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La penisola degli apostoli, perché sono sepolti in Italia.

Recentemente ho imballato la mia libreria per un trasloco. Non ci si rende mai conto della quantità di libri che si accumulano nel corso degli anni prima di doverli sistemare in uno scatolone per una nuova destinazione.

È un lavoro certamente faticoso, ma le sorprese non mancano. Soprattutto quando non hai la completa memoria dei libri che possiedi. E quando ciò accade, la gioia per una scoperta impensata di invade il corpo e suscita spasmi di meraviglia.

Un piccolo saggio attira la mia attenzione: la penisola degli apostoli. Poche pagine, ma piene di foto e di notizie sulla sepoltura degli Apostoli in Italia. Del perché di questa scelta, e di come vi siano arrivati. E dove sono sepolte le reliquie degli Apostoli.

libri da imballare
Memoria e crescita di civiltà e culture.

Memoria e crescita personale

E la mente torna indietro nel tempo. Alla gioventù, ai primi studi sulla storia del cristianesimo. Alle domande sul perché la maggior parte delle reliquie degli apostoli, degli evangelisti e della sacra famiglia fossero sepolte in Italia e non altrove. Risposte che ho trovato solo in seguito.

La memoria, la crescita interiore e collettiva del luogo dove siamo nati ci appartengono come l’aria che respiriamo, negarlo è negare noi stessi e la nostra personalità. È negare il nostro essere vita!

Sono convinto che le chiese, le cattedrali, i duomi, custodi di reliquie e di testi virtuali e cartacei, siano uno strumento essenziale per combattere la solitudine di non sentirsi appartenenti alla società in cui si vive. E sono pronto a farmi paladino del loro ruolo di memoria e di esperienza che hanno impregnato la cultura alla quale apparteniamo.

Perché l’Italia

I luoghi che sentiamo per noi fondamentali resistono anche alla distruzione materiale. E questo è ciò che accadde agli Apostoli dopo la condanna a morte di Gesù con l’accusa di sedizione. Ovvero, l’accusa di voler sovvertire in modo violento e illegale l’ordine costituito di Israele di quel tempo.

Pure gli Apostoli e quanti si erano dichiarati fedeli alle parole di Gesù, anche se non esplicitamente sottoposti a giudizio, furono condannati e messi al bando e perciò costretti a starsene rintanati prima e a lasciare Israele dopo l’ascesa di Gesù al cielo.

La scelta di Simone-Pietro di raggiungere Roma, il cuore dell’impero, è dettata anche dal fatto che i romani, checchè se ne pensi appoggiarono il movimento di Gesù di Nazareth in modo indiretto, attraverso ebrei della diaspora di cui Filone di Alessandria ne era il portavoce.

Il mio libro Dossier Judas, in vendita su questo sito, parla proprio di questi avvenimenti e vengono narrati da Giuda detto l’Iscariota.

Roma, tanto odiata in patria ma crocevia di culture e popoli, diventa così il luogo ideale dove far ripartire il pensiero e l’ideale di Gesù. Qui, la gente è avvezza alla conoscenza di nuove filosofie e di nuovi dei, e non condanna a priori coloro che ne divulgano il verbo. Ecco perché si trovano qui molte reliquie degli Apostoli.

Caput mundi

Nella tradizione ebraico-cristiana la parola è il principio di ogni cosa. La lingua che parliamo non è solo uno strumento per comunicare con gli altri nel modo migliore che possiamo, ma è presentare noi stessi per quello che siamo. La lingua è il nostro dna, per quanto limitata, imprecisa e spesso infedele.

La lingua che parliamo ci definisce. I nostri pensieri, la nostra etica, la nostra estetica sono tutti definiti dalla nostra lingua. Il passaggio da una lingua all’altra implica più che un processo di riconoscimento un processo di riconversione, inteso come senso profondo di cambiamento del proprio sistema di credenza e di fede.

Il latino diventa così la lingua ufficiale del primo cristianesimo. E con esso, anche il modo di pensare e di esprimere gli insegnamenti di Gesù cambiano orizzonti e vedute. Da pensiero stanziale e limitato ad una sola area, Israele, diventa pensiero universale. Diventa pensiero multietnico.

Gli apostoli hanno capito che per combattere i lupi bisogna stare in mezzo ai lupi. E il branco di minor danno è proprio la odiata Roma e la sua cultura aperta a tutte le esperienze di vita e di pensiero.

