio. Viene definito anche Severità di Dio, Mano destra di Dio, Signore del Karma. Questo Arcangelo esprime forza e coraggio attraverso la severità. Egli corrisponde all’archetipo di Marte e rappresenta la capacità di agire con forza e determinazione.

È l’Arcangelo della Giustizia, ovvero della Legge, ma anche della volontà e della riuscita.
Nella Bibbia le forze guidate da Kamael sono fra quelle che causano l’espulsione della Umanità = Àdam dal Paradiso Terrestre, retto da Zadkiel. La controparte di Kamael porta il nome di Lucifero. Cioè, l’impulso dannoso all’uomo emanato dal sotto-mondo che agisce in contrapposizione alle norme celesti.

Arcangelo Kamuel
L’arcangelo Kamael, Guariento di Arpo, Museo degli Eremitani, Padova.

 

7. EMANAZIONE DIVINA DI NETZACH = VITTORIA
  • Santo Nome di Jehovah Tzabaoth: Dio degli eserciti, del trionfo e della vittoria, che governa l’Universo con giustizia per l’eternità.
    Capo del Coro Hanial: Principe dell’amore e dell’armonia.
    Ordine Angelico dei Elohim: gli Dei, chiamati Principati.

I Principati o Elohim, i loro doveri, sono descritti da Pseudo-Dionigi l’Areopagita in De coelesti hierarchia: il nome di Principati celesti indica la loro condizione privilegiata simile a quella di Dio e la loro autorità in un ordine che è santo e più appropriato ai poteri del principe. Essi sono completamente rivolti al Principe dei principi, e guidano gli altri in maniera principesca.

Al pari degli Angeli e degli Arcangeli che non sono di fronte a Dio come le gerarchie superiori, i Principati si occupano direttamente ed esclusivamente degli uomini e degli affari terreni. Sono coloro che creano le circostanze per favorire la divina Provvidenza e per rendere le nazioni protette. E assolvono le funzioni di messaggeri del Cielo.

Dante li cita nella Divina Commedia e dice: «Poscia ne’ due penultimi tripudi, Principati e Arcangeli si girano; l’ultimo è tutto di Angelici ludi», Divina Commedia, Paradiso, XXVIII, 124-126. I Principati sono i protettori delle manifestazioni religiose e di culto che stabiliscono e conservano i legami tra creature e Creatore.

Il loro ruolo è di fronteggiare l’influenza costante del demonio, e di ispirare ai loro responsabili le decisioni conformi alla legge di Dio. Essi indirizzano i loro protetti verso il bene. Infatti sono esperti nella formazione di corpi di materia mentale. È attraverso la nostra mente concreta che i Principati si esprimono, e per mezzo di essi noi riusciamo a formulare i nostri concetti.

Haniel = Bellezza è l’angelo predisposto a condurre sulla via della scoperta della vera bellezza del mondo. Nella prima lettera di Pietro 3,21-22, si dice: «Egli (Cristo) ora si trova in cielo, accanto a Dio, e regna sopra tutti gli angeli, il Quale è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze».

La Tradizione ebraica afferma che fu Haniel a trasportare direttamente in Paradiso Enoch. E sempre secondo questa Tradizione, Cervill, un angelo appartenente a questo Coro, sostenne e favorì Davide nella battaglia contro Golia. Arcangelo Haniel esprime la potenza dell’amore e della bellezza, e domina le costellazioni del Toro e della Bilancia.

Nella Kabbalāh la sede di Hamiel, è la settima Sefirà Netzach = Venere. Haniel significa Dio benevolo o Grazia di Dio. Nell’antica Babilonia, l’Arcangelo Haniel aiutava i sacerdoti che si occupavano intensivamente di astrologia, astronomia, energia lunare e pratiche di guarigione. Da allora, viene associato alla Luna e al pianeta Venere.

La sua energia è simile a quella della dea lunare. Perché da un lato è eterea, mentre dall’altro è molto nutriente. Il colore della sua aura splende di bianco bluastro, proprio come una luna piena splendente.

Il Coro presieduto da Haniel, esalta e magnifica la realtà materiale per renderla desiderabile agli uomini in cerca di esperienze. Haniel amministra l’energia del desiderio, che genera l’interesse e induce alla seduzione.

L’Amore concesso da Haniel infonde il desiderio da incorporare in noi stessi, ovvero stimola la conoscenza dell’altro e della materialità del rapporto, e di goderne. Anche se l’amore che scaturisce dalla conoscenza del mondo materiale, non è ancora puro ma solo una conoscenza globale del tutto.

Angeli armati
Schiere angeliche, Guariento, Padova, Musei Civici.
8. EMANAZIONE DIVINA DI HOD = GLORIA
  • Santo Nome di Elohim Tzabaoth: Dio degli eserciti, della misericordia e della concordia, della lode e dell’onore e governa l’universo in saggezza e armonia.
    Capo del Coro Michael: Principe dello splendore e della saggezza.
    Ordine Angelico dei Beni Elohim: Figli degli Dei, chiamati Arcangeli.

L’Ordine Angelico sicuramente più conosciuto. Il nome proviene dal greco αρχάγγελος = archangelos. Il nome ebraico del Coro angelico degli Arcangeli è Beni Elohìm = Figli di Dei (Genesi 6,2).

Gli angeli menzionati nei libri più antichi della Bibbia Ebraica sono senza nomi. Il rabbino Simeon ben Lakish di Tiberiade (230-270) asseriva che tutti i nomi specifici degli angeli e demoni vengono riportati dagli Ebrei di Babilonia.

Dei sette arcangeli del giudaismo post-esilio, solo tre: Gabriele, Michele e Raffaele, vengono menzionati per nome nelle Scritture. Gli altri quattro vengono nominati nel capitolo XX del Libro di Enoch (II secolo a.C.): Uriele, Raguel, Sariel e Remiel.

I quattro arcangeli vennero aggiunti ai nomi dei tre principali per rappresentare i quattro punti cardinali, Uriele generalmente rappresentava il quarto. Il Libro di Enoch da secoli è considerato apocrifo dalla Chiesa Cattolica, Chiesa Ortodossa e Protestante.

Nelle Sacre Scritture la loro presenza è assai diffusa, soprattutto quella dei tre maggiori Arcangeli: Michele, Raffaele e Gabriele. La Chiesa Ortodossa ne riconosce un altro, seppure non completamente accettato da cattolici ed ebrei: Uriele o Uriel.

Michele è citato nel libro di Giuda 1,9. Raffaele è invece uno dei protagonisti dell’episodio di Tobia e Sara, aiutando il primo nella lotta contro un demone maligno che assillava la povera ragazza. Gabriele poi sarà colui che annunzierà alla Vergine Maria la nascita del Messia.

Arcangeli, angeli e gerarchie angeliche
I sette arcangeli, sono sicuramente gli angeli più conosciuto fra tutti.

Gli Arcangeli sono considerati i messaggeri per eccellenza di Dio, soprattutto presenti in momenti critici della storia per annunziare i decreti e gli ammonimenti divini. Essi rivelano, insegnano ed illuminano. In Genesi 18,1 si legge: «Il Signore gli apparve… ed ecco tre uomini».

La locuzione shalisha ve-henna = ecco tre uomini, rivela l’aspetto Trino di Dio apparso ad Abramo e identifica per gematria i nomi dei tre uomini-angeli: Michael, Gabriel e Rafael. L’unità essenziale del Dio Trino o Personalità di Dio Uno, distinte dai tre Arcangeli biblici, è espressa da un quarto Arcangelo: Uriel = Fuoco Divino.

Questi tre Arcangeli raffigurano la Trinità dell’Antico Testamento:
1. Dio, il Creatore, il Padre.
2. La Sapienza di Dio, il Figlio, la Fede che salva e che guarisce dall’ignoranza deiforme.
3. La Potenza di Dio, lo Spirito Santo, la Carità che santifica e fa i miracoli.

Secondo diversi teologi gli Arcangeli non sarebbero un ordine distino ma piuttosto un numero ristretto di angeli speciali, una élite scelta dal Creatore. La Tradizione cristiano-ortodossa infatti ne riconosce solo sette: Michele, Raffaele, Gabriele, Uriele, Barachiele, Geudiele e Sealtiele.

Spiriti zelanti ed obbedienti, delegano alcune missioni ed istruiscono gli ordini inferiori. Proteggono tutti gli uomini tramite gli angeli semplici ma volgono particolare attenzione agli operatori dello Spirito Santo.

Sono considerati leggermente più grandi degli altri angeli ed a volte vengono dipinti con armature o toghe. Spesso sono rappresentati abbigliati da soldati con corazza e stivaletti, ma senza elmo, spesso con una fascia d’oro alla vita. Hanno un paio di ali. Nella mano destra la sfera con le iniziali di Gesù Cristo, nella sinistra una spada nuda con la punta rivolta in alto.

MICHELE

Michael = Colui che è simile a Dio è il Primo dei Principi Primi, Daniele 10,13. Il termine Primi indica i Primi nati, cioè creati o Primogeniti. Clemente d’Alessandria li definisce Angeli Protoremielctisti = coloro che stanno nella Divina Presenza.

Egli rappresenta Dio Uno e Trino (Giovanni 1,1) e la prima Persona della Trinità: il Padre. Il suo nome è composto da tre parti. La prima, מי = mi = Chi? designa il grado supremo dell’essenza divina (Zohàr) e indica Dio prima della Creazione, Colui che è il Creatore del firmamento (Isaia 40,26; Apocalisse 3,14).

La seconda parte, la lettera כ = cha = come, ha valore assimilativo e di uguaglianza, nel medesimo tempo però indica distinzione. Designa il Verbo. La terza parte אל = El = Dio.

È citato nella Bibbia ebraica, nel Libro di Daniele 12,1, come primo dei principi e custode del popolo di Israele. Secondo l’esegesi ebraica l’angelo Michele sostiene il popolo d’Israele e rappresenta il Kohen Gadol = Sommo Sacerdote davanti a Dio, è infatti legato alla Sefirà Chessed ed è chiamato Grande come il popolo d’Israele.

Nelle Scritture è citato anche come il Capo dell’Armata Celeste (Apocalisse 12,7), un uomo con la spada sguainata (Giosuè 5,14), il Firmamento delle Stelle (Isaia 40,26), che è il suo corpo stesso. È chiamato nel canone romano arcaico il Santo Angelo, ed è un singolare che indica tutti i santi angeli.

L’angelo Michele rivelò a Sarah, sposa di Abramo, la nascita del figlio Isacco. Nell’esegesi ebraica varie opinioni rabbiniche disertano sull’ipotesi che sia stato lui l’angelo che lottò con Giacobbe, e non Samael. Michele viene raffigurato con la spada fiammeggiante, strumento d’Iniziazione e di difesa, e la bilancia per pesare le anime per il giudizio finale.

GABRIELE

Gabriel è il Forte, l’Invincibile di Dio che dice di sé: «Io sono Gabriel, alla Presenza di Dio io sto» (Luca 1,19). E rappresenta lo Spirito Santo (Luca 1,35), ma anche la seconda Persona della Trinità perché il Figlio è Potenza del Padre.

Il suo nome גבריאל = Gabriel, è composto da גבר = potente, da י = yod = simbolo della mano che indica il possesso, e da אל = El = Dio. Perciò il suo nome può essere tradotto come Dio è la mia potenza, o la Mano della Potenza Divina.

Nella Tradizione biblica, a volte, è rappresentato anche come l’angelo della morte o angelo del fuoco. Il Talmud lo descrive come l’unico angelo che può parlare siriaco e caldeo. Nell’Islam, Gabriele è uno dei capi Messaggeri di Dio.

Nel Talmud, Sanhedrin 95b, Gabriele appare come il distruttore dei soldati: armato di affilata falce che era pronta già dalla Creazione. È menzionato pure come colui che mostrò a Giuseppe la via da seguire, colui che evitò alla regina Vashti di apparire nuda davanti al re Assuero e ai suoi ospiti, facendole spuntare una coda. Ma soprattutto è l’angelo che seppellì Mosè.

Nel Talmud Yoma 79a, si narra che Gabriele cadde in disgrazia perché «non aveva obbedito ai comandi dati, rimando così fuori per un po’ dal Velo celeste». Durante questo periodo di 21 giorni, l’angelo guardiano della Persia, Dobiel, fece le veci di Gabriele.

Annunciazione di Gabriele a Maria. Angeli e gerarchie angeliche
Angelico da Fiesole, Arcangelo Gabriele e l’annuncio a Maria, Museo nazionale di San Marco, Basilica di San Marco, Firenze.

 

Gabriele è anche, secondo il Giudaismo, la voce che disse a Noè di prendere gli animali prima del grande diluvio. L’invisibile forza che evitò ad Abramo di uccidere Isacco e la voce del roveto ardente.

Nell’Islam è chiamato capo dei quattro angeli favoriti e spirito di verità, esplicando sotto altri punti di vista una funzione analoga a quella dello Spirito Santo.

Come forma di deferenza, i musulmani lo chiamano anche Nostro Signore Gabriele (Sidna Jibril), poiché si presenta come iniziatore in grado di trasmettere il messaggio divino al Profeta e di conseguenza agli uomini.

Grazie al fatto di poter intercedere presso Dio, è considerato protettore e interprete della volontà divina. È conosciuto anche come il Grande Ordinatore = An-Namus al-Akbar, lo Spirito Santo = ar-Ruh al-Qaddus e l’Integro = Al-Amin. Gabriele viene descritto fisicamente nel hadīth di Bukhārī (Sahil 4:54:455).

Nel Nuovo Testamento Gabriele appare due volte: al sacerdote Zaccaria, nel Tempio di Gerusalemme, mentre questi faceva l’offerta dell’incenso (Luca 1,15); e a Maria, madre di Gesù (Luca 1, 26-27). II culto dei cattolici all’arcangelo Gabriele è antichissimo, e si collega alla festività dell’Annunciazione.

RAFFAELE

Rafael è il Medico divino, Colui che guarisce da ogni male: «Io sono Rafael, uno dei sette angeli che stanno alla Presenza della Maestà del Signore» (Tobia 12,15). Rafael rappresenta la Sapienza Divina, la Medicina Divina e l’Amore Divino che guarisce da tutti i mali. Il nome è composto da רפא = medicina, guarigione, e da אל = El = Dio.

Egli è il terzo angelo di cui parla la Bibbia. Nel libro di Tobia appare addirittura in forma umana col nome di Azaria. Raffaele è la guida, e difensore, del giovane Tobia o Tobiolo. Solo al termine della sua missione, si rivela dicendo: «uno dei sette spiriti che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore», e incarica Tobia di scrivere l’accaduto.

Essendo un personaggio di un libro deuterocanònico della Bibbia, non è riconosciuto dalla maggior parte delle confessioni Protestanti. Nel Nuovo Testamento, seppure indirettamente, Raffaele è l’angelo del miracolo compiuto da Gesù presso la piscina di Betzaetà.

Raffaele, nel racconto dell’evangelista, è identificato con l’angelo che scendeva nella piscina e ne agitava l’acqua, concedendo la guarigione da ogni malattia al primo che vi si sarebbe tuffato dentro dopo il moto dell’acqua (Giovanni 5,4). Questa identificazione è rimasta nel culto, tanto che il passo della guarigione del cieco veniva letto nelle Messe dedicate al santo.

Rafael angelo
Icone russe raffiguranti l’arcangelo Raffaele medico divino.

 

URIELE

Uriele o Uriel = Luce di Dio è uno degli arcangeli della tradizione ebraica. Egli compare nel libro di Enoch e pure nel Secondo Libro di Esdra, un’aggiunta apocrifa nella tradizione della Letteratura Apocalittica creata da Esdra, nella quale Uriel viene inviato da Dio per rispondere alle domande del profeta e per istruirlo.

Arcangelo Uriele
Uriele, Luce di Dio, è l’Arcangelo della Pace.

 

È spesso identificato come il cherubino che «sta a guardia dei cancelli dell’Eden con una spada fiammeggiante», o come l’angelo che «veglia sul tuono e il terrore» (1 Enoch). Nell’Apocalisse di Pietro, versione greca, viene descritto come l’Angelo del pentimento.

Nella Vita di Àdamo ed Eva, è uno dei cherubini del terzo capitolo della Genesi. Egli è comunemente identificato come uno degli angeli che aiutarono a seppellire Àdamo e Abele in Paradiso. Uriel condusse Abramo verso l’Ovest, e fu lui a lottare con Giacobbe a Peniel.

Spesso è raffigurato come l’angelo che decimò l’esercito del re assiro Sennacherib. È l’angelo che annuncia a Noè l’avvento del Diluvio che viene descritto nel Libro di Enoch, (1 Enoch 10,1 Libro degli Osservatori). Ed è colui che controllò che sulle porte d’Egitto vi fosse il sangue d’agnello, durante le piaghe. Detiene inoltre la chiave dell’Inferno nei Tempi della Fine.