Le tombe degli apostoli

Osservando l’ubicazione delle tombe e delle reliquie degli apostoli, notiamo che esse sono tutte lungo le vie consolari maggiori, quasi a testimoniare che Roma è il centro del nuovo ordinamento religioso che sta nascendo e da essa si dirama in tutte i paesi del mondo allora conosciuto.

Seguendo l’itinerario delle tombe, partendo proprio da Roma, scopriamo un Italia sconosciuta e troppo spesso trascurata: quella dei cammini di fede, come la via Frangigena o la via Romea, che in antichità erano percorsi dai pellegrini di ogni paese.

La maggior parte delle reliquie degli apostoli sono sepolte a Roma. Simone detto Pietro, Giuda lo zelota, e Giuda Taddeo nella Basilica di San Pietro. Nella Basilica XII Apostoli, ci sono le reliquie degli apostoli Filippo e Giacomo il minore. Sempre a Roma sparse per le varie Basiliche reliquie diverse degli apostoli.

Simone detto Pietro

Basilica di San Pietro, Roma. Tomba di san Pietro e necropoli.
Con la morte di Simone detto Pietro a Roma è l’inizio dell’ascesa del cristianesimo nel mondo.

La Tomba di Pietro si trova sotto l’altare della basilica omonima in Roma, nella Necropoli Vaticana, un cimitero di epoca romana. Da non confondere con le Grotte Vaticane. Queste sorgono tre metri sotto l’attuale pavimento della basilica mentre la Necropoli si trova ad un livello ancora inferiore, tra i cinque e i dodici metri sotto il pavimento della basilica.

La Necropoli era posta accanto al circo di Nerone, ai piedi del colle Vaticano, il luogo dove Pietro subì il martirio. Quando l’imperatore Costantino decise di edificare la basilica originaria, la Necropoli fu interrata divenendo una solida base per le fondamenta dell’edificio. 

Simone lo zelota

Simone lo zelota inizia a predicare in Egitto, con molta probabilità in compagnia di Bartolomeo ma verso il 60 d.C. fece ritorno in Galilea, dove fu coinvolto, dati i suoi trascorsi tra gli Zeloti, nella repressione che seguì la seconda guerra giudaica.

Secondo alcune fonti fu proprio per sfuggire ai Romani che si spostò con i suoi seguaci in Persia, dove si riunì ad un altro Apostolo, Giuda Taddeo, insieme al quale continuò l’opera di evangelizzazione nelle regioni della Mesopotamia e in Persia, spingendosi anche verso l’Armenia.

La tradizione cattolica lo vuole martirizzato insieme a Giuda Taddeo nella città persiana di Suanir. Altre fonti affermano che egli non fu martorizzato a Suanir ma sopravvisse ancora per molti anni, subì il martirio all’età di oltre cento anni in Abcazia, sulle sponde nord-orientali del mar Nero.

Particolarmente cruente le modalità del martirio, Simone fu fatto a pezzi con una sega, probabilmente dopo aver subito la crocifissione. Per tale ragione viene spesso raffigurato con una sega in mano.

In ogni caso, il legame con Giuda Taddeo fu molto forte e le reliquie dei due apostoli sono sepolte in San Pietro a Roma.

Vaticano, Roma. Qui dimorano le reliquie di alcuni apostoli.
Vaticano, Roma, qui oltre a Simone-Pietro sono sepolti anche Simone lo zelota e Giuda Taddeo.

Giuda Taddeo

Uno scritto narra che Taddeo abbia incontrato l’apostolo Simone Zelota in Persia, insieme al quale evangelizzò quel regno. Nonostante la continua ostilità dei maghi Zaroes e Arfaxat, la predicazione dei due Apostoli ottenne risultati eccezionali. 

Giunti nella città di Suanir nella Colchide, ai due Apostoli fu imposto di offrire un sacrificio al sole e alla luna nel Tempio del Sole, ma essi risposero che il sole e la luna erano solo creature di quel Dio che essi annunziavano.

E per testimoniare ciò, scacciarono i demoni che soggiornavano nel Tempio. Ma due figure nere, demoni terrificanti, tra ululati e bestemmie, riuscirono a fuggire e a dirigersi verso la città. 

Allora i sacerdoti e il popolo impauriti si precipitarono sui due Apostoli. I due furono uccisi da sassate, lance e colpi di mazza. In particolare, dopo essere stato trafitto da lance e mazze, Giuda Taddeo sarebbe stato finito con un colpo d’ascia sulla testa.

Per questo nell’arte l’apostolo Giuda Taddeo è rappresentato con una mazza pesante o una lancia nelle mani. La tradizione racconta che un re poi avrebbe fatto trasportare i corpi dei due nella sua città residenziale, dove avrebbe edificato una chiesa in marmo a forma di ottagono e avrebbe composte le salme in un sarcofago d’argento all’interno di una camera rivestita di lamine d’oro.

Cripta Basilica dei santi XII Apostoli, Roma. Qui dimorano le reliquie di Giuda Taddeo e Simone lo zelota.
Basilica dei Santi XII Apostoli, Roma, le reliquie degli apostoli Filippo e Giacomo il minore.

Filippo

Filippo, originario di Betsaida come gli apostoli Andrea e Simone, parlava il greco. È lui l’apostolo al quale si rivolge Gesù nel miracolo della prima moltiplicazione dei pani e dei pesci (Gv 6, 5-13). E questo episodio rimarrà caratteristica iconografica nelle rappresentazioni artistiche della sua figura.

Successivamente agli eventi narrati dagli Atti, Filippo evangelizza la Samaria e Cesarea. In questo periodo, converte Simon Mago. Il capitolo 8 degli Atti viene anche chiamato Atti di Filippo (da non confondere con l’omonimo testo apocrifo).

La sua morte avvenne per martirio, al tempo dell’imperatore Domiziano (81-96), mediante la stessa pena alla quale era stato condannato, molti anni prima, Pietro, e cioè la crocifissione inverso capite (a testa in giù).

La tradizione riporta che era sposato e con figli. La sua morte è avvenuta a Hierapolis. Esistono più versioni sulle modalità della morte: secondo alcuni crocifisso, secondo altri invece in tarda età e per cause naturali.

Giacomo il minore

Giacomo figlio di Alfeo, viene detto il Minore per distinguerlo da Giacomo figlio di Zebedeo (fratello di Giovanni) detto il Maggiore e da secoli venerato a Santiago Compostela. Nella Prima lettera ai Corinzi, Paolo dice che Gesù, dopo la risurrezione “apparve a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli”. Lo chiamano Giusto per l’integrità severa della sua vita.

Incontra Paolo, già persecutore dei cristiani e ora convertito, e lo accoglie con amicizia insieme a Pietro e Giovanni. Al concilio di Gerusalemme, invita a “non importunare i convertiti dal paganesimo con l’imposizione di tante regole tradizionali“. Si mette, insomma, sulla linea di Paolo.

Dopo il martirio di Giacomo il Maggiore nell’anno 42 e la partenza di Pietro, Giacomo diviene capo della comunità cristiana di Gerusalemme. È l’autore della prima delle lettere cattoliche del Nuovo Testamento. In essa, si rivolge alle dodici tribù disperse nel mondo, ossia ai cristiani di origine ebraica viventi fuori della Palestina.

È un primo esempio di enciclica: sulla preghiera, sulla speranza, sulla carità e inoltre con espressioni molto energiche sul dovere della giustizia. Secondo lo storico Eusebio di Cesarea, Giacomo viene ucciso nell’anno 63 durante una sollevazione popolare istigata dal sommo sacerdote Hanan, che per quel delitto sarà poi destituito.

Morì ucciso con un bastone e poi il corpo venne gettato giù dal tempio di Gerusalemme probabilmente nel 62 d.C. Il suo simbolo è appunto un bastone da gualcheraio, usato per cardare la lana che aveva un’estremità di metallo, triangolare ed uncinata.

Andrea il Protocletos

Duomo di Amalfi, qui dimorano le reliquie dell'apostolo Andrea.
Duomo di Amalfi, Italia, nella cripta è sepolto l’apostolo Andrea.

Andrea denominato dalla tradizione ortodossa Protocletos o il Primo chiamato, era il fratello di Simone detto Pietro. La tradizione vuole che Andrea sia stato crocifisso a Patrasso su una croce detta Croce decussata (a forma di X) e comunemente conosciuta con il nome di Croce di Sant’Andrea. Questa venne adottata per sua personale scelta, dal momento che egli non avrebbe mai osato eguagliare Gesù nel martirio.

Secondo la tradizione, dopo il martirio, le reliquie di Andrea vennero spostate da Patrasso a Costantinopoli. Leggende locali dicono che le reliquie vennero vendute dai romani. Sofronio Eusebio Girolamo scrisse che le reliquie di Andrea vennero portate da Patrasso a Costantinopoli per ordine dell’imperatore romano Costanzo II nel 357. Qui rimasero sino al 1208 quando le reliquie vennero portate ad Amalfi, in Italia, dal cardinale Pietro Capuano, nativo di Amalfi

Matteo detto Levi

Cripta Duomo di Salerno. Qui dimorano le reliquie dell'apostolo Matteo.
Duomo di Salerno, Cripta, Sepolcro di Matteo l’apostolo.