RAMIELE

Ramiel = Tuono di Dio è un angelo principalmente delle tradizioni giudaiche. È considerato l’angelo di giustizia. Il suo nome significa Amico di Dio. È il sesto arcangelo presente nel libro di Enoch, il suo compito è quello di portare le visioni di Dio agli uomini e trasportare le anime dei fedeli in paradiso.

Arcangelo Remiel
Ramiel è un angelo principalmente delle tradizioni giudaiche.

 

Nel libro di Enoc Ramiel è a capo di 200 angeli caduti ed è responsabile della speranza nel mondo. Il suo scopo è di tenere sotto controllo angeli caduti e demoni. È noto per distruggere gli spiriti malvagi e gettare angeli caduti nell’inferno (chiamato Gehenna nell’Antico Testamento ebraico e chiamato Tartaro nel Nuovo Testamento greco).

Da sempre è indicato come l’arcangelo della giustizia, equità, armonia, redenzione. A volte è anche conosciuto come l’arcangelo della parola. Sempre nel libro di Enoch, capitolo XXIII, è uno dei sette angeli il cui ruolo è quello di guardare. I suoi doveri sono rimasti gli stessi nelle tradizioni ebraiche e cristiane.

Il suo numero è 6, e la sua funzione è di rettificare e redimere coloro che trasgrediscono le leggi di Dio. Ramiel non è menzionato negli scritti canonici della Bibbia. Tuttavia, in 2 Enoch, il patriarca Enoch narra che fu portato come mortale in Paradiso dagli angeli Ramiel e Sariel.

SARIELE

Sariel = Principe di Dio è un angelo principalmente dalla tradizione giudaica. In 1 Enoch, è un osservatore caduto, uno dei sette angeli santi che è di eternità e tremore. Nella tradizione cabalistica, è l’Arcangelo reggente della Terra, il cui compito è di portare la luce della Conoscenza di Dio all’umanità.

Nello gnosticismo, Sariel viene richiamato per i suoi poteri protettivi. È commemorato nel calendario della Chiesa copta ortodossa su 27 Tobi in calendario copto. Secondo il Libro di Enoch, Sariel, era uno dei capi degli angeli bramato dalle figlie degli uomini.

Questi angeli discesero fino alla vetta del Monte Hermon per acquisire mogli e sedurre gli uomini. Sariel insegnò agli uomini il corso della luna. Il suo nome è elencato anche come Arazyal, Saraqael, Suryal e Asaradel in alcune traduzioni di Enoch 1.

In questo libro, Saraqael è uno degli angeli, che vegliano gli spiriti che peccano nello spirito e Suryal è uno degli angeli che guardano lo spargimento di sangue sulla terra, insieme a Gabriel, Michael, Raphael e Uriel. In Enoch 2 è chiamato con il nome di Samuil o Sariel. È l’angeli che portò Enoch al cielo.

Il libro della guerra dei figli della luce contro i figli delle tenebre, dai Rotoli del Mar morto, elenca il nome di Sariel insieme a Michael, Raphael e Gabriel come nomi da scrivere sugli scudi dei soldati in una torre durante le manovre (1QM 9,15). È usato sugli scudi della terza Torre (1QM 9,16). L’angelo Suriyel è menzionato nel conflitto tra Àdamo ed Eva e Satana.

RAGUELE

L’Arcangelo Raguel appartiene alla Tradizione giudaica. Il suo nome significa Amico di Dio, è l’angelo che rappresenta la giustizia e l’armonia. Il suo compito è quello di portare armonia ed equilibrio nelle situazioni che sono fuori controllo o prive di amore. Egli non è menzionato nei libri canonici della Bibbia ma viene citato nel libro di Enoch.

A Raguel è stata affidata da Dio una missione molto speciale. Si può dire unica. Egli sorveglia gli altri angeli ed Arcangeli al fine di renderli consapevoli della specificità con cui devono eseguire le missioni divine che sono state loro affidate.

Allo stesso tempo, assicura l’armonia generale di tutte le gerarchie celesti e rende possibile la loro perfetta integrazione. Così che riescano a realizzare la volontà divina in ogni istante.

Inoltre, Raguel è dotato di un potere divino, che gli fu conferito da Dio per dare una punizione esemplare agli angeli caduti che si erano trasformati in entità demoniache a causa della loro disobbedienza e della loro rivolta egoistica contro Dio e l’ordine divino. Ciò accadde quando Lucifero si ribellò a Dio.

Tradizionalmente Raguel è considerato il protettore e sostenitore degli esseri umani oppressi che hanno subito delle ingiustizie. È anche il protettore delle persone che sono testate da Dio attraverso prove spirituali.

Ecco perché, in alcuni trattati della Kabbalah, si cita l’importanza del suo ruolo nel restaurare la giustizia e l’armonia divina sulla terra, specialmente con la fine dei tempi.

Nel libro di Enoch, Raguel porta un cerchio di fuoco con cui perseguita tutti gli angeli caduti. E mostra ad Enoch le Sette Montagne; nel mezzo di esse, la più alta montagna è il trono di Dio dove il Messia siederà insieme con l’albero della saggezza.

Raguel è citato nella Apocalisse di Giovanni (Ap 3,7). Egli veglia sugli altri angeli per assicurarsi che lavorino bene insieme con i mortali, in modo armonioso e ordinato secondo l’ordine divino (Ap 3,7–13). E sorveglia gli arcangeli e gli angeli affinché eseguano sempre le leggi di Dio.

Sebbene non menzionato espressamente per nome nella Bibbia, molti teologi credono che ci si riferisca a lui in diversi passi. La maggior parte dei riferimenti biblici a lui riferiti, provengono dalla Apocalisse di Giovanni. Probabili riferimenti storici si possono trovare anche nella cultura babilonese con Rag o Ragumu, e nella cultura sumera con Rig = parlare.

9. EMANAZIONE DIVINA DI YESOD = FONDAMENTO

  • Santo Nome di Shaddai Al Chai: Dio dispensa benefici, Onnipotente e Generoso. Dio della Vita, il Vivente.
    Capo del Coro Gabriel: Principe del mutamento e dell’alterazione.
    Ordine Angelico dei Kerubim: i Cherubici, chiamati Angeli.
Coro degli angeli
La Bibbia dice che l’angelo è portavoce di Dio.

 

Gli angeli di Yesod, sono la via per raggiungere il Verbo. Si nutrono di Lui, giacché gli Angeli sono il rifugio perfetto della luce divina. Vengono spesso inviati ad annunciare i voleri divini.

Comunicano la divina potenza nella conversione dei peccatori, la sapienza nella rivelazione dei segreti, la misericordia nella glorificazione dei giusti, la giustizia nella condanna dei malvagi.

Nella Kabbalāh ebraica hanno un ruolo fondamentale. Secondo la Tradizione, prima di creare il mondo, Dio insegnò la Kabbalah agli angeli. Nel libro dell’arcangelo Raziel, consegnato ad Àdamo, ci sarebbero stati tutti gli insegnamenti necessari per fare ritorno nell’Eden.
All’interno di tale testo c’è tutta la tradizione mistica ebraica, legata alle corrispondenze tra cose terrestri e celesti. Oltre alla numerologia, dedica ampio spazio ai nomi ed alle funzioni che hanno gli Angeli.

I nomi di quelli che vivono a est e ovest terminano per el, iel, iael; mentre quelli che sono a nord e sud finiscono per iah e ael.

Nella Kabbalah ebraica sono presenti 72 nomi di Angeli, ognuno con uno specifico attributo divino. Gli Angeli appartengono all’ordine più basso della gerarchia angelica. Tra di essi ci sono gli Angeli Custodi, l’ordine in assoluto più vicino all’uomo. Sono responsabili del presentare le offerte, i sacrifici e le preghiere dei loro assistiti presso Dio (Esodo 33,20).

La tradizione popolare confonde spesso gli angeli primordiali, creati prima dell’uomo, con i defunti assunti in Cielo e ora al cospetto del Creatore, in una rivisitazione cristiana del culto dei morti e degli antenati.

Sant’Agostino dice a loro riguardo: La parola angelo designa l’ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura si risponde che è spirito; se si chiede l‘uf­ficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo. In tutto il loro essere gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio.

Per il fatto che vedono la faccia del Padre che è nei cieli (Matteo 18,10), essi sono potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola (Salmo 103,20). In quanto creature puramente spirituali, essi hanno in­telligenza e volontà: sono creature personali e immor­tali. Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria.

Gli Angeli sono il Coro Angelico più citato nella Bibbia. Essendo dei messaggeri, vengono inviati da Dio presso gli uomini che ne hanno bisogno. Dio è onnipotente (Genesi 17,1; Apocalisse 16,14), è uno spirito (Giovanni 4,24; 2Corinti 3,17). E poiché nessun essere umano può vederlo (Giovanni 1,18) né può sostenere la sua vista (Esodo 33,20), Dio impiega un mediatore angelico.

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Love, we are expecting a baby

Parent. The announcement of the arrival of a child has a very strong emotional impact on future fathers.

Often it arouses conflicting emotions. If on the one hand you are proud and happy to become a parent, on the other the new role frightens. Future dad, keep your nerve and look for a place close to your partner and your baby from the beginning of pregnancy. The sooner the man adapts to the child’s daily life, the better.

Being a parent is one of the most extraordinary experiences of life. It allows us to experience feelings of enormous joy, love, pride, emotion and happiness. It drives us to give our best, but at the same time it can test our patience and our ability to manage stress.

Sometimes it can lead us to anger and violence. It is also positive that the family from the beginning constitutes a team. As in a football team, parents must immediately clarify what tasks they take and where collaboration is required.

Parent, instinct or experience

Many of us become parents without knowing the stages of a child’s development, so they rely on the instinct or experience of their childhood. Very often, however, our instinct is actually just an emotional reaction that has not been sifted well. Our childhood may have been negative or even violent.

What to do to establish a positive relationship with our children? How to educate them in mutual respect and without resorting to physical punishment or other degrading punishments?

We can do this by applying all interactions with them, and not just the most difficult ones. Through the four principles of parenting:

1. identify their long-term educational goals;

2. making our children feel our affection and providing points of reference in every interaction with them;

3. understand what our children think and feel in different situations;

4. adopt a sweet approach that aims to solve problems rather than a rough approach. These four principles are the essential components of a good parent-child relationship and a positive discipline.

the paternal role
Today the paternal role has been lost in the moral guidance of the family.

Parenting

Parenting is a very complex function that incorporates both individual aspects related to our idea (partly conscious and partly unconscious) of how a parent must be and, both aspects of the couple, that is the relational modality that partners share in ‘fulfill this specific task.

This complexity explains how it is not possible to confine parenting only in the biological event of birth but how, instead, it produces significant individual and relational changes that will be present and constantly evolving throughout the rest of the life cycle of the individuals involved.

Educational style

You can not always be parent the same way, because you will have to meet different commitments and adopt different methods of communication, interactive based on the age of the children. All this implies, therefore, the dynamic ability to constantly “revisit” one’s own educational style, in a functional way facing the changes that life can bring.

It is easy to understand how the transition to parenting is a normative phase (ie expected) in the life cycle of individuals and how, the entry of a new member, broadly modifies the relationships within the nuclear and extended family, thus leading to beginning of a new generational history.

The birth of the first child marks the transition from a married couple to a family triad, and it will be the success or failure of this passage that strongly, but not necessarily forever, affects the evolution of the role of parent. Parents must find their intimate and private space within this new reality.

New parent

Among the tasks awaiting the new parents are:

1. the creation of a space both physical and psychic for the child, this will involve the modification of the family system;

2. taking care of the child, both in an affective and normative sense;

3. establish solid but permeable boundaries within and outside the couple, so that the adult / child relationship or the invasion of the extended family does not undermine the adult / adult relationship by putting marital union at risk;

4. Ability to modulate in the growth of the child educational concessions and impositions on the basis of their needs for separation / individuation.

Parental role

The accomplishment of all these tasks is not easy to solve, especially in multiproblematic families or those that present unexpected events that have profoundly modified the structure. In problematic families, as well as in those divided, reconstituted, single-parent families, support for parenting is an important protective factor both for the “healthy” growth of the children and for ensuring the continuation of the parental role.

The main objective is therefore to maintain a continuity of the relationship between the child and both figures of reference and avoid the unnecessary marital dispute for the exclusive love of the children by definitively expelling the ex-spouse from the affective life of children.

Parenting
Being a parent is one of the most extraordinary experiences of life. It allows us to experience feelings of enormous joy, love, pride, emotion and happiness. It drives us to give the best of us.

Parent in restructuring

We must learn to deeply restructure the internal organization of the family. A family that “does not work” is the one that has stereotyped its way of interacting, which fails to change in consideration of the new needs of its members.

The role of the parent becomes that of helping the system to face and overcome the evolutionary “hitches” always starting from the resources present in the system.

In this perspective both fatherhood and motherhood can be considered as a new function, which takes over from the maturing achievement of the previous stage and within a model that refers to a progression through stages or evolutionary phases throughout life.

Becoming a parent requires a reorganization both on a pragmatic level, as social and economic changes and in lifestyle, and on an intrapsychic level in relation to the representation of oneself that one wants to transmit.

Parent, the Ebook

All parents, regardless of their culture of origin or social status, need support and information. This Ebook provides important information that will help parents to build a solid relationship with their children.

The Dad has to carry out important tasks: to lighten the duties of the partner and motivate him, because this is beneficial for the child. Furthermore, his physical approach to the child is important for his healthy development.

The Ebook does not propose miraculous recipes that parents must follow to solve specific situations, but rather helps parents to reflect on their behavior and to better understand the behavior of their children.

It helps them to apply the knowledge acquired to support their children in growth, building a strong and lasting relationship with them. 

To whom it is addressed

The Ebook is aimed at parents with children of all ages, in particular it is aimed at fathers of any culture and social condition. Topics covered will be useful for any parent-child relationship.

However, families living in special situations such as traumas, conflicting or violent relationships between parents or children with neurological problems or chronic illnesses will have to integrate the information presented in this book with further insights and specific supports from qualified professionals.

The Ebook can also be a valid tool for professionals in the sector, such as teachers, educators, youth leaders. They will find useful suggestions for their work of teaching and assistance to minors.

Topics covered

Ebook accompanies the reader along a path that will show parents how to support their children in their development, and at the same time build a strong and good relationship with them.

The discussion of the topics starts from the fundamental principles of the rights of children and adolescents and from the four fundamental principles of positive parenting, that is: focus on long-term goals; to make one feel one’s affection and provide points of reference; understand what their children think and feel; have an approach aimed at constructive resolution of problems.

One chapter will be dedicated to children’s rights and their relevance in the exercise of parenting. The Convention on the Rights of the Child is also presented, which promotes principles for the correct development of the child and positive parenting.

The affection and the points of reference

Chapters of this ebook cover the basic elements of a good parenting relationship. The reader will be invited to reflect on the objectives of the parents, to learn to use the extremely effective tools that will enable them to achieve these goals: the affection and the points of reference.

Various stages of a child’s development will also be illustrated. Understanding why children behave in a certain way and evaluate the effectiveness of our possible reactions to those behaviors. The reference bibliography, during the discussion of the topics, will propose a list of available resources to deepen the knowledge and exercise the acquired skills.

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Attualità kabbalah

Welcome drink con la sapienza

MI ILLUMINO DI INFINITO – A SPASSO CON LA KABBALAH

La sapienza ci invita a sorseggiare un drink osservando e vivendo ciò che ci circonda.
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Sicuramente sarà capitato di chiedervi “come sarebbe un mio aperitivo con la sapienza?”. Soprattutto dopo una delusione o un fallimento. Tranquilli, non siete i soli. Questa domanda attraversa i secoli da quando l’umanità è nata e ha cominciato a guardarsi intorno. Il desiderio di conoscenza è in noi, nel nostro dna. Tutti cerchiamo risposte alle domande, e tutti rimaniamo stupiti della nostra continua ignoranza di conoscenza. La Kabbalah mistica ci aiuta ad essere un po’ meno “ignoranti di sapere” e ci apre nuovi panorami di conoscenza che prima non sapevamo esistere.

Kabbalah mistica.
Welcome drink con la sapienza. Il libro che introduce alla Kabbalah con semplicità.

SIETE INVITATI AL GALA’ DELLA SAPIENZA

Sapienza fa rima con pazienza, ma anche con capienza. Possono sembrare due termini in antitesi ed invece hanno una matrice comune: la conoscenza. L’invito al party della Kabbalah mistica è l’occasione per mettere insieme pazienza e capienza.
E’ un incontro informale, perciò ognuno può presentarsi come vuole e quando vuole. Importante è esserci. Welcome drink con la sapienza è il tuo pass, usalo. Non rimarrai deluso. Faremo quattro chiacchiere tra amici, tra risate e un bicchiere di vino. Giocheremo con le parole, risponderemo alle domande più svariate e parleremo di noi stessi senza remore. Acquista e scarica l’ebook qui sotto. E la poltrona di casa, il tuo sofà, sarà l’alcova preferita dove incontrare una “sapienza antichissima” ed avere risposte che prima non immaginavi ci fossero.