Le reliquie di Matteo detto Levi sarebbero giunte a Velia, in Lucania, intorno al V secolo, dove rimasero sepolte per circa quattro secoli. Il corpo di Matteo fu rinvenuto dal monaco Atanasio nei pressi di una fonte termale dell’antica città di Parmenide.

Le spoglie furono portate da Atanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Velino in provincia di Salerno. Il modesto edificio dalla semplice facciata a capanna presenta, alla destra dell’altare, l’arcosolio, dove secondo tradizione furono depositate le sacre reliquie del Santo.

Un’iscrizione latina piuttosto tarda (XVIII sec.), incastonata sul lato corto dell’arcosolio, ricorda l’episodio della traslazione; successivamente le ossa furono portate presso il Santuario della Madonna del Granato in Capaccio-Paestum. Ritrovate in epoca longobarda, furono portate il 6 maggio 954 a Salerno, dove sono attualmente conservate nella cripta della cattedrale.

Bartolomeo o Natanaele

Apostolo Bartolomeo, giudizio universale, Cappella Sistina, Roma
Bartolomeo mostra la sua pelle, Giudizio Universale, Cappella Sistina, Vaticano, Roma.

Subì il martirio intorno al 60 d.C., ad Albanopolis in Armenia. La tradizione vuole che sia stato spellato vivo. Infatti nell’iconografia classica egli appare tenendo in mano la propria pelle sanguinante. Celebre l’immagine dipinta da Michelangelo nella Cappella Sistina.

Le reliquie traslate in Mesopotamia giunsero a Lipari intorno al III-IV secolo d.C. In seguito all’invasione degli Arabi in Sicilia, le spoglie furono recuperate dal principe longobardo Sicardo, che nel 838 le fece trasportare a Benevento, capitale del Ducato longobardo. Le reliquie dell’apostolo sono ancora conservate nella basilica di Benevento.

Tommaso detto didimo

Apostolo Tommaso, cripta reliquie, cattedrale San Tommaso Apostolo, Ortona.
Cattedrale San Tommaso apostolo, Ortona, tomba dell’apostolo Tommaso.

Fra gli evangelisti solo Giovanni ricorda l’apostolo Tommaso. Il nome Toma in aramaico vuol dire gemello, come il greco Didimo. Non si sa nulla della sua origine, né delle circostanze della sua vocazione. Compare per la prima volta nell’episodio della resurrezione di Lazzaro. 

Nell’Ultima Cena Gesù, presentendo la fine, dice: “Del luogo dove io vado, voi conoscete la via”. Poi rivolto a Tommaso, che aveva detto di non conoscerla, aggiunge: “Io sono la via, la verità e la vita”. (Gv 14)

Ma l’episodio per cui Tommaso è ricordato da tutti, è quello in cui Gesù risorto compare agli Apostoli, e si fa riconoscere. Tommaso, che in quell’occasione non c’era, non crede alla loro testimonianza, e dice di voler vedere e toccare le ferite. Otto giorni dopo Gesù ricompare, e questa volta Tommaso è presente. Gesù lo invita a mettere la mano nella ferita nel costato, e Tommaso lo riconosce come Dio.

L’ultima citazione di Tommaso nei libri canonici è negli Atti, dove compare come testimone dell’Ascensione di Gesù al cielo. Un’antica tradizione, raccolta nella Legenda aurea di Jacopo da Varagine, ricollega Tommaso proprio a questo avvenimento.

Dopo la morte della Vergine, Gesù stesso fece porre il suo corpo in un sepolcro, poi dopo tre giorni lo riunì all’anima e l’accolse in cielo. La cintura di Maria cadde, ancora stretta, nelle mani di Tommaso. Secondo alcuni, come segno di particolare predilezione, secondo altri, per vincere la sua incredulità e per questo venne confermato da questo segno.

Nel IV secolo le reliquie di Tommaso furono trasportate dall’India ad Edessa, in Asia Minore; poi, nel 1258, ad Ortona (Chieti).

Mattia

Apostolo Mattia, Arca reliquie, Santa Giustina, Padova
Basilica Santa Giustina, Padova, Arca contenente le ossa di Mattia apostolo.