VIVI E LASCIATI VIVERE DALLA SAPIENZA

La Kabbalah mistica aiuta a vivere serenamente, a non prendersi maledettamente sul serio perché infonde pace e tranquillità. Soprattutto è un antidepressivo naturale. Composto da un mix di esperienze di vita millenaria, da condivisioni e da ricerca della verità, e da un pizzico di buon umore e di sarcasmo. Capire, sapere, conoscere è vivere sé stessi per lasciarsi vivere dagli altri. Solo vivendo bene la nostra interiorità si riesce a trasmettere amore e ad aprire il cuore agli altri. Perché aprire il cuore vuol dire parlare agli altri non solamente con le parole, ma con tutta la propria disponibilità all’ascolto, all’incontro e al confronto.

ASCOLTIAMO IL CUORE

Il linguaggio del cuore è molto più importante. Le parole da sole svolgono solo la funzione di interpreti fra il cuore di chi parla e l’orecchio di chi ascolta. Una parola senza cuore è una parola senza vita. Welcome drink con la sapienza ci aiuta a vivere con il cuore, ci aiuta a capire il senso delle parole e a dire quelle giuste nel momento giusto. A essere pazienti con noi stessi e gli altri. La meditazione ha un valore inestimabile nell’aiutare a sviluppare la concentrazione, a favorire il rilassamento, a incoraggiare lo sviluppo personale e spirituale. Sorseggia un drink con la sapienza e lasciati andare. Il mondo ti sembrerà sicuramente meno frenetico.

SAPIENZA CONTROCORRENTE

Alcune sere fa, come accennato, ho partecipato alla conferenza sulla mistica del linguaggio nell’era digitale. La conclusione dei lavori è stata che la maggioranza di coloro che utilizzano il web non prestano “attenzione all’utilizzo della parola e ai suoi molteplici significati” in quanto schiavi dei processi di precompilazione delle parole offerti dai programmi di scrittura dei dispositivi in uso. Insomma, si usano le parole tanto per digitare qualcosa, non perché si voglia dire veramente qualcosa. Io credo invece che l’idea stessa di voler digitare qualcosa, esprima il desiderio di voler comunicare qualcosa. Sebbene il linguaggio in quest’era ha perso gran parte della sua bellezza descrittiva.

HO SCOMMESSO CHE…

Sono un inguaribile sognatore e ho scommesso con gli altri relatori della conferenza la mistica del linguaggio nell’era digitale che un “welcome drink con la sapienza” sarebbe stato sottoscritto da molte persone. Aiutami a vincere la scommessa. Non c’è denaro in palio, ma solo la conferma di non essere rimasto l’unico sognatore e l’unico desideroso di conoscenza e di confronto.

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Attualità Ebraismo

La parola del silenzio. La mistica del linguaggio.

LA PAROLA ERA PRESSO DIO, LA PAROLA ERA DIO

In principio era la Parola, la Parola era presso Dio e la Parola era Dio. Essa era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di essa, e senza di essa niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. (Giovanni 1,1-3)

IN VIAGGIO

Nel precedente articolo, la voce del silenzio: l’inizio della cabala ebraica, abbiamo parlato del silenzio in quanto sapienza dell’amore.

La Torà infatti, prima ancora di essere il libro della Parola, è il libro del silenzio. Dio non parla nei segni della potenza e della grandezza del mondo. Egli parla laddove la nostra intelligenza e il nostro cuore non gli danno appuntamento, parla dove è il silenzio a parlarci di Lui. Il silenzio è la voce di Dio. La Sua opera creatrice avviene attraverso, con, nel e dal silenzio.

Il silenzio è lo scalpello di cui Egli si serve per modellare la pietra umana e renderla marmo pregiato… Continua il nostro viaggio alla scoperta del mondo spirituale ebraico attraverso la Qabbalah.

MIDRASH

Il midrash è un racconto per insegnare le profondità nascoste della Torah. Ecco un esempio.

La gente che era presente nella sinagoga e che udiva i discorsi che faceva il bambino ne fu meravigliata. Diceva: “abbiamo visto tante cose straordinarie e udito tali discorsi da questo bambino, quali mai avevamo udito o udremo da qualche altro uomo, né da sacerdoti, né da scribi, né da farisei”.

Allora, il maestro disse al padre del bambino: “conducilo da me, io gli insegnerò le lettere”.

Il padre prese il bambino e lo condusse alla casa del maestro, dove anche gli altri bambini venivano istruiti. Il maestro, con voce amorevole incominciò ad insegnargli le lettere e scrisse per lui la prima riga che va dall’àlef fino alla tau. E dolcemente lo invitò a indicargliele, ma il bambino taceva.

L’illuminazione arriva quando meno te lo aspetti

Allora il maestro adirato lo picchiò sulla testa, e il bambino sentendosi picchiato gli disse: “devo io insegnare a te e non tu insegnare a me. Io conosco le lettere che tu vuoi insegnarmi e so che voi siete per me come dei recipienti da cui non escono che suoni e non la sapienza, né voi salvate le vite”.

Poi incominciando a leggere la riga recitò esattamente lettera per lettera dall’àlef alla tau molto in fretta. Il maestro gli disse: “ma tu non sai interpretare che cosa è l’àlef e che cos’è la beta, come puoi insegnare agli altri? O ipocrita, se tu sai e puoi dirmi riguardo l’àlef, io dirò a te riguardo alla bet”.

Ma quando il maestro si accinse a parlare intorno alla seconda lettera non riuscì a dare alcuna risposta.

Rispettiamo gli altri

Allora il bambino disse al maestro: “quelli che non conoscono l’àlef come possono parlare della tau? Ipocriti, ditemi prima che cos’è l’àlef e io allora vi crederò quando parlerete della bet.

Ascolta maestro e cerca di capire la prima lettera, stammi a sentire come è fatta: due linee nel mezzo, unite insieme di uguale specie che hanno tutte le caratteristiche in comune. Tanti triangoli quasi acuti disposti a scala tagliati a metà uno sopra l’altro, che si prolungano verticalmente ed orizzontalmente o che si piegano a formare una curva…”.

Quando il maestro vide che egli sezionava così la prima lettera, rimase sconcertato a tutti quei nomi e alla sua spiegazione, ed esclamò queste parole: “ohimè sono stato messo in imbarazzo, ho attirato su di me stesso la vergogna per opera di questo bambino”.

E mentre tutti lo ascoltavano cominciò a gridare dicendo: “forse che deve vivere sulla terra costui? Al contrario è degno di essere appeso alla grande croce, perché il fuoco lo potrebbe spegnere e tutte le altre forme di tortura le saprebbe eludere. Io credo che costui esistesse già prima del cataclisma e che sia nato prima del diluvio”.

qabbalah ebraica
Il mondo ebraico non conosce l’astrazione. Noi abbiamo parole concrete e astratte, il mondo ebraico conosce solo parole concrete, conosce l’esistenzialità.
STRANO ALLE NOSTRE ORECCHIE

Questo racconto, midrash in ebraico, tratto dai vangeli apocrifi, può sembrare strano ai nostri occhi. Eppure sono scritture che nascono nell’ambito ebraico e ci mettono di fronte a un modo completamente diverso di porsi di fronte alle lettere dell’alfabeto e al loro profondo ed illuminante significato.

Per noi sono semplicemente dei suoni, che uniti insieme producono parole e diventano comunicazione. Invece, per il mondo ebraico, diventano motivo di discussione, motivi di mistica e di ricerca filosofica. Diventa Parola di Dio.

DIFFICILE COMPRENSIONE

Abbiamo una grande difficoltà a comprendere la Parola di Dio. Perché quando parliamo di Parola di Dio, pensiamo: è quello che Dio ha detto. E lo diciamo perché è detto attraverso una lingua e una cultura diversa dalla nostra. E perché Dio ha utilizzato i profeti quale megafono per raccontarsi.

Tutto è già scritto, e la Parola di Dio, la Bibbia, non è niente altro che un libro in più da leggere e da conoscere. Più lontani non potremmo essere da un mondo nel quale e nei confronti del quale siamo veramente estranei.

PAROLE CONCRETE

Le conseguenze, le motivazioni sono altre. Ma la cosa più importante è quella di cercare almeno di affacciarci a questa realtà. A questo mondo così esistenziale che non conosce l’astrazione.

Il mondo ebraico, il vocabolario ebraico non conosce l’astrazione. Noi abbiamo le parole concrete e astratte, il mondo ebraico conosce solo parole concrete, conosce l’esistenzialità.

LA SCRITTURA

La storia della scrittura, parliamo di alfabeto, è indubbiamente una delle più importanti componenti della storia dell’umanità. La nascita della scrittura fonetica è un cammino lunghissimo e quanto mai intricato.

Conduce l’umanità asiatica-africana ed indo-europea dalla scrittura ideografica egizia e sumerica, sino al primo alfabeto compiuto. Noi conosciamo anche il luogo e la data di nascita del nostro alfabeto: il luogo è la città di Biblos, sulla costa fenicia; il 1400 a.C., la data.

I FENICI

I Fenici, i suoi ideatori, lo crearono mutuando i segni della scrittura corsiva egizia. Gli egizi avevano due tipi di scrittura, quella ideografica e quella corsiva. Da questo alfabeto fenicio originario derivano tutte le scritture dell’antichità.

L’ebraico arcaico, sinaitico e l’aramaico. L’ebraico classico, che è usato per le Scritture, il samaritano e il siriaco. E anche: il nabateo, il sabeo, il palmireo e l’arabo. Tutte le scritture che conosciamo, e ancora usiamo nella suddetta area, nascono da esso.

ASSENZA DI VOCALI

Tutte le scritture antiche menzionate non conoscono le vocali, e perciò scrivono soltanto le consonanti. Ciò non comportava difficoltà per chi parlava e viveva quella lingua. Ma per chi deve leggere e interpretare oggi una lingua morta da lungo tempo costituisce un notevole ostacolo.

Per esempio, non sappiamo ancora se il re babilonese che distrusse Gerusalemme e trascinò in esilio il popolo di Israele, nel VI sec. a.C., e che nella grafia ebraica e cuneiforme è scritto רצנרכובנ = Nbkdnsr, dove z e s hanno lo stesso suono, venisse chiamato Nabu-Kudurrusur, come alcuni ritengono. O Nabukadnezar, come ritengono altri; oppure Nabukodonosor, la forma che normalmente si usa.

Albero della vita
Otranto, Lecce, Cattedrale, pavimento in mosaico raffigurante l’Albero della Vita della Qabbalah ebraica.
DIFFICILE TRADUZIONE

Possiamo quindi capire la difficoltà delle traduzioni. Una difficoltà che interessa soprattutto i testi letterari, più ancora che i nomi propri.

La difficoltà di traduzione si aggrava ulteriormente nell’ambito ebraico per il fatto che alle ventidue consonanti dell’alfabeto vengono attribuiti significati molteplici di valore teologico e mistico, che interagiscono con l’insieme della parola composta dalle consonanti che le sono proprie.

La traduzione del testo ebraico è sempre una interpretazione, mai una traduzione.

REALTÀ E SIMBOLO

Ogni consonante è rappresentante di una realtà, è simbolo. E la parola, il significato della parola, non nasce solo dall’insieme delle consonanti che la compongono. Ma pure dai singoli valori di ogni consonante. Bisognerebbe fare un trattato su ogni parola.

Questo è il grosso problema. Ci troviamo di fronte a una lingua sacra dove molto importante è anche il valore numerico delle lettere. Questo valore numerico diventa soprattutto valore teologico.

Uno è il simbolo dell’unità, dell’unicità del Santo. Il due è il simbolo del rapporto, il simbolo della coppia, della dualità. Ma avrà poi una influenza perfino all’interno di un testo letterario secondo il numero delle ripetizioni, e così di seguito fino alla ventiduesima lettera.

LE RIPETIZIONI

Le ripetizioni secondo il numero sono parecchio importanti. Perché ci sono ripetizioni che arrivano fino a 12, e anche di più. E secondo il numero della ripetizione, si capisce il messaggio che vuole dare. Quindi, se quelle ripetizioni non le rendo visibili perdo quel messaggio.

Avremmo bisogno di una traduzione non in perfetto stile della nostra lingua, ma letterale. Perché ci aiuterebbe a capire meglio il messaggio.

TRADIZIONE ORALE

La Tradizione Orale è molto importante, perché di fatto era tutta la scrittura. Cioè, la storia di Israele veniva tramandata oralmente. I rabbini e i profeti non scrivevano, parlavano.

C’era una tecnica particolare per trasmettere in modo che si ricordasse ciò che si diceva, si parlava in modo ritmico. E quando ripetendo, ci si rendeva conto che si perdeva il ritmo, voleva dire che avevano dimenticato qualcosa.

Allora si correva da un altro che se lo ricordava, perché non si perdesse neppure una parola. Per noi la parola è un segno fonetico, è un flatus vocis.

HELOHIM

La parola è un evento. Non è un suono è un evento. Per cui perdere una parola, voleva dire perdere un rapporto. Una occasione di rapporto.

La Tradizione Orale ebraica afferma che le 22 consonanti sono le potentissime energie spirituali che Helohjm, cioè il Creatore, usa nell’opera della Creazione.

Il termine davàr o debàr, che noi traduciamo parola o verbum o lògos, significa evento, cosa.

La ragione stessa della cosa, che significa la realtà, è la ragione stessa della realtà creata dal debàr: cioè, la parola è creazione. Parlare significa fare esistere, non significa buttare lì suoni.

APAR

Nel testo ebraico si usa un verbo particolarissimo, apar. Il quale è usato solo per esprimere il momento in cui Helohjm, (= la totalità e la fonte di tutte le energie vitali, maschile e femminile, cioè il Creatore), parlando fa esistere.

La parola è un evento compiuto. È la perfetta consonanza tra parola ed evento. Quando non c’è questa consonanza, c’è ipocrisia. L’ipocrisia sta esattamente nel non fare coincidere la parola con l’evento.

Ipocrisia viene dal greco (= maschera) e significa quando la maschera non dice ciò che è la realtà. Ovvero, maschera la realtà.

I MATTONI DELLA CREAZIONE

Helohjm invece combina e permuta le singole consonanti, che diventano di fatto i mattoni della Creazione e traducono il volere divino in realtà. È un concetto completamente diverso di quello che per noi è la parola.

Nel mondo ebraico le parole sono i mattoni della Creazione. Perché se la parola fa esistere, crea, è Dio stesso che fa esistere. Allora ogni consonante, che forma la parola, è il mattone di quell’esistenza.

Silenzio, provenienza e origine
Le parole sono i mattoni della Creazione.
 
LO STUDIO DEI SIGNIFICATI

Lo studio dei significati e del potere creativo delle consonanti costituisce il cuore della tradizione mistica ebraica espressa dalla Qabbalāh. La Qabbalāh è l’insieme degli insegnamenti segreti di introduzione al mistero.

Per noi mistero vuol dire qualcosa che non si capisce, nel mondo ebraico e nella bibbia invece il mistero è Dio che si svela, che si dona. Entrare nel mistero significa entrare dentro la realtà divina, porsi in comunione con i criteri divini. Per arrivare a questo occorre una iniziazione.

DISCORSO INIZIATICO

Il discorso biblico è un discorso iniziatico in questo senso, veramente iniziatico. I Saggi lo chiamavano vita mistagogica.

Mistagogica non vuol dire fare qabbalāh strane ma vuol dire condividere, penetrare ed essere penetrati dal mistero di Dio.

Il Cantico dei Cantici esprime la valenza esistenziale di questa parola in modo meraviglioso nel racconto della sposa: “quando spinse dentro di me il suo sesso, le mie viscere fremettero”.

Nella Bibbia CEI attualmente in uso questo versetto è stato omesso o tradotto in altro modo. Il Talmud commenta in un modo splendido questo versetto: “Dio vibrò il colpo della sua forza e del suo mistero”.

Esperienza del mistero di Dio è vita mistagogica.

L’UNIVERSITÀ DEL LINGUAGGIO

La qabbalāh già nell’antico ebraismo è l’università del linguaggio, è la mistica del linguaggio.

Inizialmente era vista solo come riservata a pochi, gli eletti, coloro che avevano iniziato un discorso di iniziazione: i monaci. Anche Israele conosceva un tipo di vita monastica.

L’iniziazione al mistero poi, con la grande rivoluzione chassidica, diventa la mistica di tutti i credenti. Gli insegnamenti della qabbalāh hanno cominciato a essere divulgati ampiamente.

In generale tutta la tradizione ebraica attribuisce al proprio alfabeto un valore spirituale, etico e psicologico, che non si riscontra in alcuna altra lingua.

Lo studio del simbolismo, della forma, del valore numerico, gematria = teologia del numero, e degli insegnamenti legati a ogni lettera, ha ricoperto un ruolo fondamentale per tutti i grandi Saggi della tradizione ebraica.