Mattia, abbreviazione del nome ebraico Mattatia, che significa dono di Jahvè, fu eletto al posto di Giuda detto l’Iscariota, per completare il numero simbolico dei dodici apostoli, raffigurante i dodici figli di Giacobbe e quindi le dodici tribù d’Israele. Secondo gli Atti apocrifi, egli sarebbe nato a Betlemme, da una illustre famiglia della tribù di Giuda.

Le reliquie dell’apostolo Tommaso sono contenute in un’arca marmorea custodita nel transetto dell’Abbazia di Santa Giustina a Padova, a poca distanza dall’arca dell’evangelista Luca.

Le reliquie degli apostoli mancanti

Le uniche reliquie degli apostoli mancanti in Italia sono quelle dell’apostolo Giacomo il maggiore, di Giovanni e di Giuda detto l’Iscariota.

Il sepolcro contenente le spoglie di Giacomo il maggiore, traslate da Gerusalemme dopo il martirio, sarebbe stato scoperto al tempo di Carlomagno nell’814. La tomba divenne meta di grandi pellegrinaggi medioevali, tanto che il luogo prese il nome di Santiago da Sancti Jacobi, in spagnolo Sant-Yago, e nel 1075 fu iniziata la costruzione della grandiosa basilica a lui dedicata in Galizia, nel Nord della Spagna. Ancora oggi il Cammino di Santiago è una delle mete europee e internazionali più frequentate dai pellegrini.

Giovanni rappresenta un caso particolare tra i dodici apostoli poiché la tradizione lo indica come l’unico morto per cause naturali e non per martirio. Oltre agli Atti di Giovanni, alcune indicazioni patristiche sono concordi nel datare la morte a Efeso sotto l’impero di Traiano (98-117) e Girolamo specifica la data con precisione al 68º anno dopo la passione del Signore, cioè nel 98-99.

Altro discorso a parte è l’apostolo Giuda detto Iscariota, egli non è morto impiccato come dicono i vangeli subito dopo la condanna di Gesù. Dagli Atti degli Apostoli risulta essere presente con i dodici durante le apparizioni di Gesù dopo la sua morte. Giuda detto Iscariota scompare semplicemente dalla scena con l’ascesa di Gesù al cielo. Per saperne di più su di lui e la sua storia ho scritto il libro Dossier Giuda, chi era veramente l’apostolo fatto scomparire dai vangeli.

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Abbazia di Staffarda: la nursery dei templari.

STAFFARDA, GENIALE INTUIZIONE

Dei Templari si conosce tutto, o quasi. Dell’Abbazia di Staffarda, nel comune di Revello in provincia di Cuneo, si sa ben poco. Se non che facesse parte dell’orbita templare. Eppure l’Abbazia ha avuto una notevole importanza nell’economia dell’intero progetto dei Poveri Cavalieri di Cristo.

E ciò grazie a tre figure di notevole spessore morale, religioso e politico passate sempre inosservate. Tutt’e tre passati alla storia con il nome di Pietro di Tarantasia, tutt’e tre legati ai templari, tutt’e tre saliti agli onori degli altari: Pietro I o il vecchio, beato; Pietro II, santo; Pietro III, beato, meglio conosciuto con il nome di papa Innocento V.

ABBAZIA SANTA MARIA DI STAFFARDA

L’Abbazia Santa Maria in Staffarda nacque da un’intuizione di Pietro I. Allievo e amico di Stefano Harding abate di Citeax, dove conobbe, e ne divenne amico, Bernardo di Chiaravalle. Fu uno dei primi monaci cistercensi e nel 1113, spinto da Harding, fonda l’abbazia di La Ferté.

La prima delle quattro abbazie primigenie – le altre sono Pontigny, Clairvaux e Morimond, tutte affiliate all’abbazia di Citeax – dalla quale si diffuse l’Ordine. É il primo cistercense elevato alla dignità episcopale.

CARISMA E SEMPLICITÀ

Pietro I fu un uomo di notevole spessore carismatico e un grande predicatore e assertore del celibato ecclesiastico. Fu molto amato dal popolo per la sua semplicità di vita e per l’osservanza della regola di Citeaux. Sia nei digiuni che nelle veglie, anche da arcivescovo. E fu, senza dubbio, un uomo di grande lungimiranza.

Nel 1120, a causa del crescente afflusso di persone desiderose di far parte dell’ordine cistercense, soprattutto monaci benedettini che volevano ritornare alla stretta osservanza della regola di san Benedetto, lascia La Ferté. Viene in Italia e fonda la prima abbazia fuori dai confini francesi: Tiglieto, in provincia di Genova, affiliandola all’abbazia di La Ferté. 

Abbazia di Staffarda.
Chiostro Abbadia di Staffarda e portici.
UNA VITA SPESA PER GLI ALTRI

Pietro I fu un predicatore instancabile. Percorre la via Francigena, la via dei Franchi o il Camino di Compostela verso i rilievi alpini, e non di rado si trova a soccorrere i pellegrini assaliti dalle bande di briganti. Lui stesso più volte ne fu vittima. Ma questo non lo scoraggia, anzi.

OSPITALI E RICOVERI

L’esperienza delle violenze dei saraceni lo convince a creare dei nuovi ospitali sulle vie di comunicazione. E si adopera per migliorare quelli già esistenti sulle vie di comunicazione. Nel 1124 lascia Tiglieto e fonda l’abbazia di Lucedio, in provincia di Vercelli. E intanto la sua fama cresce.

ARCIVESCOVO DI TARANTASIA A FUROR DI POPOLO

Pietro I, nel 1128, mentre percorreva la via Francigena, subito dopo aver superato il piccolo San Bernardo, in territorio savoiardo, a furore di popolo, fu eletto arcivescovo della Tarantasia.

Partecipa al Concilio di Étampes nel 1130, nel quale firma la fedeltà a papa Innocenzo II, contro l’antipapa Anacleto. Nel 1132 fonda l’abbazia di Tamié, e ne fa abate un giovane di nome Pietro, che più tardi diventerà arcivescovo di Tarantasia col nome di Pietro II.

L’INTUIZIONE

Pietro I, durante uno dei suoi viaggi annuali a Citeax in qualità di abate di una delle affiliate, come da regola cistercense, venne a conoscenza dei propositi dei Poveri Cavalieri di Cristo di costituire un ordine monastico e guerriero a difesa dei pellegrini, ne capì subito l’importanza e indusse Bernardo di Chiaravalle, che fino ad allora era stato contrario, a rivedere le sue posizioni.

Dopo l’approvazione della Regola Latina e dell’ordine Templare nel Concilio di Troyes nel 1128, Pietro I convinse il marchese Manfredo I di Saluzzo a donargli delle terre e l’abate di Tiglieto a fornire dei monaci per la fondazione di una nuova abbazia.

UN LUOGO MALSANO

Il luogo prescelto era un’area malsana e paludosa, subito ai piedi del Monviso e dei passi alpini, in aperta campagna, a confluenza delle strade che portavano i pellegrini a Roma e a Santiago di Compostela.

Qui sorgeva già un piccolo monastero abbandonato dedicato alla Vergine, e la futura abbazia si chiamerà proprio Santa Maria in territorio di Staffarda. All’inizio, per un brevissimo periodo, ne fu anche abate.

LUNGIMIRANZA DI PIETRO I

L’idea di Pietro I fu quella di formare dei cavalieri monaci, istruirli secondo la Regola di Citeaux, e di addestrarli alle armi, secondo la regola Templare, prima di mandarli in Terra Santa.

L’apprendistato sarebbero state le vie di comunicazione che conducevano i pellegrini ai valichi alpini, per proteggerli dagli assalti dei briganti o delle ultime sacche di saraceni ancora presenti in Francia e in Italia.

L’abbazia di Staffarda nacque con questi propositi e l’architettura della costruzione fu finalizzata a tali scopi.

simbolismo templare
Interno Chiesa Abbazia di Staffarda. L’architettura e i colori richiamano e mettono in risalto il simbolismo templare.
MISTICA TEMPLARE

La conoscenza misterica dei Templari si riallacciava a due insegnamenti, la Kabbalah ebraica e il Pitagorico-Platonico. Il nucleo dei primi nove cavalieri non si recò nel 1118 a Gerusalemme per partecipare alle crociate, nessun fatto d’armi sembra attribuito ai Templari durante questo periodo, il loro scopo era seguire le tracce di antichi documenti ebraici.

Ugo de Payns riportò in Francia al monastero di Citeaux preziosi documenti che furono segretamente studiati da dotti arabi, rabbini e cabalisti, sotto la guida di Stefano Harding abate di Cîteaux.

Più tardi fu scelto un luogo inaccessibile dello Champagne, che prese il nome di Foresta d’Oriente, il luogo di gestazione dell’Ordine Templare. Luogo nel quale Bernardo, per ordine dell’abate Stefano Harding, fonderà l’abbazia dei Cistercensi riformati e chiamerà Clairvaux.