LA GEMATRIA

La gematria, גימטריה gīmatrījā, è il sistema ebraico di numerologia che studia le parole scritte e assegna loro valori numerici. La gematria è la scienza che gli Ebrei hanno imparato da egizi e caldei.

Consiste nel utilizzare le corrispondenze numeriche delle lettere dell’alfabeto (22 lettere dell’alfabeto fenicio – ebraico – aramaico) per fare dei conti particolari fra i vari numeri. E così scoprire il significato preciso del suono che ogni singola lettera di ogni parola evoca (senso del concetto espresso).

La scrittura ebraica non fa uso dei numeri arabi. Per scrivere un qualsiasi numero, si usano solo le lettere dell’alfabeto, ognuna delle quali ha un suo valore numerico. Perciò qualsiasi sequenza di lettere o di singole lettere è anche leggibile come un numero.

È uno dei metodi di analisi utilizzati nella Qabbalāh. Uno degli esempi migliori di gematria è la parola ebraica Chai, חַי = vivente = 10 + 8, composta da due lettere che assommate danno come risultato il numero 18. Questo ha reso il 18 un numero fortunato tra gli ebrei e vengono spesso regalati doni che siano multipli di 18.

LE LETTERE

La Tradizione Orale chiama le lettere avanìm, ossia pietre, il materiale di base con cui Helohjm crea il mondo. Helohjm crea il mondo, e non ha creato il mondo, perché la creazione è costante.

Noi dovremmo leggere sempre la Genesi e dovremmo tradurla nella valenza propria del verbo ebraico che esprime passato, presente e futuro: ha creato, crea e creerà. È l’azione eterna del Creatore.

Bisogna non ridurre tutto ad un momento, chissà quale poi! Lo stesso Gesù di Nazareth non è assolutamente estraneo a questo insegnamento. Egli è ebreo. E si muove come tutti i maestri ebrei, come i rabbini.

L’EBREO GESÙ

Non a caso gli altri rabbini, quando entravano in dialogo dialettico con Lui, lo identificavano come Rabbì. Nel mondo ebraico se non si fosse comportato così, nessuno lo avrebbe chiamato Rabbì.

Era già uno che metteva problemi a non finire, un Rabbì squinternato che mette sotto sopra tutti i loro criteri, però lo faceva usando il loro stesso metodo di dialogo, di insegnamento.

Per esempio, Gesù fa uso normale del midrash, quella che noi chiamiamo parabola.

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MIDRASHIM

Quante volte sentiamo dire che le parabole le ha inventate Gesù, fandonie, frutto della nostra grande ignoranza, Gesù insegna come tutti i rabbini e dice moltissime cose che i rabbini avevano detto. Sono pochissime le cose proprie che appartengono a Gesù.

Molti insegnamenti vengono dalla grande scuola rabbinica. E l’insegnamento non è mai dato attraverso il saggio, attraverso la formulazione speculativa, ma attraverso l’immagine.

È una cultura immaginifica non speculativa. Si trasmette un messaggio raccontando un fatto. Per cui quel fatto è vero per il messaggio che trasmette, non per il modo in cui lo trasmette.

Non sono fatti di cronaca, sono midrashim, cioè immagini che trasmettono un messaggio. Anche i vangeli sono in gran parte dei midrashim.

RABBÌ GESÙ

Spesso ci stupiamo, e ci smarriamo, perché la stessa immagine o lo stesso episodio viene raccontato in modo diverso nei quattro vangeli. Andiamo in crisi e ci domandiamo: ma allora chi ha ragione? La nostra mentalità analitica!

I vangeli non sono una biografia o una cronaca, sono una rilettura teologica dell’insegnamento di Gesù. Sono il cercare di capire sulla memoria del vissuto con Lui. Gesù si muove come un rabbino, insegna come un rabbino, manifesta una piena adesione al metodo e alla esegesi rabbinica.

IL LIBRO DELLA FORMAZIONE

Ogni lettera ha tre livelli: forma, suono e valore numerico, secondo il linguaggio del Libro della Formazione o Libro della Creazione, Sèfer Yetzirà o Hilkot Yetzirà, testo fondamentale usato nello studio della Qabbalāh.

Il testo è dedicato alle speculazioni teologiche e cosmologiche sulla Creazione da parte di Dio, attraverso l’emanazione delle Sefiroth.

Questo testo possiamo definirlo il manuale di pedagogia, di didattica, della scuola sinagogale. L’insegnamento dei tre livelli, corrispondono a:

1. OLÀM = MONDO.

  • La forma, la materialità della consonante, che viene paragonata al mondo, mattone;

2. NESHAMÀ = ANIMA.

  • Il principio vitale che ci pone in armonia con tutta la creazione, è il suono. L’armonia, è il principio vitale primordiale. L’anima non è intesa come la intendiamo noi da buoni figli dei greci: anima separata dal corpo. Ovvero, la parte spirituale rispetto al corpo.
  • Il mondo ebraico non ha queste distinzioni.
È la pienezza della persona.
  • La completezza uomodonna. È la persona costituita dal bazar. Cioè, il supporto della carne.
  • Il supporto della carne significa veramente la realtà sessuale.
  • Non intendiamola mai in senso moralistico, sono i greci che fanno queste distinzioni e usano carne in opposizione allo spirito, ma nel mondo ebraico non esiste questo.
  • Infatti il vangelo di Giovanni non usa questo termine, usa il termine mondo, per dire la realtà da giudicare, da gestire. La realtà la cui logica deve essere contestata perché è la logica del potere.
Nel mondo ebraico il termine carne è una realtà concreta.
  • Tanto è vero che per Giovanni la carne è il cardine della salvezza, perché è il luogo dell’incarnazione.
  • Quindi esiste il bazar, la carne, esiste il defech, il principio vitale, che viene meno nel momento della morte. La così detta anima è mortale.
Però c’è l’altra realtà: lo Spirito.
  • Che è lo spirito del Vivente, per cui l’Adam, l’uomo e la donna, sono principio vitale vivente, anima vivente.
  • Siamo viventi non perché abbiamo l’anima immortale, ma siamo viventi perché lo Spirito stesso di Dio ci crea eternamente e ci rende viventi eternamente. Il tutto trova la sua sintesi nella coscienza che è il luogo della sintesi, il luogo delle scelte.

3. ELOKÙT = DIVINITÀ

  • Vengono definiti anche: sapìr = zaffiro; sipùr = racconto; mispàr = numero.
Le porte della conoscenza secondo il Libro della Formazione o Libro della Creazione.

IL TALMUD

È necessario divenire consapevoli di ognuna di queste dimensioni per poter accedere al significato interiore delle lettere. Il Talmud, nella parte delle Berachòt,55a = benedizione (che viene da berech = genitali. Benedire non vuol dire tirare acqua santa e crocioni, ma vuol dire: trasmettere vita.

Infatti si benedice ponendo le mani sulla testa, cioè trasmettendo energia vitale), recita: “Betzalèl, sapeva come combinare le lettere con cui il cielo e la terra furono creati. Poiché è scritto: l’ho colmato di spirito divino, di saggezza, intelligenza e conoscenza”.

Il concetto è così espresso in Esodo 31,1-5:

«L’Eterno parlò ancora a Mosè, dicendo: ”Vedi, io ho chiamato per nome Betzalèl, figliuolo di Uri, figliuolo di Hur, della tribù di Giuda; e l’ho ripieno dello spirito di Dio, di abilità, d’intelligenza e di sapere per ogni sorta di lavori, per concepire opere d’arte, per lavorare l’oro, l’argento e il rame, per incidere pietre da incastonare, per scolpire il legno, per eseguire ogni sorta di lavori”».

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BETZALÈL

Betzalèl, è l’architetto del Tabernacolo. E il Tabernacolo è il luogo dove era contenuta la presenza di Dio, le tavole della Legge. Il Tabernacolo, che la tradizione dice costruito su modello dell’universo così come dettato dal Santo a Mosè durante l’esodo, rappresentava l’universo creato da Dio nella cartografia antica, sia ebraica che cristiana.

La conoscenza delle lettere permette all’architetto di costruire il Tabernacolo come è costruito l’universo. Queste parole dicono anche che i maestri del Talmud riconoscevano il ruolo delle lettere ebraiche nella costruzione dei cieli e della terra.

Pertanto l’equivalenza tra la sapienza e la conoscenza dei significati delle consonanti non è un concetto solo della Qabbalàh.

LA CHIMICA DELLA CREAZIONE

Altro aspetto molto importante nella comprensione della Parola è la chimica della Creazione. Nel mondo ebraico non esiste una teologia, ma ogni scuola è una teologia. Ogni rabbino è una scuola.

Non esiste come per i cattolici il centralismo romano per cui tutto deve essere pensato in quel modo. Nel mondo ebraico non esiste assolutamente questa modalità. La stessa parola, la stessa scrittura, sono delle affermazione.

Gli antichi saggi dicevano che le cose più importanti della scrittura sono quelle non scritte. Per cui quando entriamo dentro questo mondo ci troviamo davanti solo delle affermazioni, dei giochi algebrici o enigmistici che ci sorprendono, come la chimica della Creazione.

RABBI TZVI IMBAL

Quanto sia difficile comprendere la particolarità di questa lingua sacra viene ulteriormente confermato dall’affermazione di Rabbi Tzvi Imbal: “Il rapporto esistente tra l’alfabeto ebraico e le parole della lingua ebraica è uguale a quello che lega gli elementi chimici alle loro formule”.

Come in chimica ogni formula indica gli elementi che compongono la materia, così le parole ebraiche sono composte da lettere che ne descrivono l’essenza.

Il termine con cui si allude al concetto di scrittura è ktav ashurì = scrittura che conferma.

La parola conferma se stessa, cioè rafforza il significato delle parole. Ecco alcuni esempi proposti da Rabbi Imbal:

– La parola mayim significa acqua

  • L’acqua è composta da idrogeno (H2) e ossigeno (O) che combinati insieme, acquisiscono la proprietà di H2O (due atomi di idrogeno e una di ossigeno). Nella parole mayim = מימ le due מ, mem, corrispondono ai due atomi di idrogeno, la y = י, yod, a quello di ossigeno.

– La parola àlef è la prima consonante dell’alfabeto ebraico

  • È una consonante muta, non corrisponde assolutamente alla vocale A, e in ebraico è una consonante che non si pronuncia. Prende valore dalla vocale che gli si applica. Essa descrive già, con la grafia scritta per esteso, il messaggio che le è inerente.
  • Infatti è composta dalle tre consonanti: א = àlef, ל = làmed, פ = pe. Queste consonanti alludono al concetto: א = la Divinità, valore numerico uno che significa unico, che significa Helohjm, l’origine di tutte le cose, che significa centro, che significa comunione ל = insegnare per mezzo della פ = bocca, la Tradizione Orale.

Àlef significa la divinità che insegna per mezzo delle Tradizione Orale.

La ricchezza di questi significati è enorme

  • Perché sono parole di grande importanza legate al concetto parola-ascolto. Parlare vuole dire consegnarsi a colui che ascolta, parlare vuole dire prendere se stesso e consegnarsi, cioè realizzare un pieno evento di comunione.
  • È nella comunione che trova il suo primo senso l’incarnazione, il Dio che parla alla carne diventa carne e si consegna alla carne attraverso l’uomo. Allora ascoltare vuole dire accogliere, accogliere totalmente colui che mi si consegna.
  • Parlare e ascoltare vuole dire creare, realizzare, comunione. Infatti, la lettera àlef allude alla Divinità; la lettera làmed ha le stesse consonanti che compongono la parola insegnamento, lomed, e la lettera pe significa bocca, la bocca della Tradizione Orale.

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La parola òzen = orecchio è importantissima

  • La parola è composta da: א = àlef = Divinità, ז = zàyin = nutre, נ = nun = spirito vitale, anima, nèfesh. Dunque l’orecchio è il mezzo attraverso cui l’anima, intesa come vita, recepisce il messaggio divino. Lo recepisce e lo vive.
  • I padri del cristianesimo perciò solevano affermare che Maria aveva concepito attraverso l’orecchio; cioè si era posta talmente in ascolto che aveva accolto totalmente il Parlante e gli aveva dato carne. Sono immagini non proprio originali, ma hanno la loro radice in queste culture.
  • Una tradizione ebraica a conferma della molteplicità delle interpretazioni, dice: quando Mosè portò al popolo la Legge, lo attendevano migliaia di ebrei e migliaia furono le sue interpretazioni.
La mistica del linguaggio, la qabbalah.
La mistica del linguaggio, la qabbalah. Tabella esemplificativa dell’albero della vita.

IL NUMERO 666

Dobbiamo però stare molto attenti a non far dire alla scrittura quello che vogliamo, che ci torna comodo o comunque torna di più alle nostre visioni mitiche religiose.

Un esempio è il numero 666 dell’Apocalisse che molti hanno usato e usano a modo loro, ricamandoci strane teorie per fini puramente economici.

La scuola giovannea di Patmos, isola greca, redige l’Apocalisse in greco antico tra il 95-100 d.C., perché il greco allora era lingua universale come l’inglese oggi, ma è di cultura ebraica e ragiona e scrive secondo i dettami della pura tradizione midrashica.

Il numero 666 è contenuto nel versetto 13,18 ed appare una sola volta in tutto il libro: “Qui sta la sapienza. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia: infatti è numero d’uomo e il suo numero è seicentosessantasei“.

LA BESTIA

La persona rappresentata dal citato numero della bestia, secondo molti studiosi altri non sarebbe che l’imperatore Nerone, autore della persecuzione dei cristiani nella quale morirono gli apostoli Pietro e Paolo.

Essi fanno riferimento al multigramma cabalistico QSR NRN = ןורנ רסק cioè ק=100 + ס=60 + ר=200 + נ=50 + ר=200 + ו=6 + נ=50 per un totale di 666. Pertanto il 666 va letto come parola e non come numero.

E la parola si legge Nero Caesar, Cesare Nerone. Indica sì il male assoluto, ma è riferito al male espresso dal potere di Nerone, che anche dai suoi contemporanei pagani veniva considerato una incarnazione demoniaca.

IRENEO DI LIONE

Ireneo da Lione, il più noto degli studiosi di gematria cristiano, dopo aver decifrato il numero della bestia, in base all’alfabeto greco, ha ottenuto ben tre ipotesi: Euanthas, Lateinos e Teitan.

Tuttavia Ireneo affermava che era più sicuro e senza pericolo attendere il compimento della profezia che fare elucubrazioni e divinazioni. Perché lo stesso nome può essere espresso con molti nomi (Ireneo 1984b: 229).

SIGNIFICATI DIVERSI

Si tenga anche presente che la gematria, l’utilizzo della corrispondenza fra i numeri e le lettere dell’alfabeto ebraico, greco o latino, può produrre molti significati diversi e costituisce più un gioco intellettuale, utilizzato spesso a scopo di lucro, che uno strumento di pura indagine.

È necessario quindi sapere distinguere la fede dalla religione e la religione dalla fede. Cioè, ritrovare il valore della fede come fondamento di quei gesti che sono gesti religiosi, ma che hanno valore solo se sono fondati nella fede.

L’ebreo Gesù

Anche Gesù, quale figlio della cultura ebraica, si muove in questo ambito e si muove con queste metodologie.

Purtroppo l’abbiamo ridotto a un occidentale, gli abbiamo fatto dire cose occidentali che sicuramente non ha mai affermato. E gli abbiamo fatto dire quello che le filosofie occidentali avrebbero voluto che dicesse.

Noi vorremmo che Dio fosse creato a nostra immagine e somiglianza.

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Genitorialità

To be father or to do father? This is the question!

DAD IS PREGNANT!

Padri ancora prima di esserlo. Uno studio dell’Università di Chicago pubblicato su “American Journal of Human Biology” ha dimostrato che gli ormoni maschili impazziscono nei mesi precedenti la nascita del loro bambino. Cosa significa? Durante la gravidanza, le donne diventano più maschili e gli uomini più femminili.

  • ORMONI BALLERINI

Gli ormoni ballerini rendono gli uomini meno aggressivi e più riflessivi. Lo studio dimostra che la paternità cambia gli uomini ancor prima che nascano i loro figli. Questo accade perché nelle donne, durante la gravidanza, aumentano i livelli di cortisolo, testosterone, progesterone ed estradiolo.

Negli uomini invece c’è una diminuzione del testosterone e dell’estradiolo. Una diminuzione del testosterone significa meno aggressività e più cura per se stesso e gli altri. I futuri padri diventano quindi meno litigiosi e più protettivi. Si legano fortemente al neonato e sono più fedeli al loro partner.

L’estradiolo aiuta gli uomini ad assumere e mantenere le loro nuove responsabilità che si profilano all’orizzonte.