LUCE E CONOSCENZA

Il termine Clairvaux ha un profondo significato nel percorso conoscitivo sapienziale, e rappresenta un luogo di istruzione dove si ricevono la luce e la conoscenza. Non a caso Bernardo scelse per quel luogo tale nome, nome che i Templari poi daranno a numerosissimi luoghi proprio a significare un luogo d’istruzione.

IL TEMPIO DI SALOMONE

Nel 1118, il Patriarca di Gerusalemme della setta di Giovanni il Battista, assegna al primo nucleo di cavalieri templari come loro residenza quello che un tempo era stato il Tempio di Salomone. Mosè proviene dall’Egitto, tutta la scienza egiziana era concentrata nel Tempio. Mosè era del Tempio e fu istruito in tutta la scienza dei Faraoni (Atti 7,2).

I Templari portarono in Europa questa conoscenza e la impressero nei libri di pietra, nelle loro cappelle e nelle cattedrali gotiche. Pitagora fu istruito dai sacerdoti egizi per ben 22 anni. Tutte le testimonianze delle costruzioni templari sono espresse sotto forma numerica e geometrica.

JOMVIKINGS

Quando fu fondato l’Ordine del Tempio numerosi costruttori celtici scandinavi, che avevano abbandonato la Scozia e l’Irlanda dopo la condanna della chiesa celtica, divennero Templari. E molti di loro erano iniziati, tra cui i discendenti della fratellanza dei guerrieri Vichinghi dei Jomvikings.

Questi si erano raggruppati in società segrete e avevano un sigillo fatto di due lance incrociate. Il loro mantello era bianco. La loro croce, dai rami uguali, rossa, e il loro cavallo nero. Facevano voto di celibato, e credevano nell’occhio frontale della conoscenza.

Possedevano una statua a tre facce chiamata mimère. Ogni faccia era munita di una pietra tra i due occhi che rappresentano il terzo occhio. In mitologia, il mimère scandinavo è il custode della fontana nascosta, sorgente dello spirito e della saggezza.

I MAGNIFICI INCISORI

Questi magnifici incisori di pietra e legno, saranno riuniti dai Templari nella confraternita dei “Bambini di Salomone”. E saranno gli unici a poter incidere questi materiali nelle cattedrali costruite dall’Ordine del Tempio e dai cistercensi.

I Jomvikings mescolarono i simboli celtici ai simboli cristiani, affinché la loro tradizione non si perdesse. Stefano Harding non fu solo il precettore e tutore di Bernardo di Chiaravalle ma lo fu anche di Pietro I di Tarantasia, fondatore dell’Abbazia di Staffarda.

Il laboratorio dove saranno incisi per prima i libri di pietra. Il chiostro, con le sue colonne e capitelli, è la biblioteca mistica templare.

ABBAZIA DI STAFFARDA: FORMELLE CHIOSTRO.
Formella colonna chiostro Abbazia di Staffarda. Teologia visiva templare.
I BAMBINI DI SALOMONE

Con la nascita dell’Ordine dei Templari, molti nobili e cavalieri entrarono nell’ordine. Uomini sì preparati militarmente ma poco scolarizzati. Nel XII secolo l’alfabetizzazione era molto bassa, anche tra gli stessi nobili. Pochi sapevano scrivere, e ancora meno sapevano comporre soltanto il loro nome.

L’abbazia di Staffarda proprio perché diretta a quest’ultimi, diventerà il laboratorio dove i Bambini di Salomone incideranno i libri di pietre. In questo modo i cavalieri possano meditare e approfondire quanto loro detto vocalmente.

INCISIONE E SCULTURA

A Staffarda, l’incisione e la scultura abbandoneranno i linguaggi figurativi imperanti nel periodo – la teologia delle tre sfere: Dio, l’uomo e il mondo -, ed elaboreranno un loro linguaggio. Una spiritualità delle idee convogliate nella mistica dello spazio, in cui tutto è tensione ascendente verso Dio.

Perfino l’ubicazione delle figure, – pilastri, capitelli, volte, arcate -, assume un significato altamente teologico. Estetica della luce quale manifestazione del divino e filosofia della natura atta ad intrecciarsi con una teologia dialettica.

LA SCHOLA

Per formare le maestranze della confraternita dei Bambini di Salomone, i monaci emanuensi di Staffarda copieranno libri di diversi argomenti e culture. E doteranno l’Abbazia di una delle biblioteche più importanti ed imponenti del medioevo (purtroppo della famosa biblioteca si sono perse le tracce).