  • MESSEGGERI DELL’ORGANISMO

Gli ormoni sono i messaggeri chimici dell’organismo e influenzano in molti processi diversi del corpo. Ad esempio: crescita e sviluppo, metabolismo, funzione sessuale, riproduzione, umorismo. Gli uomini producono ormoni all’interno dei testicoli e le donne nelle ovaie. Essendo molecole molto potenti, una piccola quantità è sufficiente per innescare grandi cambiamenti a livello cellulare e a livello corporeo. Nelle donne gli ormoni sono fondamentali per garantire l’equilibrio fisico e mentale.

  • GENITORIALITÀ, IMPRESA CONDIVISA

La genitorialità non coincide con la nascita, ma è collegata a un lungo processo di elaborazione delle proprie relazioni emotive, che determinano un’alterazione dell’equilibrio della coppia. La paternità implica una sostanziale riorganizzazione delle relazioni interpersonali all’interno della coppia.

Il nuovo equilibrio deve favorire una relazione armoniosa figlio-genitore. Altrimenti causerà una situazione di disagio psichico che troverà espressione in interazioni disturbate, causando sofferenza nel bambino.

Finalmente la società realizza che anche il papà è incinto!

INTERPRETAZIONE DEL RUOLO DI PADRI

Padri incinti.
Essere padre, fare il padre è sentirsi un uomo.

 

Il contatto con i bambini piccoli, per non diventare un conflitto di potere e quindi totale fallimento, prevede la liberazione della tenerezza, la capacità di lasciarsi andare alla comunicazione intima. Sentimenti che l’uomo ha sempre controllato e che gli ispirano una grande paura.

L’identità maschile è storicamente costituita sulla negazione delle emozioni. Quindi la nuova interpretazione del ruolo paterno, ha bisogno di una conferma all’interno della relazione della coppia.

Perché solo con il supporto e il riconoscimento del partner l’uomo sarà in grado di agire con nuovi comportamenti e di perdere il contatto con il modello tradizionale di paternità. A cui gli uomini ricorrono spesso per sentirsi bene nei momenti di incertezza.

  • PADRI E FIGLI

È ampiamente dimostrato che uno degli elementi più importanti per stabilire un legame profondo tra padri e figli è la qualità della relazione della coppia. Oggi il ruolo dei padri è diventato molto debole, viviamo in una società senza padri e senza regole.

Le donne hanno imparato, a loro spese, a non giudicare gli uomini dalla loro età o risorse economiche, ma dall’affidabilità come padre.

Un post incredibile su Internet dice: “uomini così ce ne sono pochi, come i parcheggi; i migliori sono già stati occupati, restano solo quelli per il carico e lo scarico. Donne attente alle persone non autorizzate”.

  • GLI OCCHI DI UN BAMBINO

Nessun uomo è mai preparato all’incontro affascinante con gli occhi di un bambino. Dopo un silenzio quasi reverenziale, sentirsi di parlare con il nostro piccolo ci farà sentire un poco sciocchi al pensiero che questa piccola creatura possa capire quello che gli stiamo dicendo.

Non importa, l’importante è parlargli. Per tutti i mesi di gravidanza.

Egli ascolterà la nostra voce e quando sarà nato, andrà alla ricerca del nostro volto con immensa curiosità. Il suo sguardo sarà fisso su di noi, ci scruterà e cercherà di imitare le nostre espressioni facciali, i nostri segni di felicità, di tristezza, di sorpresa. E ci ricompenserà con un bel sorriso!

  • PATERNITÀ, UN LUNGO VIAGGIO

Fortunatamente il viaggio dalla gravidanza alla nascita è abbastanza lungo per risvegliare sentimenti dormienti e per imparare a condividere i bisogni, le ansie e le speranze. I bambini iniziano a esercitare il loro fascino magico ancor prima di venire al mondo.

Il bambino che cresce nell’utero fa sentire la sua presenza con determinazione; trasformando la donna in madre, l’uomo in padre, la coppia in famiglia. Durante la gravidanza le relazioni misteriose tra i vari membri della famiglia diventano più evidenti.

Il nascituro si affida alla madre, che si affida a suo marito, che trova sostegno nell’amore di sua moglie e suo figlio. La vita diventa così circolare e in continua trasformazione. La paternità è in continuo sviluppo, un lavoro perennemente in atto.

  • UOMINI RESPONSABILI

Ogni maschio è unico e irripetibile. E proprio perché è unico, vive l’atto della gravidanza in modo molto personale, sia psicologico che fisico.

Gli uomini devono essere sensibili, devono svolgere il loro compito educativo con gioia. Devono essere in grado di esprimere finalmente i propri sentimenti.

Perché i padri dovranno affrontare i nuovi aspetti psicologici e pratici di una vita domestica a due velocità. Cioè, dovranno creare un’immagine di paternità che si dimostra valida per sé e per i propri figli.

PADRI, GROVIGLIO DI EMOZIONI

Genitorialità, progetto uomo.
La gravidanza proietta l’uomo fuori dal presente e già nel futuro.

 

Relazioni ed emozioni. Questo è un territorio ancora vergine per la maggior parte degli uomini. Perché né i loro padri né i loro nonni hanno mai affrontato questo argomento; né gli hanno insegnato, con il loro esempio, che diventare padre è un rinascere di nuovo.

Diventare padre, un padre sempre nuovo e sempre pronto, è il compito più impegnativo che un uomo abbia mai immaginato di affrontare. Poche sono le persone che ammettono questa realtà della vita.

Diventare padre è un’avventura che cambia radicalmente la vita, e non è sempre un’esperienza semplice.

  • RAPPORTO CON I FIGLI

Oggi i padri stanno combattendo un’aspra battaglia per avere rapporti più stretti con i loro figli. I padri non sanno proprio come esprimere ciò che provano. Gli stati d’animo e i sentimenti sfuggono.

Tutto sembra sottosopra. Un uragano di incertezza, frustrazione, isolamento, ansia, aspettative.

L’aspetto disorientante è quello dell’educazione, della formazione, dell’esempio e della testimonianza. Non è abbastanza per generare fisicamente.

Essere genitori include un’arte pedagogica che richiede pazienza, amore e tempo.

  • AVVENTURA CONTINUA

Ogni avventura che valga la pena di essere vissuta, ha bisogno di tempo. Di tutto il tempo disponibile. 

La gravidanza può essere per gli uomini uno stimolo per la risoluzione di vecchi conflitti interiori e un’opportunità per scegliere quale tipo di padre vorrebbe essere per il proprio figlio.

Ogni bambino è dotato di un immenso potenziale psicologico e mentale che gli consente di sviluppare abilità e competenze in misura maggiore rispetto a quello che abbiamo pensato fino ad ora, ma la condizione primaria è proprio la consapevolezza di essere un padre. Soprattutto per fare un padre.

  • LIBERARSI DELLE EMOZIONI

L’espressione diretta delle emozioni aiuta a liberarsi dalle tensioni, a dissipare i problemi e a rinvigorire lo spirito. I sentimenti che sono tenuti in piccolo conto portano frustrazione, risentimento, rabbia.

E la tensione accumulata prima o poi esploderà in manifestazioni di aggressività e malattia fisica. Allontanando fisicamente ed emotivamente dal partner.

I sentimenti che neghiamo a noi stessi emergeranno nel momento meno opportuno, gettandoci in una sensazione di sconcertante alienazione e depressione.

  • JACK HEINOWITZ

Autore del libro fathering right from the start, afferma che: “tutti gli uomini che intraprendono il cammino verso la paternità, sebbene non siano fisiologicamente incinta, subiscono una profonda trasformazione sia per quanto riguarda la personalità che per gli enormi cambiamenti di natura psicologica. Perché, nel tentativo di creare un ruolo soddisfacente per sé e per i propri figli, cercano una sorta di equilibrio, un contatto emotivo più stretto, momenti più condivisi con la propria famiglia, sensibilità, espressione di se stessi e intensità“.

  • DEFINIZIONE RESTRITTIVA

La definizione restrittiva di padre, colui che genera un bambino, può facilmente essere arricchita e, perché no?, trasformata in colui che si dedica a un bambino attraverso la forza, il calore, la tenerezza e la comprensione. E nel tempo, imparerà a creare opportunità per il benessere familiare e per un rinnovamento personale che risvegli la saggezza e il senso del dovere che sono necessari per trasmettere questa eredità al bambino.

  • JEAN PIAGET

Autore del libro the psychology of the child. Parlando dei padri, afferma: “l’azione del padre consiste proprio in questo meccanismo continuo e perpetuo di equilibrio e di riaggiustamento. E precisamente per questa ragione che, nelle prime fasi della costruzione di nuovi modelli personali, le successive strutture mentali possono essere considerato come nuove forme di equilibrio, ognuna delle quali è un progresso rispetto a quelle precedenti”.

  • PATERNITÀ, APPRENDISTATO

Un uomo non diventa un padre lo stesso giorno in cui una donna diventa madre. La paternità è un apprendistato lungo e travagliato. Essere padre, ma soprattutto fare il padre, è il percorso che l’uomo deve intraprendere. E bisogna che si renda anche conto che sta subendo un processo di doppia incarnazione e doppia identificazione. Quella interiorizzata durante la propria crescita e quella socioculturale dei modelli trasmessi dalla società.

  • TIZIANO LOSCHI E GIOVANNA VANDELLI

Autori del libro my son will be “genius”. How to help the child build his intelligence. Affermano che “gli uomini spesso disprezzano, svalutano e negano le loro reazioni alla gravidanza. Perché piuttosto che ammetterle, non le esprimono e non le accettano come elemento necessario per il loro cammino verso la paternità. Soprattutto perché non le percepiscono come un’espressione fondamentale della loro virilità.

Questi concetti si sono radicalizzati nel pensiero dell’età industriale che ha dominato la cultura occidentale per 150 anni e nell’etica del guerriero che regnò nei secoli precedenti. Nella loro lunga lotta per poter svolgere il loro lavoro di genitori a tutti i costi, molti uomini non si rendevano conto dell’entità del prezzo che stavano pagando”.

PRESENZA COSTANTE

Padri e genitorialità.
Essere padre e fare il padre rende un uomo libero.

 

Gran parte degli uomini si è allontanata dai loro sentimenti interiori. Dalla necessità di relazioni profonde e soddisfacenti con gli altri e con se stessi.

Il padre lontano, il padre fantasma, il padre violento, non è altro che il prodotto di una cultura che non ha preparato gli uomini a diventare padri, né ha insegnato loro che l’educazione dei bambini è una parte essenziale della loro natura. La paternità è la celebrazione suprema dell’umanità maschile.

  • IMMAGINI NEGATIVE

L’immagine del padre fornitore, cioè di chi si prende cura del benessere materiale della famiglia, è ancora l’immagine più persuasiva della nostra epoca. Il concetto di genitore rimarrà sempre un ideale irraggiungibile finché l’uomo non inizierà a vedere non solo la genitorialità, ma anche la gravidanza come impegno a due.

Molti uomini hanno intrapreso il cammino della paternità con entusiasmo. Mentre altri invece si sono arresi alla loro incapacità di rigenerarsi. Arrivando alla convinzione che non hanno altra alternativa che stare da parte. Osservare gli eventi della gravidanza e dell’assistenza all’infanzia da spettatori.

  • PATERNITÀ, SOCIETÀ DISTRATTA

Un mondo che accoglie la futura mamma, ma sconvolge la figura più nascosta del futuro padre, inavvertitamente lo marginalizzerà sin dall’inizio. E l’alienazione personale dell’uomo cresce. È proprio l’assenza di padri responsabili il principale fattore dei problemi sociali che riguardano i bambini.

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Attualità

PRETI SPOSATI: SCANDALO O NECESSITÀ

LA DIÀTRIBA MILLENARIA DEL CELIBATO DEI PRETI

Preti sposati o no? Dopo ogni elezione di un nuovo Pontefice, puntuale arriva il treno delle richieste di abolizione del celibato. È un treno che è in viaggio da millenni, sempre affollato dagli stessi archetipi, sempre spinto dalle stesse argomentazioni. È facile essere fraintesi e creare disappunti, eppure è un tema di grande importanza storica che merita di essere analizzato e discusso con sobrietà.

  • DIE ZEIT

Le ultime dichiarazioni di papa Francesco rilasciate al settimanale tedesco Die Zeit (marzo 2017): «riflettiamo sulla possibilità di ordinare sacerdoti gli uomini sposati, dei viri probati, cioè uomini di provata fede, a cui affidare alcune funzioni sacerdotali così da affrontare la scarsità di vocazioni che colpisce alcune zone del mondo. La scarsità di vocazioni è un problema da affrontare, ma la soluzione non è abolire il celibato obbligatorio».

  • VIRI PROBATI

Papa Francesco ha fatto riferimento alla questione celibato discussa nel Sinodo del 2005, il cui relatore cardinale Scola riusò il termine viri probati di paolina memoria, non inclusa nel testo finale dei lavori sinodali. Ma comunque sempre sul tavolo quale possibile opzione per alleviare la mancanza di preti in alcune zone disagiate del mondo. Alcuni, soprattutto i fautori del matrimonio dei preti, vi hanno visto un’apertura implicita ai sacerdoti che hanno lasciato l’abito talare per sposarsi. Parte di questi, infatti, lavora in istituzioni ecclesiastiche e aprirgli una porta potrebbe facilitare la scelta di viri probati.

  • TUTTI GLI UOMINI DI BERGOGLIO

Altri, come Catherine Pepinster, ex direttrice del giornale cattolico inglese The Tablet, autrice del libro The keys and the kingdom (Bloomsbury T&T Clark Ed.), sostengono che è l’inizio dell’attuazione del programma della lobby che ha portato all’elezione di Bergoglio.

  • LE LOBBY

In un recente passato si è già discusso su questa lobby che avrebbe contravvenuto le regole del Conclave stabilite dalla Universi Dominici Gregis al n. 81 stabilite da Giovanni Paolo II. «I cardinali elettori inoltre si astengano da qualsiasi forma di patto, promessa o altro tipo di impegno che potrebbe obbligare loro a dare o negare il proprio voto a una persona o a persone. Se ciò fosse effettivamente fatto, anche sotto giuramento, decido che un simile impegno è nullo e che nessuno è tenuto a osservarlo. E impongo la pena di scomunica latae sententiae a coloro che violano questo divieto. Non intendo tuttavia proibire, durante il periodo in cui la Sede è vacante, lo scambio di opinioni sull’elezione».

  • TEAM BERGOGLIO

Austin Ivereigh, portavoce del cardinale Murphy O’Connor, nel libro The great reformer (Tempo di misericordia, Mondadori), aveva implicitamente confermato che il «team Bergoglio è esistito e ha lavorato». Anche Jϋrgen Mettepenningen e Karim Schelkens, autori del libro Godfried Danneels Biografie (Uitgeverij Polis Ed.), hanno scritto che «il cardinale ha lavorato per anni a preparare l’elezione di Bergoglio».

  • GODFRIED DANNEELS

Il cardinale Danneels si divertiva «a chiamare Mafiaclub il gruppo di cardinali partecipanti al patto di riformare drasticamente la Chiesa e renderla più moderna ed attuale.» Del gruppo di Sankt Gallen, dalla località svizzera San Gallo in cui si riunivano, ne facevano parte tra l’altro Martini, Danneels, O’Connor, Silvestrini, Josè da Cruz Policarpo, Husar, Kasher, Lehmann ed altri. Al di là delle motivazioni in campo, il problema va affrontato.

PRETI E CELIBATO, CIFRE E BUSINESS

viri probati
Papa Francesco: “riflettiamo sulla possibilità di ordinare sacerdoti gli uomini sposati, dei viri probati”.

L’Annuarium Statisticum Ecclesiae, documento ufficiale del Vaticano, fornisce ogni anno i numeri relativi alle defezioni del clero, termine generalizzato che annovera non solo coloro che non hanno richiesto la dispensa per sposarsi ma anche tutti quei casi di abbandono che non si è riusciti a rilevare. Secondo l’ultimo Annuarium disponibile le defezioni per dispensa sono state oltre 600 in tutto il mondo, di cui 30 in Italia.

  • DEFEZIONI DEL CLERO

Da un calcolo fatto dall’Osservatore romano, quotidiano ufficiale della Santa Sede, nell’ultimo quarto di secolo oltre 50.000 preti in tutto il mondo hanno abbandonato il ministero per sposarsi. Questa cifra viene contestata dall’associazione Vocatio, rappresentante in Italia della Federazione Internazionale dei preti sposati, secondo cui le defezioni in tutto il mondo sarebbero state oltre 120.000. Cifre a parte, il problema è evidente e riguarda tutti gli ordini, sia diocesani che religiosi, sia uomini che donne.

  • THE TABLET

Da molti anni ormai, gli scandali inerenti la pedofilia e gli abusi sessuali dei preti occupano molte pagine di giornale o interi programmi televisivi. Il settimanale cattolico inglese The Tablet per molte settimane ha trattato il tema del celibato e dei preti pedofili, definendoli efebofili, attrazione sessuale verso ragazzi adolescenti. Il settimanale si è fatto addirittura promotore di un nuovo Concilio Vaticano per trattare il problema della condizione del clero. Le copie vendute hanno raggiunto numeri incredibili.

  • CRISI DI VOCAZIONI

In Europa, soprattutto nei paesi di cultura anglosassone, il dibattito è fiorente e non privo di duri attacchi al Vaticano. Per spronare all’acquisto di giornali e libri sull’argomento, sono state avanzate diverse tesi. Ma la tesi di maggiore risonanza è che «la chiesa cattolica di Roma continua a non voler seguire le indicazioni che vengono dalla società civile. La crisi delle vocazioni è il sintomo più evidente di un malessere profondo delle istituzioni ecclesiastiche. Le quali hanno ridotto la fede dei sacerdoti ad un insieme di fredde norme giuridiche e di noiosa materia dottrinale. Che non trova riscontro nella cultura che è cambiata.»

  • LIBERTÀ DI SCELTA

Avere la libertà di scelta di vivere la propria vocazione, anche attraverso il matrimonio, è un’evoluzione positiva che non contrasta con il vangelo né con la chiesa delle origini. La quale non aveva il problema del celibato dei preti. La famiglia comporta dei problemi è vero, ma è anche un forte aiuto morale e psicologico al presbitero e lo allontana dalla solitudine e dalle tentazioni.

  • CHIESA LUCERNESE

La Chiesa Lucernese, dal 2003, chiede non solo l’abolizione dell’obbligo del celibato per i preti ma anche l’apertura del ministero sacerdotale alle donne. In quanto per molti cattolici svizzeri non sono più comprensibili le restrizioni della Chiesa di Roma e la posizione rigida del Vaticano danneggia l’immagine della Chiesa stessa. Precisando però che non si tratta di abolire il celibato tout court, piuttosto di valorizzarlo. Perché diventerebbe più credibile se fosse scelto volontariamente e non fosse imposto come un obbligo.

  • CACCIA ALLE STREGHE

In America, dopo i fatti noti dei preti pedofili, si è aperta una vera e propria caccia al sacerdote cattolico e alla sua istituzione. Prendendo spunto da ciò che accadde nel Milwaukee, agosto del 2003, e dalla lettera che 163 preti, appartenenti alla diocesi, scrissero al presidente della Conferenza Episcopale Usa, Mons. Wilton Gregory. Essi chiedevano che venisse rivista la legge canonica che vieta ai sacerdoti di sposarsi e di farsi portavoce presso la Santa Sede di tale richiesta.

  • INDICI DI ASCOLTO E RISARCIMENTI

Giornali, network televisivi e radiofonici americani hanno ingaggiato una guerra all’ascolto, invitando esperti che hanno partorito stranezze piene di luoghi comuni e prive di fondamento. Eppure hanno influenzato il sentire comune della gente. Infatti, sono nate società ad hoc per risarcimenti collettivi, capeggiate da avvocati più o meno famosi, che hanno fiutato immensi guadagni. Il 50% dei risarcimenti ricevuti dalle vittime è la parcella dell’avvocato.

  • CELIBATO E PEDOFILIA

Il portavoce di un’associazione di vittime dei preti pedofili così si è espresso sull’argomento davanti a milioni di spettatori: «I preti cattolici sono più inclini alla pedofilia rispetto agli altri gruppi di persone, perché è proprio lo stato di celibato dei sacerdoti che porta alla pedofilia. Il matrimonio dei preti è l’unica realtà che può sconfiggere la pedofilia. E le altre forme di deviazioni sessuale. Il celibato è infatti un’invenzione moderna della gerarchia ecclesiastica. Gli insegnamenti della Chiesa cattolica latina sulla moralità sessuale sono alquanto deficitarii. E la richiesta di celibato limita il numero di uomini come candidati per il sacerdozio e dà come risultato un alto numero di preti squilibrati».

  • ITALIA RETICENTE

In Italia, tranne per le numerose comunità che fioriscono spontanee sulla rete, la stampa, anche quella cattolica, non ha mai pubblicato alcun articolo sulla difesa del celibato ecclesiastico né contro. Ha solo riportato quanto accedeva all’estero. Di contro, il cinema è entrato prepotentemente nel dibattito, proponendo il film del regista irlandese John Deery Conspiracy of silence, ambientato in un istituto per giovani aspiranti preti irlandesi. Tra le tematiche trattate spiccano il suicidio di un prete gay e la scelta della rinuncia dell’abito talare da parte di un giovane dibattuto tra celibato e matrimonio.

  • UN PROBLEMA ESTESO

Un problema esteso, insomma. Che non elimina certo il numero consistente di sacerdoti fedeli alla promessa di castità celibataria, ma che lo rende meno compatto di quanto non si possa sospettare in base alle posizioni ufficiali del Magistero. Allora, quali le cause principali di questa crisi che colpisce il sacerdozio cattolico? Il celibato obbligatorio ha ancora oggi significato, visto la penuria di nuove vocazioni? E se sì, se cioè sacerdozio e celibato sono così indissolubili, perché il sacerdozio di alcuni riti può unirsi in matrimonio tranne quello latino?

  • TIMOTHY RADCLIFFE

In un intervista rilasciata al London Times il 16 gennaio 2004 l’ex Maestro Generale dell’Ordine Domenicano, padre Timothy Radcliffe, uomo molto apprezzato in Vaticano, dichiarava «in occidente la grande maggioranza dei preti vive il celibato con gioia ed onestà. Ma in altre culture la situazione è diversa. In Africa, ad esempio, un uomo non sposato, anche se adulto, rimane sempre un bambino per la società. Mentre in America Latina la cultura del machismo rende impossibile l’astinenza sessuale. Nelle Chiese cattoliche orientali il matrimonio ecclesiastico è lecito e legittimo. La Chiesa di Roma potrebbe perciò decidere che in diverse culture ci possa essere una differente disciplina ed estendere una diversità già esistente. Anche se resta il problema di capire in che modo accordare la visione universale e modi di viverla».

  • CELIBATO E GENEROSITÀ

Sempre padre Radcliffe nell’agosto 2013, a margine della presentazione di due suoi libri Prendi il largo (Queriniana Edizioni) e Sguardi sul cristianesimo (Emp Edizioni), in un intervista rilasciata a La Repubblica ribadiva il concetto. «Se il celibato è vissuto con generosità, è il segno di una bella vocazione. È un segno profondo di vita dedicata a Dio e al suo popolo. Se il celibato cessasse di essere la norma per i sacerdoti, si perderebbe qualcosa di meraviglioso. Ma insieme, anche un uomo sposato saprebbe dare qualcosa di bello in un modo nuovo. Sacerdoti che vivono il matrimonio e un’esperienza di genitorialità. I preti esistono per servire il popolo di Dio e quindi sarebbe opportuno chiedere a loro che tipo di sacerdoti intendono essere».

  • GIOVANNI PAOLO II

Giovanni Paolo II, ottobre 2003, rivolto ai vescovi filippini riuniti a Roma, si soffermava sul valore del celibato e della vocazione, e affermava che «il sacerdozio non è una carriera, il celibato è parte integrante della vita esteriore ed interiore di un sacerdote». L’allora papa si concentrava anche sul rischio che «il sacerdozio diventasse un mezzo per fare carriera e potersi guadagnare da vivere. Anziché una vocazione e un servizio d’amore».

DIFFERENZE TRA CHIESE

sacerdozio e celibato dei preti
Il sacerdozio non è una carriera, il celibato è parte integrante della vita esteriore ed interiore di un prete.

Non in tutta la Chiesa cattolica essere prete sposato significa violare le leggi ecclesiastiche come nella Chiesa cattolica di Roma. Nelle Chiese cattoliche orientali è lecito e legittimo. Il Vaticano II, al n. 16 del Decreto Presbyterorum Ordinis, afferma: «il celibato, sebbene risulti particolarmente confacente alla vita presbiterale di dedizione alla causa del Regno dei Cieli, non è richiesto dalla natura stessa del sacerdozio. Come dimostra la prassi della Chiesa primitiva e la tradizione delle Chiese orientali. Presso le quali, accanto ai vescovi che sono tutti celibi, esistono eccellenti presbiteri sposati».

  • PRETI SPOSATI

Nella Chiesa cattolica latina esistono comunque casi di uomini sposati che operano come sacerdoti a tutti gli effetti. Si tratta di ex pastori anglicani, o di altre denominazioni evangeliche, che hanno chiesto di aderire alla Chiesa cattolica di Roma e di ricevere il sacramento dell’Ordine. Il loro matrimonio è rimasto, ne si chiede loro la continenza, la castità. Pure nelle diocesi di diritto latino appartenenti alla Chiesa cattolica orientale ci sono preti sposati, Lungo in Calabria e Piana degli Albanesi in Sicilia.

  • I NUOVI KEISHI

Stefano Sodano, autore del libro Keishi. Preti sposati nel diritto canonico orientale (Puzzo Ed. Trieste), ha indagato sulla differenza canonica tra la Chiesa di Roma e le Chiese cattoliche orientali. Notando che «le differenze di un tempo si sono assottigliate, ciò che permane è l’approccio al diritto. Nella Chiesa di rito latino, Roma, prevale ancora l’aut aut, che tutto informa e plasma tutta la cultura. La Chiesa orientale invece continua ad avere come paradigma di riferimento l’et et, che non esclude ma combina insieme».

  • BARTOLOMEO I

Il Patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I, ha recentemente affermato: «il celibato abbracciato come scelta è un grande dono di Dio. Dilatare il proprio cuore fino a considerare ciascuno come propria carne, come proprio sposo, propria sposa, è una dimensione di sconvolgente bellezza. È ciò che fa, e ha fatto, il monachesimo cristiano in tutte le latitudini. Se però il celibato è soltanto obbedienza di tipo giuridico ad una norma canonica, allora manifesterà inevitabilmente i segni di una menomazione esistenziale”.

  • IEROMONACO

La menomazione esistenziale avrà terribili ricadute di ordine psicologico, sociologico e pastorale. Proprio in quest’ottica le Chiese orientali ci presentano una duplice figura di presbitero. Lo ieromonaco, il prete monaco, il prete celibe, che ha compiuto appunto “un’opzione” monastica. E il prete sposato che ha intrapreso un’altra strada. In Oriente non c’è polemica sulla compresenza di queste due figure sacerdotali. E non c’è crisi di vocazioni o di altro.

PRETI E CELIBATO, LE RADICI DELLA POLEMICA

preti sposati
Preti sposati, il tema ritorna ciclicamente alla ribalta mediatica.

Le radici della disputa hanno una semina lontana, già nel I secolo d.C. le prime avvisaglie cominciarono a comparire nelle comunità delle chiese che avevano una forte influenza della cultura greca. Soprattutto quelle di area mediterranea. La disparità di vedute, che in realtà esprimevano modi opposti di concepire il cristianesimo, iniziò a contrapporre i fedeli tra i fautori della sessualità e i fautori del corpo.

  • VISIONE SPIRITUALISTICA

Accanto ad una visione tradizionalistica, fondata sulla continuità dello spirito biblico e quindi di cultura ebraica, quella in cui aveva operato Gesù per intenderci, se ne andò sviluppando una più spiritualistica. Questa aveva al suo interno una forte componente antisessuale di origine pitagorica e platonica, fondata sulla contrapposizione anima/corpo.

  • ARISTOTELE

Quella collegata alla vita sessuale era accusata di avere un’influenza nefasta e dannosa alla ricerca della verità. Per la maggior parte dei pensatori Greci, la sessualità era il principale nemico della padronanza di sé. Già Aristotele, nel suo Protretpico, utilizzato anche da Cicerone, aveva esplicitato una convinzione sottesa da tutta la cultura spiritualistica del tempo: «il piacere sessuale al suo apice coincide con la morte temporale dell’anima». La svalutazione dell’attività sessuale e la negazione del piacere erano ormai un carattere ben definito della cultura del tempo.

  • GLI STOICI

Per gli stoici l’atto matrimoniale si giustifica solo come procreativo, questa riserva era stata accettata entusiasticamente dal filosofo ebreo Filone di Alessandria già prima dei cristiani. In tale contesto era comprensibile anche la condanna degli sposati. L’ideale della castità era etimologicamente collegato alla castrazione. Non sorprende quindi che in molti riti sacri fossero presenti come celebranti degli eunuchi.

  • GLI EUNUCHI DI DIO

Questi, con la loro mutilazione, dimostravano l’entusiasmo religioso e l’irreversibilità della loro dedizione al servizio divino. Anche tra i primi cristiani circolava questo modo di intendere la devozione. L’apologeta Giustino non esitò a presentare, come testimonianza dell’elevatezza morale dei suoi confratelli, il tentativo fallito di un giovane cristiano a farsi evirare da un chirurgo. Non tutte le correnti filosofiche del tempo erano però così ostili alla sessualità, ma lo erano fortemente nei riguardi dell’istituto matrimoniale e familiare.

  • CORRENTI FILOSOFICHE

Il matrimonio era considerato un ostacolo alla riflessione e alla pratica filosofica. La forma più radicale dell’ideologia antimatrimoniale fu quella dei filosofi cinici, secondo cui una vita dedicata alla predicazione e alla conversione dell’umanità comportava la rinuncia ad avere una propria famiglia. Tale ideologia ebbe una vasta diffusione tra gli ebrei ellenici, come dimostra Paolo nella citazione in I Corinti 7,32-34. In particola modo nell’interpretazione dell’antisessualismo essenico in Filone.

  • L’EREDITÀ VETEROTESTAMENTARIA

L’eredità veterotestamentaria dovette fare i conti con fortissime infiltrazioni di ellenismo e talvolta scendere a patti con i suoi contributi nella formazione dell’idea stessa della rinascita cristiana. Il messaggio della chiesa si proponeva di liberare gli uomini dalle conseguenza della caduta, cioè dalla perdita dello Spirito, e dalla condanna alla morte, per mezzo dell’unione con Cristo, il nuovo Adamo.

  • SECONDA CREAZIONE

In questo contesto, la chiesa poteva gloriarsi di restaurare la natura umana. E visto che questa azione poteva dirsi metaforicamente una seconda creazione, equivalente alla prima descritta nella Genesi in cui Dio aveva dichiarato l’innocenza del mondo creato, non si poteva ammettere la permanenza di una zona oscura ed irredenta nell’anima e nel corpo dei convertiti.

  • IL CENTRO DELLA SPIRITUALITÀ

Il centro della spiritualità della chiesa antica era la solenne iniziazione battesimale, scandita da atti carichi di simboli. Denudamento, immersione totale nelle acque, rivestimento con una veste nuova e candida. In questo modo, si aveva la certezza di essere delle nuove creature, liberate dal dominio del male. Questa fede delle origini, che prometteva la morte della vecchia personalità del peccatore e la rinascita di una persona nuova e santa, fu definita cristianesimo della discontinuità.

  • LA FEDE DELLE ORIGINI

C’erano moltissimi credenti ai quali la discontinuità di vita da solo non bastava. La rinascita non doveva avere un carattere puramente escatologico o metaforico. Al contrario, doveva comportare una reale e attuale trasformazione dell’essere umano. Un cambiamento di natura. La teoria della doppia creazione dell’uomo ebbe presto una vasta eco.

  • LA DOPPIA CREAZIONE

Popolare negli ambienti giudaico-ellenistici, affermava che la natura originaria dell’uomo, prima della caduta, era priva della differenziazione sessuale. Anche Paolo ne fa cenno in Galati 3,28 e se ne trovano tracce fino al IV secolo d.C. Lo stesso Cristo, poiché archetipo dell’uomo nuovo, era considerato privo della sessualità.

  • ORTODOSSIA TRADIZIONALISTICA

Tale visione però non poteva trovare riscontro all’interno dell’ortodossia tradizionalistica. Che constatava il perdurare nell’uomo rigenerato anche degli impulsi fisici e psicologici della natura sessuale. E rimandava alla dimensione escatologica l’avvento dell’umanità asessuata e spirituale (Mc. 12,25). Le correnti antitradizionalistiche della chiesa, area mediterranea, convinte della permanenza delle realtà dei dualismi e delle opposizioni, scelsero la visione gnostica di un dualismo ontologico tra carne e spirito. Che continuava dopo il battesimo e doveva essere risolto da una radicale ascesi.

  • CORRENTI ASCETICHE

L’affermazione dell’ascetismo all’interno della Chiesa cattolica latina portò subito delle conseguenze sulla normativa del clero. La scelta tra l’astinenza e il matrimonio lasciata alla personale decisione dei chierici e dei laici fu abolita. E si consigliò l’imperativo di non sposarsi per il sacerdote celibatario. Come una delle tante manifestazioni di quel principio dell’apatheia, assenza di passioni perturbatrici. Il matrimonio entrava in quest’ottica perché, con la sua passione amorosa, si contrapponeva all’amore spirituale, che interdiceva l’esperienza delle passioni.

  • LA TEOLOGIA DI ORIGINE

L’evento decisivo dell’affermazione dello spiritualismo in tutti i campi della vita cristiana fu il successo della teologia di Origene. Per il quale il matrimonio, e la conseguente attività procreatrice, era un allontanamento da Dio. Una caduta ulteriore dell’anima nella materia e rendeva il cristiano inabile ad usare i sensi spirituali nell’incontro col divino. La necessità dell’ascesi venne fortemente caldeggiata da alcuni vescovi già nel II secolo come la via del perfetto cristianesimo.