L’Abbazia si doterà di una “schola exterior” destinata ai bambini, sia poveri che ricchi, che vivevano con le loro famiglie nelle vicinanze dell’abbazia o lavoravano per essa. Oltre alla schola exterior vi era la “schola interna”, dove venivano educati gli oblati. Cioè i bambini di sei-sette anni donati dai genitori al monastero.

ARCHITETTURA STONATA

Tra le mura del chiostro, gli oblati seguivano il loro corso formativo e lì trascorrevano tutto il resto della loro vita dopo aver pronunciato i voti. La particolarità principale dell’Abbazia di Staffarda è la perfetta sintesi dello scopo per cui è nata. All’architettura classica cistercense si unisce l’architettura minimalista delle masserie fortificate dei templari.

A Staffarda non c’è perfezione, c’è irregolarità. Si è marcato parecchio sul fatto che questa abbazia non presenta le caratteristiche dell’architettura cistercense. Però chi ha costruito l’edificio non era a digiuno di conoscenze astronomiche, matematico-architettoniche e filosofiche.

Nel medioevo queste conoscenze erano riunite in quella che veniva indicata come Tradizione.

LINGUAGGIO SIMBOLICO DI STAFFARDA

Il linguaggio simbolico non si ferma su un ragionamento analitico e di conseguenza discorsivo, è al contrario sintetico e si fonda sulla mente intuitiva. Ogni simbolo porta con sé molteplici significati.

Perché è costruito sulla legge di corrispondenza e analogia che lega fra loro tutti i mondi o tutti gli stati dell’esistenza. Infatti, proprio queste caratteristiche vengono messe in risalto a Staffarda.

Il sapere minimizzato alla semplicità cercata e voluta, tendente all’ascetismo, secondo i dettami di Bernardo di Chiaravalle.

LA CHIESA

La chiesa è un vero gioiello astronomico e filosofico. Sull’asse della monofora centrale, sorge il sole agli equinozi; dalla monofora destra, si innalza la luna alla sua minima declinazione; mentre sull’asse della monofora sinistra, si eleva la luna alla sua massima declinazione.

Tutta la struttura risulta sapientemente costruita sull’asse del sole, che al mattino illumina l’altare, a mezzogiorno il campanile, al tramonto l’ingresso principale. E questo grazie al suo orientamento est ovest.

Le tre navate della chiesa terminano con absidi circolari, con colonne cruciformi e le volte a crociera cordonate. Tutto armonizzato dalla policromia dei bianchi, dei rossi e dei neri.

BIANCO, ROSSO E NERO

I tre colori hanno un significato altamente simbolico, e riguardano i templari. Il bianco la veste moncale di ordinanza. Il rosso rappresenta “i diavoli rossi”, come venivano chiamati dai musulmani.

Il nero, i diavoli neri come venivano chiamati dai gerosolimitani.

Gli stessi colori simboleggiano anche l’unificazione  dei tre ordini cavallereschi, presenti a Gerusalemme e l’accettazione della Regola di Bernardo di Chiaravalle.

Il bianco i templari, il rosso i cavalieri ospitalieri e il nero i cavalieri teutonici.

Rosa di Staffarda
La famosa Rosa di Staffarda e la sua particolare ubicazione.
LA ROSA DI STAFFARDA

Stesso significato, ma più rimarcato in una sfera ascetica e apocalittica, ha la famosa Rosa di Staffarda. Essa racchiuse in sé tutta la conoscenza templare. E minimizza il simbolismo a testimonianza che l’uno è l’insieme molteplice di molti mondi. E che tutti sono concatenati in modo che ognuno non possa avere il sopravvento sull’altro.

UBICAZIONE STRATEGICA

L’ubicazione scelta della “Rosa“, vicino alla cornice della monofora che irradiando luce sembra invaderne e coprirne una parte, simboleggia che la Rosa stessa è niente senza Luce Divina.

L’intero comprensorio abbaziale di Staffarda è un compendio ascetico e mistico continuo. Stelle a sei o otto punte, fiori della vita, cerchi, numerologia, come i 33 gradini che conducono al Dormitorio dei Monaci, croci patenti, e molto altro ancora.

TEOLOGIA TEMPLARE

I Templari fecero disegnare e scolpire nella pietra figure in cui è racchiusa un’idea. «Poiché a voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli mentre questo non è dato agli altri. Perché vedendo non vedano. E udendo non intendano e non comprendano», (Mc 4,10-12).

Solo chi è pronto, può interpretare il simbolo applicando la legge di corrispondenza. Riunendo il visibile-simbolo con l’invisibile, il conoscibile-forma con l’inconoscibile. Riunire, raccogliere, mettere insieme.

 

 

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