  • DISCIPLINA ECCLESIATICA

La disciplina ecclesiastica, risultante dopo gli apporti spiritualistici e ritualistici alla fine del III secolo e agli inizi del IV, era sempre più di carattere bipolare. Da una parte, c’era il primitivo fondo biblico-evangelico, che non rivolgeva contestazioni alla relazione dei candidati coniugati al sacerdozio, area orientale. Dall’altra, l’instaurazione di un codice sacrale sempre più complesso, motivato dall’allungamento del calendario liturgico e dai tempi richiesti alle donne per purificarsi dai loro cicli, restringeva sensibilmente la vita sessuale dei preti sposati, area mediterranea.

  • CONCILIO DI ELVIRA

Di questo periodo è il Concilio di Elvira in Spagna del 300, che al Can. 33 dice: “si è deciso complessivamente il seguente divieto ai vescovi, ai presbiteri e ai diaconi, come a tutti i chierici che esercitano un ministero: si astengano dalle loro mogli e non generino figli. Chi lo avrà fatto, dovrà essere allontanato dallo stato clericale”.

  • CONCILIO DI NICEA

Il Concilio di Nicea del 325 introdusse la regola di proibire ai preti di sposarsi dopo l’ordinazione. E cercò di convincere al contempo quelli già sposati a lasciare le proprie mogli. Questa esortazione-regola non passò, perché buona parte del clero era sposato.

  • LOTTE INTESTINE

Nei secoli successivi, i numerosi fautori dell’astinenza sessuale, dentro e fuori l’ortodossia, non demorsero e cercarono di far accettare l’astinenza ai preti sposati in tutti i modi. Anche attraverso sotterfugi. Fu infatti incrementata l’attività liturgica e sacramentale, soprattutto nelle città sedi vescovili e nei luoghi di pellegrinaggio. Qui si introdusse il modello liturgico del tempio ebraico, che richiedeva un sacrificio e un’offerta quotidiana.

  • VEGLIE NOTTURNE

Nel IV secolo divenne perciò consuetudine tenere quotidianamente nelle chiese cattedrali la veglia notturna di preghiera che iniziava a mezzanotte, ciò chiaramente portava il presbitero a stare sempre più lontano dalla famiglia e dall’astenersi dai rapporti sessuali. La prassi orientale invece permise al clero di non far coincidere l’intero tempo del sacerdozio con il tempo del clero.

  • DECLINO SPIRITUALE

In occidente, le prescrizioni sempre più esigenti del sacro (Concilio di Toledo del 400, Can. 5) praticamente coprivano buona parte dell’anno solare. Il divieto di avere una vita sessuale durante tale tempo, portò a un lento ma inesorabile abbandono dei laici nella partecipazione alla vita delle comunità. E un declino spirituale nei sacerdoti sposati o celibi. I quali, per non vedersi preclusa la carriera ecclesiastica, iniziarono a trovare nuovi modi di vivere la vita di coppia: il matrimonio bianco e l’unione concubinaria.

  • CONCUBINATO

Nel V secolo molti aspiranti al sacerdozio, sapendo che avrebbero dovuto separarsi dalle famiglie dopo l’ordinazione, preferirono una soluzione ai margini della legalità: l’unione concubinaria. Essa era un escamotage per salvare sia la carriera ecclesiastica sia la famiglia. Consisteva in un unione privata tra l’uomo e la donna riconosciuta dalle leggi. Le quali però impedivano ai figli nati da questo rapporto di ereditare.

  • ESCAMOTAGE SALVA CARRIERE

La chiesa non escludeva dai sacramenti i concubini, purché basassero il loro rapporto sulla fedeltà e l’indissolubilità. I chierici si rivolsero in massa verso questo legame che lo Stato proteggeva e la Chiesa non perseguitava. Il concubinato permetteva anche l’inosservanza dell’obbligo della castità.

  • MATRIMONIO BIANCO

Il matrimonio bianco permetteva agli uomini sposati di poter fare parte del clero, esserne anche la maggioranza, ma non avrebbero potuto più avere rapporti sessuali con le proprie mogli. Il maggiore sostenitore di questo nuovo uso del matrimonio fu il vescovo di Roma Silicio alla fine del IV secolo. La nuova disciplina si affermò velocemente in tutto il mondo latino. E lo differenziò maggiormente da quello orientale. Rimasto fedele ai modelli non modificati del III secolo. L’unico punto di coesione era il celibato dei vescovi e della gerarchia ecclesiastica.

  • NEPOTISMO

Presto però anche queste forme di unione vennero combattute dalla Chiesa cattolica latina in quanto la maggior parte dei preti che si proclamava celibe non lo era affatto, e viveva in maniera spensieratamente libertina. Le cariche ecclesiastiche divennero quasi ereditarie, tanto che un buon numero di papi e di vescovi erano figli di preti: Bonifacio I, Gelasio, Agapito, Silverio, Teodoro. La Chiesa latina si trovò perciò ad affrontare non solo il problema del nepotismo ma anche quello del progressivo imbarbarimento del clero.

  • FEUDO ECCLESIASTICO

Il sacerdozio era diventato un mestiere e molti preti che avevano dei figli, dovendogli garantire un futuro benessere terreno, li eressero a gestori del ricco patrimonio ecclesiastico appartenente alla chiesa locale. In Occidente infatti le proprietà, i feudi ecclesiastici e le stesse chiese erano passati sotto il controllo dei laici sotto forma di benefici. Il fenomeno era iniziato verso il VII secolo e si era ampliato e universalizzato col diffondersi del feudalesimo.

  • CLERO E CONGREGAZIONI RELIGIOSE

Il clero e le congregazioni religiose, in un’epoca di disordine e di pericolo, avevano compiuto un atto di dedizione al potente del luogo in cambio della sua protezione. In questo modo le proprietà delle chiese locali, che avevano già la tendenza a separarsi dall’amministrazione del vescovo, furono di fatto privatizzate. Il laico finanziatore della singola chiesa e i suoi eredi divennero titolari della proprietà, cioè del beneficio, che amministravano a loro piacimento e di cui si dividevano con i sacerdoti da loro nominati i proventi: terreni, censi, offerte dei fedeli.

  • IL SISTEMA DI INVESTITURE

Il matrimonio del clero fu perciò visto come il più grave pericolo per l’integrità del patrimonio ecclesiastico, secondo solo di importanza all’ingerenza laica: i sacerdoti con famiglia non solo tendevano inevitabilmente a essere conniventi con il sistema di investiture laiche, perché ne ricevevano in cambio la sicurezza di parte dei proventi e della successione nella carica di un loro figlio, ma sarebbero stati anche i veri e diretti beneficiari di una eventuale scomparsa del patronato laicale, essendo il bene ecclesiastico ormai separato irreversibilmente dal patrimonio vescovile.

  • BRUNONE DI TOUL

Nella seconda metà del XI secolo il celibato degli ecclesiastici era diventato una bandiera, un ideale che qualificava una nuova concezione della Chiesa latina. Nel 1048, nominato papa Brunone di Toul col nome di Leone IX, iniziò quella che verrà chiamata la riforma gregoriana. Il programma dei riformatori canossiani, portato al successo in seguito da papa Gregorio VII, aveva tre punti qualificanti la creazione di un clero celibatario, che avrebbe dovuto mettere fine all’aperta e permanente violazione della sostanza e dello spirito delle leggi ecclesiastiche latine da parte dei chierici ufficialmente sposati e dei concubinari.

  • I NICOLAITI

Il clero con famiglia venne considerato immorale e bollato come nicolaita – nel medioevo latino tutti gli oppositori al celibato erano definiti nicolaiti, facendoli derivare dal diacono Nicola di Atti 6,5 al quale erano arbitrariamente attribuiti idee e comportamenti amorali, estremizzanti le idee dell’apostolo Paolo sulla libertà del cristianesimo -, ma soprattutto fu sentito come un pericolo per la sopravvivenza della Chiesa e per la sua natura di non ereditarietà della sua gerarchia.

  • PIER DAMIANI

L’opera di moralizzazione del clero era iniziata, e a nulla valsero le proteste dei numerosi sacerdoti ancora sposati nell’XI secolo. Uno dei principali artefici della necessità di moralizzazione del clero fu il vescovo Pier Damiani, che con il suo libro Liber Gomorrhianus contro il clero fornicatore e sodomita, segnò lo spartiacque tra la promiscuità e la definitiva disciplina del celibato.

  • I CONCILI LATERANENSI

I concili Laterano I del 1123 e Laterano II del 1139 confermarono la linea intrapresa ed espressero ulteriori severe misure contro coloro che contravvenivano la disciplina del celibato. Il Laterano II, al can. 7, cita esplicitamente che “il matrimonio dei preti viene assolutamente vietato e considerato invalido”.

  • CONCILIO DI TRENTO

Il Concilio di Trento del 1545 pose fine agli attacchi degli ultimi riformatori del celibato ed esso fu istituito ufficialmente. Però solo nel 1917 fu incluso formalmente nel Diritto canonico. Paolo VI, 1967, con l’enciclica Sacerdotalis caelibatus, annullò definitivamente la possibilità che la legge sul celibato potesse essere abolita in parte o del tutto.

PRETI, CRISI DI IDENTITÀ

preti sposati, sì o no?
Molti sacerdoti si domandano chi sono io?, e la risposta spesso non è facile da trovare.

La crisi presbiterale ha più di una radice, prima fra tutte una crisi di identità. Molti sacerdoti si domandano chi sono io? Ma la risposta spesso non è facile da trovare. Prima del Concilio Vaticano II il sacerdote aveva una sua chiara identità. Era una persona sacra, un uomo di culto con un suo status ben definito e un conseguente rispetto dovuto alla sua ordinazione. Questa identità fu messa in discussione dal Concilio.

  • RISCOPERTA DEL SACERDOZIO

E se da un lato c’è stata la riscoperta del sacerdozio comune di tutto il popolo di Dio, dell’universale chiamata alla santità, del matrimonio come vocazione santa. Dall’altro, si è cominciato a vedere il sacerdozio soprattutto in termini di servizio e di leadership. Molti sacerdoti erano e sono entusiasti di questa nuova realtà. Perché li ha liberati da un soffocante clericalismo e li ha aperti ad una concretezza evangelica più simile a quella di Cristo.

  • ENTUSIASMO POSTCONCILIARE

Ma l’entusiasmo postconciliare si è scontrato presto con un mondo secolarizzato. Con la costante diminuzione della pratica religiosa e la sempre più crescente individualizzazione dell’uomo. Lo stile di vita che viene richiesto ai sacerdoti, e la spiritualità che si esige da loro, ha generato una crisi di funzioni. La quale li ha portati ad una solitudine affettiva, intima e sessuale. Oltre che a una naturale tensione e stanchezza psicofisica. Dovuta allo stress pastorale e allo scoraggiamento per gli scarsi risultati ottenuti nel cercare un’adeguata via per evangelizzare il mondo moderno.

  • PAPA FRANCESCO

Nel suo ultimo Venerdì della misericordia, alla fine dell’anno santo, papa Francesco è andato a trovare alcune famiglie di preti sposati. Le ha incontrate in un appartamento di Ponte di Nona, alla periferia nord di Roma, ha spiegato una nota del Vaticano. La nota precisa inoltre i motivi che hanno portato i preti alla decisione di abbandonare il ministero: “Dopo diversi anni dedicati al ministero sacerdotale svolto nelle parrocchie, è accaduto che la solitudine, l’incomprensione, la stanchezza per il grande impegno di responsabilità pastorale hanno messo in crisi la scelta iniziale del sacerdozio”.

  • SOLITUDINE INTERIORE

La solitudine, il mare di sofferenze interiori patite dagli uomini e dalle donne che a tutti i costi vogliono rimanere fedeli ad una promessa giovanile: la castità. Sofferenze che provocano nevrosi e psicopatie. E che Eugen Drewermann, ex sacerdote cattolico e psicanalista, ha ben spiegato nel libro I funzionari di Dio. Psicodramma di un ideale (Ed. Raetia, Bolzano).

  • I DISAGIATI

Leonardo Boff, esponente della teologia della liberazione, – ex sacerdote, ora convivente con una donna impegnata nelle battaglie ecologiste -, nonché amico di papa Bergoglio, di recente rispondendo a una domanda sui sacerdoti disagiati e pedofili, ha dichiarato che “non c’è assolutamente prova che i preti cattolici latini siano dei disagiati o più inclini ad abusare di bambini rispetto ad altri gruppi umani. Qualsiasi altra professione o istituzione, in cui gli adulti hanno una posizione di autorità o controllo nei confronti dei bambini, è soggetta a questo abominio. La pedofilia è abominevole e va punita severamente”.

  • BUGIE E VERITÀ

Sulla scia dell’attuale crisi della Chiesa cattolica latina, altre denominazioni religiose e istituzioni non religiose hanno ammesso di avere dei problemi simili, sia con la pedofilia sia con l’efebofolia tra le file del loro clero. Il celibato non comporta alcuna relazione causale nei confronti di un qualsiasi tipo di inclinazione sessuale deviante. Alcune persone, compresi alcuni cattolici del dissenso, stanno sfruttando la crisi per attirare attenzione su questioni di loro interesse.

  • INTERESSI DI PARTE

Si domanda il matrimonio del clero cattolico in risposta allo scandalo come se il matrimonio riuscisse ad impedire agli uomini di nuocere ai bambini. Un clero sposato non risolverebbe il problema. C’è un modo semplice di trasformare la bugia in verità: basta ripeterla molte volte. Ed è ciò che sta accadendo intorno alla figura del sacerdote ed alla sua istituzione.

  • TIRA UNA BRUTTA ARIA

Don Antonio Mazzi, in Le parole di papa Francesco che stanno cambiando il mondo, Cairo Editore, ha scritto a fine libro una lettera al papa. Nella quale dice “tira un’aria secondo la quale i problemi della Chiesa finiscono il giorno in cui si sposeranno i preti e i divorziati potranno accostarsi ai sacramenti. Questi due miracoli o salveranno o affonderanno la Chiesa. Per cui, nel Sinodo, vincerà o perderà chi risponderà un sì o un no ad ambedue le mirabolanti novità. La stampa, deviante e superficiale come sempre, sottolinea all’infinito questo equivoco. Con soddisfazioni economiche e ideologiche sia degli uni che degli altri”.

  • RIFIUTI UMANI

Don Antonio Mazzi sottolinea anche che: il coltivare e custodire non comprende solo il rapporto tra noi e l’ambiente, tra l’uomo e il creato, riguarda anche i rapporti umani. Noi stiamo vivendo un momento di crisi. Lo vediamo nell’ambiente, ma soprattutto lo vediamo nell’uomo. La persona umana è in pericolo, c’è una grande urgenza di ecologia umana. Le persone vengono scartate come se fossero rifiuti.

  • FEDE O MESTIERE

La domanda rimane: si crede ancora alla fede come dono o, come afferma il papa, alla fede come mestiere? Vittorio Moretto, in Il celibato dei preti. Una sfida sempre aperta, Ed. Elledici eVelar, ha dichiarato: «Ciascuno di noi ha bisogno di un genere di vita che realmente offra vita. Di vivere pregustando una vita migliore. Contrariamente, saremo sopraffatti dalle sofferenze del nostro tempo e soccomberemmo alla cultura della banalità. La dignità più grande degli esseri umani è di essere chiamati a giocare con Dio per l’eternità. La santità del sacerdozio deve irradiare questa gioia»

  • CRISI DI VOCAZIONI

La crisi delle vocazioni non dipende dal matrimonio quindi, ma sempre dalla fede. Quando non c’è fede, non ci sono né vocazioni, né preti sposati o non sposati. Non c’è nulla, se non un profondo vuoto che si cerca di colmare con panacee più o meno soddisfacenti. Se c’è fede, tutti devono poter accedere al sacerdozio ministeriale con gli stessi impegni e possibilità. La serenità personale, la realizzazione intima e cristiana deve essere al primo posto, non la discriminante sociale.

  • EVANGELIZZAZIONE

Credo che occorra evangelizzare la cultura e le culture dell’uomo nel senso ricco ed esteso. Non in maniera decorativa, a somiglianza di vernice superficiale, ma in modo vitale. In profondità fino alle radici. Partendo sempre dalla persona e tornando ai rapporti delle persone tra loro e con Dio. (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 1975).

  • VANGELO E CULTURE UMANE

L’evangelizzazione non si identifica solo con la cultura, anzi è indipendente da tutte le culture. Tuttavia il regno, che il vangelo annuncia, è vissuto da uomini profondamente legati ad una cultura. E la costruzione del regno non può avvalersi solo degli elementi della cultura e delle culture umane.

  • ROTTURA VANGELO E CULTURA

«La rottura tra vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca. Occorre quindi fare tutti gli sforzi in vista di una evangelizzazione della cultura e delle culture. Non può esserci una vera promozione della dignità dell’uomo, se non nel rispetto dell’ordine essenziale della sua natura. Certo, molte esigenze e condizioni concrete della vita umana sono mutate e muteranno ancora. Così come elementi e relazioni, ma ogni evoluzione dovrà concorrere al pieno sviluppo e alla santificazione dell’uomo» (Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 1975).

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Genitorialità

GENITORIALITA’. Impresa condivisa tra padre e madre.

ANCHE I PADRI SONO IN DOLCE ATTESA

Solo recentemente la società ha cominciato a sostenere che la genitorialità è un’impresa condivisa sia dalla madre che dal padre. Finalmente ci si è reso conto che anche i papà sono in dolce attesa!

Il viaggio dal concepimento alla nascita è piuttosto lungo. Fortunatamente quanto basta per risvegliare sentimenti sopiti ed imparare a condividere bisogni, ansie e speranze.

I bambini cominciano ad esercitare il loro magico fascino già prima di venire al mondo.

paternità
La paternità è un miglioramento lento ma costante; come un albero che cresce giorno per giorno, senza che ce ne accorgiamo.

Nessun uomo è mai totalmente preparato allo straripante ed affascinante incontro con gli occhi di un bambino.

Dopo un silenzio quasi riverenziale, scoprirsi a parlare con il nostro piccolo ci farà sentire un po’ sciocchi al pensiero che questo piccolo esserino capisca ciò che gli stiamo dicendo. Non importa. L’importante è parlare con lui. Per tutti i mesi della gravidanza.

Egli ascolterà la nostra voce e, quando nascerà, andrà alla ricerca del nostro viso con immensa curiosità. Il suo sguardo sarà fermo su di noi, ci scruterà e cercherà di imitare le nostre espressioni facciali, i nostri segni di felicità, di tristezza, di sorpresa. E ci ricompenserà con un bel sorriso!

Il bambino che cresce nel grembo materno fa sentire la sua presenza con determinazione.

Trasformando la donna in madre, l’uomo in padre, la coppia in famiglia. Durante la gravidanza i rapporti misteriosi tra i vari componenti della famiglia si fanno più evidenti.

Il nascituro fa affidamento sulla madre, la quale fa affidamento sul padre, il quale fa affidamento sull’amore per la moglie o compagna e per il suo bambino.

La vita diviene così circolare e in continua trasformazione, la paternità è in continuo sviluppo, un work in progress perenne.

Molti medici e pediatri tendono a prescrivere che cosa deve fare il padre.

A proporgli ricette miracolose piuttosto che a stimolarlo a pensare e ragionare con la propria testa. E per quanto possano essere corretti questi consigli, vengono forniti come indicazioni generali da seguire.

Purtroppo però, si corre il rischio di robotizzare comportamenti e pensieri a tal punto da distruggere la spontaneità personale nell’affrontare il problema e privare della soddisfazione di ricercare da soli la soluzione.

Oggi si aspetta dagli uomini una maggiore responsabilità nella cura dei figli.

Si vive, o meglio si crede di vivere, la paternità in modo corretto perché abbiamo gli strumenti giusti. Gli opuscoli tutorial dei centri prenatale degli ospedali. Peccato che siano solo norme generali. Per lo più con vista prettamente femminile.

E non aiutano di certo il cammino dell’uomo verso la paternità. Ogni maschio è unico. Irripetibile. E proprio perché è unico, vive l’atto della gravidanza in modo del tutto personale, sia psicologico che fisico.

Gli uomini devono imparare ad essere sensibili.

Devono imparare a svolgere il loro compito educativo con passione. Soprattutto devono “imparare” ad esprimere i propri sentimenti.

I padri devono far fronte ai nuovi aspetti psicologici e pratici di una vita domestica a due velocità. Cioè, devono crearsi un’immagine di paternità che si dimostri valida per sé e per i figli.

LIBERARSI DELLE EMOZIONI

padri e figli
Diventare padre è l’inizio di un’avventura meravigliosa.

Un tempo, la ricetta per una buona paternità era semplice: lavorare sodo, proteggere la famiglia, pianificare il futuro, insegnare a distinguere il bene dal male attraverso la disciplina.

Un padre che seguiva questi compiti, con regolarità e coerenza, poteva sentirsi soddisfatto. Tranquillizzato dal fatto che stava svolgendo bene il suo lavoro di padre. Si stava guadagnando l’amore e il rispetto di sua moglie, dei suoi figli, della società.

Noi eravamo i figli di quei padri! Oggi i padri, o chi lo diventerà, stanno combattendo un’aspra battaglia per avere delle relazioni più strette con i figli o per instaurarle con quelli che nasceranno. Non siamo più sicuri di ciò che proviamo.

Le sensazioni e i pensieri ci sfuggono.

Tutto ci sembra sottosopra. Annebbiato. Un uragano di incertezza. Frustrazione. Isolamento. Ansia. Aspettative.

Per infondere in noi una nuova immagine paterna, e per farlo bene, bisogna cominciare dall’inizio della gravidanza.

Questo è un territorio ancora vergine per la maggior parte degli uomini. In quanto né i nostri padri né i nostri nonni hanno mai affrontato questo argomento con noi. Né ci hanno insegnato, col loro esempio, che divenire padre è un rinascere nuovamente.

È rinascere padre!

Diventare padre, un padre sempre nuovo e sempre pronto, è il compito più impegnativo che un uomo abbia mai immaginato di poter svolgere.

Poche sono le persone che ammettono questa realtà della vita. Divenire padre è un’avventura che cambia radicalmente la vita, e non sempre si tratta di un’esperienza semplice.

La paternità solleva tutta una serie di quesiti che riconducono alla propria infanzia e alla qualità dell’esperienza che si è avuta con il proprio genitore.

La gravidanza può costituire uno stimolo per la soluzione di vecchi conflitti e l’occasione per scegliere che tipo di padre ci piacerebbe essere per nostro figlio.

Ogni avventura che valga la pena di essere vissuta necessita di tempo; e questa, in particolare, di tutto il tempo che si dispone.

I mesi di gravidanza possono disorientare.

Spaventare e causare una forte tensione interiore. Inclinare rapporti che sembravano intoccabili.

Gli uomini non portano fisicamente il bambino che sta per nascere dentro di loro, e non hanno una chiave di lettura psicologica di quanto sta accadendo. Però avvertono che qualcosa di estraneo in loro si sta insinuando. Li sta cambiando. Li sta trasformando.

Lentamente sì, ma in cosa, ancora non lo sanno. Gli avvenimenti incalzano e si subiscono. Perciò l’uomo ha sviluppato un repertorio di tattiche di relazione estemporanee per assicurarsi la sopravvivenza emotiva.

L’ambiente che lo circonda, lo rende incapace di provare sentimenti che emozionano e che necessitano di una introspezione più profonda di una semplice valutazione superficiale.

La gravidanza proietta l’uomo fuori al presente e verso il futuro.

L’espressione diretta dell’emozioni aiuta a liberarsi delle tensioni, a dissipare i problemi e a rinvigorire lo spirito. I sentimenti che vengono repressi, portano frustrazione, risentimento, rabbia.

E la tensione accumulata prima o poi esploderà in manifestazioni di aggressività e malanni fisici. Allontanandoci fisicamente ed emotivamente dalla nostra partner.

I sentimenti che neghiamo a noi stessi emergeranno proprio nel momento meno opportuno, gettandoci in una sensazione di sconcertante alienazione e depressione.

RIPROGRAMMARE GLI OBIETTIVI

padre felice
La felicità di padre, è essere bambino tra i bambini.

Le cose più semplici e normali assumono un nuovo significato. Le normali decisioni quotidiane acquistano implicazioni di maggior rilievo.

Inconsciamente l’uomo si ritrova a ragionare e a pensare per tre. Si ritrova a rivalutare i propri obiettivi. I suoi credo. I suoi punti di forza e le sue debolezze.

Un certo nervosismo è comprensibile. I timori persistenti possono infierire negativamente sull’accettazione di é e sulla gioia di vivere.

Il ruolo consapevole di padre può aiutare i figli a raggiungere grandi traguardi oppure limitarli e vincolarli alla mediocrità.

Ogni figlio è dotato di un immenso potenziale psicologico e mentale che gli permette di sviluppare capacità e competere in misura maggiore di quanto abbiamo fino ad ora ipotizzato, ma la condizione primaria è proprio il grado di essere padre e fare il padre.

1. Jack Heinowitz.

Autore del libro “il papà incinto”, afferma che: “tutti gli uomini che intraprendono il cammino verso la paternità, sebbene non siano fisiologicamente incinti, subiscono una profonda trasformazione sia per quanto riguarda la personalità sia per quanto concerne gli enormi cambiamenti di carattere psicologico. Perché, nel tentativo di creare un ruolo soddisfacente sia per loro che per i loro figli, cercano una sorta di equilibrio, un contatto emotivo più stretto, momenti più partecipi con la propria famiglia: condivisione, sensibilità, espressione di sé ed intensità”.

La definizione restrittiva di padre.

Colui che genera un bambino, può essere facilmente arricchita e, perché no?, trasformata in colui che si dedica a un bambino attraverso forza, calore, tenerezza e comprensione. E col passare del tempo, crea le opportunità per un benessere personale e per un proprio rinnovamento in grado di risvegliare la saggezza e il senso del dovere che sono necessari a tramandare questa eredità al figlio.

2. Jean Piaget.

Autore del libro “psicologia e sviluppo mentale del bambino”, parlando dei padri, afferma: “l’azione del padre consiste appunto in questo continuo e perpetuo meccanismo di riadattamento e di equilibrio. E proprio per tale ragione che, nelle prime fasi di costruzione di nuovi modelli personali, le strutture mentali successive possono venire considerate come altrettante forme di equilibrio. Ognuna delle quali è un progresso rispetto alle precedenti”.

L’uomo non diviene padre il giorno stesso in cui la sua donna diviene madre.

Accede alla paternità nel corso di un lungo e travagliato apprendistato. Essere padre e fare il padre è sentirsi uomo; è subire un processo di duplice incarnazione e di duplice identificazione. Quello interiorizzato durante la propria crescita e quello socio-culturale dei modelli trasmessi dalla società.

3. Tiziano Loschi e Giovanna Vandelli.

Autori del libro “essere padre, fare il padre”, sottolineano che “gli uomini spesso disprezzano, svalutano e negano le proprie reazioni alla gravidanza. Piuttosto che ammetterle, non le esprimono e non le accettano come elemento necessario per il proprio cammino verso la paternità. Perché non le percepiscono come espressione fondamentale della propria virilità“. Questi concetti sono radicalizzati nel pensiero dell’età industriale. Soprattutto nell’etica del guerriero che ha regnato nei secoli precedenti.

Gran parte di uomini è estranea ai propri sentimenti interiori.

Nella lunga lotta per riuscire a fare il proprio lavoro di genitori, molti uomini non si sono resi conto dell’entità del prezzo che stavano pagando. Alla necessità di relazioni profonde e soddisfacenti con altri e se stessi.

PRESENZA COSTANTE

papà e bambino
La genitorialità è la chiave di accesso a una nuova dimensione umana, dà un altro senso al tempo e all’esistenza.

Il padre distante, il padre fantasma, il padre violento, non è altro che il prodotto di una cultura che non ha preparato gli uomini a divenire padri, né insegnato loro che l’educazione dei figli è parte essenziale della loro natura. La paternità è la celebrazione suprema dell’umanità maschile.

Gli uomini fanno difficoltà a vedere nella paternità qualcosa che gli offra dei valori.

Questo è uno dei motivi per cui gli uomini spesso fuggono o restano distaccati dalla vita familiare. I vecchi miti sono ancora vivi, perché non si è radicata una nuova immagine di padre più equilibrata di quella precedente.

L’immagine del padre fornitore, cioè di colui che si occupa del benessere materiale della famiglia, rimane ancora l’immagine più persuasiva della nostra epoca.

Il concetto di genitore rimarrà un ideale irraggiungibile fino a quando l’uomo non comincerà a vedere non solo la genitorialità ma anche la gravidanza come impegno a due.

Un mondo che dà il benvenuto alla futura madre, ma disgrega la figura più nascosta del futuro padre, inavvertitamente lo emarginerà fin dall’inizio.

Bisogna cominciare a domandare agli uomini qualcosa sulla loro esperienza legata alla gravidanza. Sui loro pensieri, sentimenti e sogni. Bisogna parlarne, insomma!

Concetti preconfezionati.

I tutorial non forniscono all’uomo né la convinzione né i riti a farlo sentire una parte importante verso la genitorialità. I futuri padri dovrebbero essere supportati da centri specializzati, sul modello di quelli per le future mamme.

I padri devono essere aiutati ad avvicinarsi alla paternità con spirito giusto. Senza timore e senza altalenanti dualismi interiori. Che, a lungo andare, potrebbero tracciare un solco indelebile nella loro psiche.

Molti uomini hanno intrapreso il cammino della paternità con entusiasmo e premura.

Altri, invece, si sono arresi alla loro incapacità di rigenerarsi. E sono giunti alla convinzione che non hanno altra alternativa se non quella di mettersi da parte. Osservare gli eventi della gravidanza e della cura del bambino. Da spettatori.

E l’alienazione personale cresce. E’ proprio l’assenza di padri responsabili il principale fattore dei problemi sociali riguardante i figli.

AVERE O NON AVERE UN FIGLIO?

sotto la pioggua
La vita è un perenne equilibrio tra bisogno di libertà e bisogno di protezione.

Sembra paradossale porsi una domanda del genere, quando fino a qualche tempo fa la risposta sarebbe stata: i figli si fanno e basta! Oggi tutto è cambiato. Decisioni che sembravano ovvie, risultano meno ovvie in quanto gravate di condizioni prima inesistenti.

Avere un figlio, soprattutto un secondo o un terzo, richiede un bel po’ di coraggio, se non addirittura di incoscienza.

Senza addentrarci in fenomeni storici e sociologici, vale comunque la pena sottolineare gli aspetti interessanti riguardanti la genitorialità. Soprattutto le problematiche più frequenti a cui vanno incontro i padri nel momento in cui vengono informati che diventeranno genitori.

1. Oggi il ruolo dei padri si è molto affievolito, viviamo in una società senza padri e senza normative.

  • Le precedenti generazioni di maschi hanno spazzato via l’autoritarismo paterno nelle famiglie, nelle istituzioni e nella politica. Hanno favorito la caduta delle grandi ideologie e la nascita del pensiero debole in filosofia. Il risultato è di fare delle successive generazioni una generazione orfana psicologicamente di padre.
  • Oggi si è perso il ruolo paterno nella guida morale della famiglia. Non c’è più certezza delle risorse maschili in termini economici. E sono in discussione anche antiche certezze sessuali. Per i maschi di oggi sembra quasi una condanna riproduttiva quella di essere incastrati in una adolescenza che sembra non volere finire mai.

 2.  Le donne hanno imparato, a loro spese, a non giudicare gli uomini dalla loro età o dalle risorse economiche, ma dall’affidabilità come padre.

  • Gli uomini devono essere disponibili ad occuparsi di bambini piccoli, ma soprattutto le donne si aspettano che facciano veramente i padri. Cioè che siano veramente riferimento educativo per i figli.
  • Anche le donne hanno bisogno di padri, pure le donne sono figlie di una generazione senza padri. La nostra vita è un perenne equilibrio tra bisogno di libertà e bisogno di protezione.
  • Una integrazione tra queste due polarità sembra difficile, se non addirittura impossibile. O siamo troppo liberi e troppo soli, o siamo troppo dipendenti e imbottigliati nella prigione famiglia.
  • Tutte le decisioni sono condizionate da un senso di paura e di incertezza. La società odierna ha fatto sì che la spinta dell’uomo riproduttiva si stia esaurendo.

 3. I figli sono diventati un bene di consumo, mentre prima erano beni di investimento.

  • La vita riproduttiva della specie non è più solo una questione femminile: appartiene all’umanità, richiede la voce di tutti gli esseri umani.
  • Stanislaw Grygiel, filosofo polacco e autore del saggio “la politica della paternità”, afferma che l’intervento dello Stato nelle vicende familiari è assolutamente dannoso se fatto senza alcuna programmazione futura. Perché la salvezza dell’uomo avviene nello spazio delle relazioni interpersonali basate sulla paternità e sulla figliolanza.
  • Ciascun essere umano sente se stesso come soggetto di pensiero, sentimento e volontà ed ha la coscienza di essere un individuo inserito nel tempo e nello spazio.

Le donne lo sanno bene e perciò cercano uomini, non adolescenti insicuri, a cui affidare le proprie istanze di maternità. Uomini con la U maiuscola.

Un irridente post in internet sentenzia“Uomini così ce ne sono pochi, come i posti nei parcheggi. I migliori se li sono già presi, restano solo quelli per carico e scarico, donne attente agli abusivi“.

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